Avevo poco più di vent’anni. Era il 1991 e, terminati i due anni di filosofia a Napoli, ero entrato nel noviziato salesiano di Lanuvio.
Un giorno mia sorella Lorenza ritagliò da l’Unità un piccolo trafiletto che recensiva un libro uscito da poco in Italia. Il titolo aveva qualcosa di provocatorio e insieme affascinante: Parola che salva, parola che guarisce. La forza liberatrice della fede, di Eugen Drewermann. Fu ancora Lorenza a procurarmi quel libro e a farmelo arrivare dentro un pacco.
Ricordo che lo divorai e che non fu affatto una di quelle letture che, arrivati all’ultima pagina, si ripongono sullo scaffale. Durante quell’anno credo di averlo riletto almeno due o tre volte, tornando continuamente su quelle pagine perché avevo la sensazione che Drewermann stesse dando un nome a qualcosa che avevo forse già intuito, ma che non ero ancora riuscito a formulare.
Venivo dagli studi filosofici e avevo imparato ad accostare seriamente la Scrittura attraverso gli strumenti dell’esegesi storico-critica. Nello stesso tempo ero stato affascinato dalla lectio divina e dalla straordinaria esperienza della Scuola della Parola che il cardinale Carlo Maria Martini aveva proposto a generazioni di giovani. Ancora oggi considero entrambe queste dimensioni indispensabili, eppure Drewermann mi aprì un’altra porta.
E se fosse la Scrittura a leggere me?
Fino ad allora avevo imparato soprattutto a interrogare il testo, cercando di comprendere quando fosse stato scritto, da chi, quali tradizioni vi fossero confluite, quale genere letterario utilizzasse, quale fosse il contesto storico, religioso e culturale e che cosa l’autore intendesse comunicare ai suoi primi destinatari.
Sono domande necessarie e guai a liberarcene, perché senza questo lavoro possiamo facilmente cadere nell’errore opposto e far dire alla Bibbia semplicemente quello che vogliamo noi. Eppure, attraverso quella lettura, cominciava a nascere in me una domanda ulteriore: dopo aver interrogato il testo, sono disposto a lasciare che il testo interroghi me?
Era questo che mi affascinava nella prospettiva di Drewermann e nel suo ricorso alla psicologia del profondo. I personaggi biblici cessavano di essere soltanto uomini e donne appartenenti a un mondo lontano, da osservare dall’esterno e ricostruire storicamente, perché le loro paure, i desideri, le fughe, le resistenze, le ferite, le relazioni e i conflitti diventavano luoghi nei quali riconoscere qualcosa della condizione umana e, quindi, inevitabilmente, qualcosa di me.
Non guardavo più soltanto Pietro, ma potevo riconoscere in lui le mie paure, i miei entusiasmi e le mie contraddizioni. Non osservavo semplicemente Zaccheo arrampicato sul sicomoro, perché potevo domandarmi quante volte anch’io preferissi vedere senza essere visto, osservare Dio mantenendo una rassicurante distanza di sicurezza. Persino il fratello maggiore della parabola diventava più difficile da giudicare quando cominciavo a riconoscere quanto risentimento possa nascondersi dietro una vita apparentemente irreprensibile. E la sete della Samaritana non apparteneva più soltanto a una donna incontrata da Gesù presso un pozzo di duemila anni fa, perché poteva diventare la domanda sulle mie stesse seti.
Accadeva così un capovolgimento che ancora oggi considero decisivo: non ero più soltanto io a leggere il testo, ma era il testo che cominciava a leggere me.
Quando la Scrittura raggiunge le profondità dell’uomo
È proprio qui che la psicologia del profondo può offrire un contributo prezioso all’esegesi. La Scrittura racconta continuamente il desiderio e la paura, la gelosia e l’aggressività, l’abbandono e il bisogno di appartenenza, la fraternità e il tradimento, la colpa e il perdono, il bisogno di essere riconosciuti, il potere, la morte e la possibilità di ricominciare.
Caino e Abele, Giuseppe e i suoi fratelli, Giacobbe, Davide, Giobbe, Pietro, Giuda, Maria Maddalena, il figlio prodigo, il fratello maggiore, la Samaritana e Zaccheo non sono personaggi piatti costruiti per illustrare una morale, ma uomini e donne attraversati da conflitti che appartengono, con forme differenti, alla struttura profonda dell’esperienza umana. È proprio per questo che continuano a parlarci.
Naturalmente la psicologia del profondo non sostituisce l’esegesi e, nello stesso tempo, l’esegesi non può dissolvere la storia biblica in un insieme di archetipi psicologici. Il testo possiede una storia, nasce dentro una storia e testimonia l’agire di Dio nella storia. Tuttavia esiste anche una profondità dell’esperienza umana che il testo raggiunge e che nessuna ricostruzione storica, per quanto accurata, può esaurire. Forse fu proprio questo che quel libro mi fece intuire quando avevo poco più di vent’anni.
Quando trasformiamo la Bibbia in una ramazza
A distanza di oltre trent’anni comprendo anche un’altra conseguenza di quella scoperta e posso dire con chiarezza che oggi rifiuto radicalmente una lettura moralistica della Scrittura. Provo soprattutto una particolare insofferenza quando siamo proprio noi preti a trasformare la Parola di Dio in uno strumento per giudicare, rimproverare, bastonare o dividere con troppa facilità i buoni dai cattivi.
Qualche volta, permettetemi l’espressione, utilizziamo la Bibbia come una ramazza spirituale con cui mettere in riga gli altri. E credo che questo sia uno degli usi più poveri, e talvolta più dolorosi, che possiamo fare della Parola.
Una pagina nata per liberare può così essere utilizzata per imprigionare, una Parola consegnata per rialzare può diventare una pietra da scagliare e il Vangelo può essere aperto non perché illumini innanzitutto chi lo proclama, ma perché gli fornisca una frase da utilizzare contro qualcun altro.
È una tentazione particolarmente insidiosa per chi predica, perché possiamo arrivare a conoscere così bene la Scrittura da imparare perfino a difenderci da essa. Possiamo preparare un’omelia domandandoci immediatamente che cosa dobbiamo dire alla gente, senza esserci posti prima la domanda molto più impegnativa su ciò che quella stessa Parola stia dicendo a noi. E allora mi domando: se la Parola non ha attraversato me, con quale diritto pretendo di utilizzarla per attraversare la vita degli altri?
Prima l’incontro, poi la trasformazione
Basta osservare il modo in cui Gesù incontra le persone nei Vangeli per comprendere quanto sia riduttivo trasformare la Scrittura in un prontuario morale.
Gesù non incontra Zaccheo anzitutto per impartirgli una lezione sull’onestà fiscale. Lo guarda, lo chiama per nome, gli chiede di scendere dall’albero e soprattutto decide di entrare nella sua casa. La conseguenza morale arriverà e sarà persino radicale, perché Zaccheo cambierà il proprio rapporto con il denaro e con ciò che ha sottratto agli altri. Ma l’ordine degli avvenimenti è teologicamente decisivo: prima viene l’incontro e da quell’incontro nasce la trasformazione.
Qualcosa di analogo avviene con la Samaritana. Gesù non la incontra per consegnarle un trattato sulla morale matrimoniale, ma comincia chiedendole da bere e, partendo dalla sete, lentamente conduce quella donna verso la verità della propria esistenza. Anche con Pietro, dopo il rinnegamento, Gesù non riduce l’apostolo al suo tradimento e non comincia presentandogli l’elenco delle sue incoerenze, ma torna a cercarlo e gli pone per tre volte una domanda che riguarda la relazione: «Mi ami?».
La conversione morale esiste nel Vangelo ed è spesso radicale, ma la conversione è il frutto dell’incontro, non il prezzo da pagare per essere incontrati. Forse è proprio questa una delle differenze fondamentali tra una lettura moralistica e una lettura salvifica della Scrittura. La prima si precipita a domandare che cosa l’uomo debba fare; la seconda cerca prima di comprendere che cosa stia accadendo dentro quell’uomo mentre Qualcuno gli parla, lo guarda, lo chiama per nome e gli permette finalmente di guardare con verità la propria vita.
La Parola non termina in un libro
A questo punto occorre compiere un passaggio ancora più profondo, perché per il cristianesimo la Parola non termina in un libro: la Parola è una Persona.
«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
La Scrittura testimonia questa Parola, la custodisce e ce la consegna, ma al centro della fede cristiana non c’è semplicemente un libro da interpretare: c’è Gesù Cristo da incontrare. Questo significa che non posso possedere la Parola come possiedo uno strumento e non posso trasformarla semplicemente in un mezzo, neppure quando lo facessi con la nobile intenzione di rendere migliori gli altri. La Parola è incontro, relazione e presenza e, proprio per questo, è fine prima ancora che mezzo.
È qui che l’intuizione incontrata tanti anni fa nelle pagine di Drewermann può essere riletta dentro la grande tradizione della Chiesa. Il Concilio Vaticano II, nella Dei Verbum, ricorda infatti che la Parola di Dio possiede una sua efficacia e potenza e riprende l’espressione della Lettera agli Ebrei: «Viva ed efficace è la parola di Dio» (Eb 4,12). Trovo straordinari proprio questi due aggettivi, viva ed efficace, perché la Parola non è soltanto vera, autorevole o venerabile perché antica, ma possiede la capacità di entrare nella storia concreta dell’uomo e di produrre un incontro.
Una Parola che fa accadere qualcosa
Anni dopo Benedetto XVI, nella Verbum Domini, avrebbe insistito sulla dimensione performativa della Parola, un concetto che considero particolarmente fecondo per comprendere ciò che avevo intuito molti anni prima.
La Parola di Dio non comunica soltanto informazioni su Dio, perché nel linguaggio biblico parola e avvenimento sono intimamente legati. Dio parla e la sua Parola apre possibilità, mette in movimento la storia, crea relazione, porta alla luce ciò che era nascosto e chiama l’uomo a una risposta.
Possiamo comprendere allora in un senso più profondo perché la Scrittura possa diventare davvero «parola che salva» e «parola che guarisce». Non perché possieda formule magiche o perché sia sufficiente pronunciare un versetto per far scomparire una ferita psicologica o una malattia; questa sarebbe soltanto un’altra deformazione religiosa. La Parola guarisce perché può raggiungere l’uomo proprio là dove egli realmente si trova, dentro le sue paure e le sue ferite, nei desideri che non osa confessare, nelle relazioni fallite, nelle immagini distorte che possiede di sé, nella colpa, nella vergogna e persino in quelle parti della propria storia che vorrebbe cancellare. E soprattutto lo raggiunge non per giudicare da lontano ciò che trova, né per lasciarlo nella situazione in cui si trova, ma per incontrarlo proprio lì e da lì aprire una possibilità nuova.
Quel pacco arrivato a Lanuvio
Sono trascorsi più di trent’anni e ogni tanto penso ancora a quel piccolo trafiletto ritagliato da mia sorella Lorenza su l’Unità. Probabilmente lei non poteva immaginare che cosa avrebbe provocato quel gesto: aveva visto la recensione di un libro, aveva pensato che potesse interessarmi, aveva ritagliato l’articolo e poi mi aveva procurato quel volume facendomelo arrivare in un pacco nel noviziato salesiano di Lanuvio.
Io aprii quel pacco e cominciai a leggere. Terminato il libro, tornai a leggerlo e poi ancora una volta, perché quelle pagine avevano aperto una domanda che non si sarebbe più chiusa.
Oggi non assumerei acriticamente ogni posizione esegetica o teologica di Eugen Drewermann. Gli anni, lo studio, il ministero e l’esperienza mi hanno insegnato a distinguere, integrare e anche a prendere le distanze da alcune conclusioni. Ma quell’intuizione fondamentale non mi ha più abbandonato: possiamo studiare la Bibbia per tutta la vita senza permetterle mai di raggiungerci.
Possiamo conoscere le lingue bibliche, la storia delle tradizioni, le fonti, le redazioni e i generi letterari; possiamo insegnarla, commentarla e perfino predicarla ogni giorno, riuscendo tuttavia a mantenerla prudentemente fuori dalla porta della nostra vita.
La svolta avviene quando, senza smettere di domandare «che cosa significa questo testo?», troviamo il coraggio di aggiungere una domanda molto più personale e forse molto più scomoda: «Che cosa sta dicendo questo testo di me e a me?»
È allora che Pietro può raccontarmi qualcosa delle mie paure, che Zaccheo può mostrarmi le distanze dietro le quali mi nascondo, che la Samaritana può dare un nome alle mie seti, che Bartimeo può prestare la voce alle parti di me che chiedono di essere ascoltate e che il padre misericordioso può farmi scoprire che talvolta posso essere lontano sia andando via da casa sia rimanendovi con il cuore indurito.
A quel punto non sono più semplicemente uno spettatore davanti a una storia antica, perché sono entrato nel racconto e, attraverso quelle parole, Qualcuno sta parlando anche a me, raggiungendo persino ciò che io faccio fatica a conoscere di me stesso.
Forse soltanto oggi comprendo pienamente il titolo di quel libro che mia sorella mi fece arrivare a Lanuvio tanti anni fa.
La Parola salva perché incontra e guarisce perché non osserva la ferita dell’uomo da lontano, ma entra nella sua storia, la illumina dall’interno e gli permette di scoprire che proprio là dove pensava ci fosse soltanto una ferita può ancora aprirsi una possibilità di vita.
Forse è questa, alla fine, la differenza più profonda tra una parola morta e la Parola viva: la prima possiamo possederla, spiegarla e perfino utilizzarla contro qualcuno; alla seconda dobbiamo permettere di incontrarci, di leggerci e, qualche volta, di riscrivere la nostra vita.


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