Una mano sostiene con delicatezza la mano di una persona anziana a letto, immagine di cura e accompagnamento nel fine vita.

Difendere la vita significa sempre prolungarla?

Ci sono parole che disturbano. E forse proprio per questo meritano di essere ascoltate prima di essere giudicate.

In questi giorni mi sono imbattuto nella riflessione molto forte di un medico palliativista che, dichiarandosi cristiano e richiamando quasi quarant’anni trascorsi accanto a migliaia di persone alla fine della vita, contesta apertamente i ripetuti pronunciamenti del Papa contro il suicidio assistito.

Non voglio attribuirgli parole diverse dalle sue. Per questo credo sia giusto riportare almeno il cuore della sua riflessione:

«Le cure palliative fanno tutto ciò che è possibile per alleviare il dolore e restituire alla persona la migliore qualità di vita possibile ma ci sono situazioni nelle quali anche le cure migliori non riescono a cancellare una sofferenza che per quella persona è diventata insopportabile.

E quando un malato, lucido e consapevole, dopo avere ricevuto tutte le cure e tutte le informazioni, chiede di poter scegliere il momento della propria morte, io credo che quella richiesta meriti innanzitutto ascolto, rispetto e compassione».

E poco dopo aggiunge:

«Da cristiano non penso che la fede possa trasformarsi nel diritto di imporre a un altro essere umano quanto dolore deve ancora sopportare».

Sono parole forti.

Non condivido la conclusione alla quale arrivano, ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Sarebbe altrettanto facile contrapporre a quelle parole un documento del Magistero, chiudere la discussione e sentirci rassicurati dalla chiarezza del principio.

Perché dietro quella provocazione rimane una domanda tremendamente seria. Che cosa diciamo a un uomo o a una donna che non riesce più a lavarsi, mangiare, respirare o muoversi senza dipendere completamente dagli altri; che ha attraversato terapie, ricoveri, dolore e perdita progressiva dell’autonomia e che, a un certo punto, domanda: «Quanto deve durare ancora tutto questo?»

Non è una domanda teorica. Prima o poi potrebbe riguardare ciascuno di noi.

Potremmo trovarci accanto al letto di nostro padre o di nostra madre, del coniuge, di un fratello, di una sorella o persino di un figlio. E qualcuno potrebbe domandarci se autorizzare un nuovo intervento, iniziare una ventilazione, continuare una terapia invasiva, aumentare gli analgesici o, in determinate condizioni, procedere a una sedazione palliativa.

E allora le formule generali non saranno più sufficienti.

Una conversazione a Lourdes

Durante il recente pellegrinaggio a Lourdes ho avuto modo di confrontarmi proprio su questi temi con un medico anestesista.

Nel dialogo è riaffiorato, da una prospettiva clinica, il problema del confine che può esistere tra il dovere di curare e il rischio di trasformare la possibilità tecnica di mantenere biologicamente in vita una persona nell’obbligo morale di farlo.

Da allora una domanda continua ad accompagnarmi: difendere la vita significa sempre prolungarla?

La risposta della morale cattolica è molto più articolata di quanto talvolta emerga nel dibattito pubblico.

Ciò che realmente insegna la Chiesa

Esiste innanzitutto un limite molto chiaro. Non è moralmente lecito compiere un’azione o un’omissione con l’intenzione di provocare la morte di una persona allo scopo di eliminare la sofferenza.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2277, è inequivocabile nel giudizio sull’eutanasia diretta. Lo stesso principio è ribadito da Samaritanus bonus per l’eutanasia e il suicidio assistito.

Ma la stessa Chiesa afferma contemporaneamente un altro principio fondamentale, che talvolta viene ricordato molto meno: non esiste il dovere morale di prolungare la vita biologica attraverso qualsiasi mezzo e a qualunque costo.

Il Catechismo, al n. 2278, afferma che l’interruzione di procedure mediche «onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi» può essere legittima. E precisa il punto decisivo: in questo caso non si vuole procurare la morte; si accetta di non poterla impedire.

Sono poche parole, ma aprono un territorio enorme di discernimento. Esiste una differenza morale fondamentale tra provocare intenzionalmente la morte e rinunciare a trattamenti ormai sproporzionati accettando che la malattia segua il proprio corso.

Non tutto ciò che la medicina può fare deve necessariamente essere fatto

La medicina contemporanea dispone di possibilità straordinarie. Può ventilare artificialmente, dializzare, rianimare, operare, somministrare farmaci potentissimi e sostenere funzioni vitali gravemente compromesse. È una conquista immensa dell’intelligenza umana e dobbiamo esserne grati.

Ma la possibilità tecnica non coincide automaticamente con un obbligo morale.

La domanda non può essere soltanto: «Possiamo farlo?» Occorre aggiungerne un’altra: «Questo trattamento rappresenta ancora un bene proporzionato per questa persona concreta?»

Ed è qui che entra realmente il discernimento caso per caso.

Già nel 1980 la Dichiarazione Iura et bona spiegava che, per valutare la proporzionalità dei mezzi terapeutici, bisogna mettere in rapporto il tipo di terapia, la sua complessità e i suoi rischi, i costi e le possibilità di applicazione con il risultato prevedibile, tenendo conto anche delle condizioni del malato e delle sue risorse fisiche e morali.

Questo significa qualcosa di estremamente importante: lo stesso trattamento può risultare proporzionato in una determinata situazione e sproporzionato in un’altra.

Non possiamo quindi costruire un semplice catalogo nel quale una determinata procedura sia sempre obbligatoria oppure sempre rinunciabile. Bisogna guardare la persona concreta.

Le domande del discernimento

Davanti a una decisione difficile dovremmo domandarci: qual è realmente la prognosi? Quale beneficio concreto può produrre quel trattamento? Per quanto tempo? Il beneficio è ragionevolmente proporzionato al peso fisico e psicologico che il trattamento comporta? Stiamo ancora curando efficacemente una patologia oppure stiamo soltanto prolungando in maniera precaria e penosa il processo del morire?

Esistono alternative meno invasive? Il dolore, la dispnea, l’angoscia e gli altri sintomi sono stati affrontati attraverso cure palliative adeguate? Il paziente ha ricevuto informazioni comprensibili e sufficienti? È nelle condizioni di comprendere e decidere? Che cosa desidera? Qual è il suo bene complessivo?

Queste domande non relativizzano il valore della vita. Servono, al contrario, a evitare di ridurre la persona alla sola persistenza delle sue funzioni biologiche.

Tre situazioni apparentemente simili, moralmente molto diverse

Proviamo a immaginare una persona affetta da una malattia oncologica terminale, con una prognosi ormai molto breve e una sofferenza difficile da controllare.

Prima situazione. Il paziente chiede un farmaco allo scopo di provocare la propria morte e l’intervento viene effettuato precisamente affinché quella morte avvenga. L’atto è intenzionalmente diretto a provocare la morte. Per la morale cattolica questo rimane moralmente inaccettabile.

Seconda situazione. Lo stesso paziente presenta dolore, dispnea, angoscia o altri sintomi refrattari alle terapie disponibili. Il medico utilizza analgesici e, quando clinicamente indicato, una sedazione palliativa proporzionata allo scopo di controllare quei sintomi. L’obiettivo non è far morire il paziente. L’obiettivo è impedire che continui a soffrire in maniera refrattaria.

Samaritanus bonus afferma esplicitamente la liceità morale della sedazione come parte della cura del paziente, anche della sedazione palliativa profonda nella fase terminale, purché sia esclusa come scopo diretto l’intenzione di provocare la morte.

Terza situazione. Al paziente viene proposto un ulteriore trattamento estremamente invasivo che potrebbe forse prolungarne per poco tempo la vita, imponendogli però un peso enorme e senza una ragionevole prospettiva di beneficio proporzionato. Il paziente decide di rifiutarlo. Non necessariamente sta scegliendo il suicidio. Può semplicemente scegliere di non sottoporsi a un trattamento ormai sproporzionato.

Sono situazioni che, viste superficialmente, possono sembrare vicine. Moralmente sono profondamente differenti.

E se fosse nostro padre?

Qui la bioetica smette definitivamente di essere materia per convegni.

Immaginiamo che nostro padre sia ricoverato. I medici ci dicano che la malattia è irreversibile, che non esiste più una terapia capace di modificarne sostanzialmente il decorso e che un nuovo trattamento invasivo potrebbe prolungare la sopravvivenza, senza tuttavia offrire una prospettiva realistica di beneficio proporzionato.

Che cosa significherebbe amare nostro padre? Dire: «Fate tutto, qualsiasi cosa, purché continui a vivere»?

Oppure potrebbe arrivare un momento nel quale amare significa anche dire: «Non vogliamo che gli venga provocata la morte. Ma non vogliamo neppure imporgli trattamenti ormai sproporzionati. Curate il dolore. Controllate la dispnea. Non lasciatelo solo. E permetteteci di accompagnarlo»?

Questa seconda scelta non coincide necessariamente con l’eutanasia. Può rappresentare, nelle condizioni appropriate, proprio la rinuncia all’ostinazione irragionevole nei trattamenti.

Ed è importante che i cristiani lo sappiano. Perché altrimenti può verificarsi qualcosa di paradossale: per paura di «non fare tutto», possiamo finire per chiedere alla medicina ciò che la stessa morale cattolica non ci obbliga affatto a chiedere.

Un’attenzione particolare a nutrizione e idratazione

Su questo punto occorre essere particolarmente precisi.

La dottrina cattolica non considera automaticamente alimentazione e idratazione come terapie da sospendere semplicemente perché una persona si trova nella fase terminale. Samaritanus bonus le considera in linea di principio parte della cura dovuta alla persona, anche quando richiedano una via artificiale, finché l’organismo è in grado di beneficiarne.

Ma anche qui la valutazione non può prescindere dalla situazione concreta: la loro somministrazione non è moralmente obbligatoria quando non raggiunga più la propria finalità, risulti dannosa o provochi sofferenze inaccettabili.

Ancora una volta: non basta chiedersi che cosa tecnicamente possiamo fare. Dobbiamo chiederci quale bene stiamo realmente procurando alla persona.

La sedazione palliativa non è eutanasia

Anche su questo esiste molta confusione.

Quando una persona è nella fase terminale e presenta sintomi refrattari — cioè non adeguatamente controllabili attraverso altri interventi — può rendersi necessaria una sedazione palliativa. La finalità è ridurre la coscienza nella misura necessaria a controllare una sofferenza altrimenti non governabile.

Non si seda per far morire. Si seda per non lasciare una persona prigioniera di una sofferenza refrattaria.

Samaritanus bonus è molto chiara: la sedazione deve escludere come proprio scopo diretto l’intenzione di uccidere, anche quando possa incidere sul momento di una morte ormai inevitabile.

Anche la legislazione italiana, con la legge n. 219 del 22 dicembre 2017, disciplina la terapia del dolore e, nelle condizioni previste dall’articolo 2, la possibilità della sedazione palliativa profonda continua con il consenso del paziente.

Eutanasia e sedazione palliativa non possono quindi essere confuse semplicemente perché entrambe possono verificarsi nelle ultime ore o negli ultimi giorni della vita. La differenza riguarda ciò che viene fatto, perché viene fatto e con quale proporzionalità viene fatto.

«Nessuno si sostituisca alla coscienza»

Arriviamo allora a una delle affermazioni più delicate contenute nel post dal quale è partita questa riflessione.

Il medico sostiene che nessuno, «neanche il Papa», dovrebbe sostituirsi alla coscienza della persona che sta vivendo sulla propria pelle il tratto più difficile della propria esistenza.

Qui occorre distinguere. C’è qualcosa di profondamente vero: il malato non può essere trasformato nell’oggetto passivo delle decisioni altrui. La sua volontà deve essere ascoltata. La sua sofferenza deve essere presa sul serio. La sua coscienza deve essere rispettata e accompagnata.

Ma, nella concezione morale cattolica, la coscienza non crea autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. La coscienza è il luogo nel quale la persona cerca sinceramente di riconoscere il bene da compiere nella situazione concreta.

Perciò ascoltare una richiesta non significa necessariamente considerare moralmente buona la soluzione richiesta. Ed è precisamente qui che dovrebbe collocarsi l’accompagnamento cristiano.

Quando qualcuno dice: «Voglio morire»

Forse è questa la frase davanti alla quale dovremmo imparare maggiormente a fermarci.

Quando una persona gravemente malata dice: «Voglio morire», la prima risposta della Chiesa non dovrebbe essere una lezione di morale.

Dovrebbe essere una sedia avvicinata al letto. Qualcuno disposto a rimanere.

E poi domandare: «Che cosa non riesci più a sopportare?». «Hai dolore?». «Hai paura di soffocare?». «Temi di diventare un peso per i tuoi figli?». «Hai paura di perdere completamente la tua autonomia?». «Ti senti solo?». «Che cosa possiamo fare perché tu possa affrontare quello che stai vivendo?».

Questa non è una concessione al relativismo. È interessante che proprio Samaritanus bonus, mentre ribadisce con estrema chiarezza il giudizio morale sull’eutanasia e sul suicidio assistito, ricordi anche che dietro una domanda di morte possono esserci dolore non adeguatamente controllato, isolamento, sconforto e un’assistenza umana, psicologica e spirituale insufficiente.

Per questo dietro la frase «voglio morire» possono esserci realtà profondamente differenti. Prima di formulare un giudizio sulla persona bisogna comprendere che cosa quella persona ci sta realmente dicendo.

Ascoltare una domanda non significa necessariamente approvarne la soluzione.

Ma condannare una soluzione senza avere ascoltato fino in fondo la domanda rischia di trasformarsi in una forma di abbandono.

Il cristianesimo non è la religione del dolore

Questo punto mi sembra essenziale.

La sofferenza può certamente assumere, nella vita cristiana, un significato spirituale quando viene liberamente attraversata nella fede e unita alla Passione di Cristo. Ma questo non significa che la sofferenza sia un bene da ricercare. E soprattutto non significa che possa essere imposta.

Il cristianesimo non è la religione del dolore. È la fede in un Dio che è entrato nel dolore dell’uomo.

Cristo non ci ha insegnato ad amare la sofferenza. Ci ha insegnato ad amare chi soffre. Ed è una differenza decisiva.

Combattere il dolore, utilizzare analgesici, accompagnare attraverso le cure palliative e, quando necessario e clinicamente appropriato, ricorrere alla sedazione non significa necessariamente sottrarsi cristianamente alla croce. Può significare esercitare quella misericordia alla quale il Vangelo continuamente ci richiama.

Il Papa indica un principio, ma non decide il singolo caso clinico

Ed è probabilmente qui che collocherei anche le parole del Papa.

Quando il Pontefice ribadisce il rifiuto dell’eutanasia e del suicidio assistito, indica un principio morale. Ma quel principio non sostituisce il discernimento necessario per stabilire se una determinata ventilazione, una dialisi, un intervento chirurgico, una chemioterapia o un’altra procedura siano ancora proporzionati per quel determinato paziente.

Per questo occorre conoscere quella persona, quella malattia, quella prognosi, i benefici realisticamente prevedibili, i pesi e le sofferenze provocati dal trattamento.

Servono il medico e, quando necessario, il palliativista. Serve il paziente, quando è capace di esprimersi. Servono le persone legittimate a rappresentarlo quando non può farlo. In situazioni particolarmente complesse può essere preziosa una consulenza bioetica. E per chi crede può essere altrettanto prezioso un accompagnamento spirituale che sappia però rispettare le competenze cliniche.

Forse è proprio questo uno dei terreni sui quali anche la pastorale deve crescere. Non soltanto dire che cosa non bisogna fare. Ma aiutare concretamente le persone a discernere che cosa sia giusto fare quando guarire non è più possibile.

Una domanda per la Chiesa. E per ciascuno di noi

Forse, allora, la domanda che dovremmo porci non è soltanto: «Come possiamo impedire l’eutanasia?».

Dovremmo avere il coraggio di aggiungerne altre.

Le nostre comunità sanno accompagnare davvero chi sta morendo? Noi sacerdoti conosciamo sufficientemente la differenza tra eutanasia e rinuncia a trattamenti sproporzionati? Conosciamo davvero le cure palliative? Sappiamo che cosa sia una sedazione palliativa? Sappiamo stare accanto a una famiglia chiamata a prendere decisioni drammatiche?

Sappiamo riconoscere il momento nel quale continuare un trattamento significa ancora curare e quello nel quale può significare soltanto prolungare precariamente e dolorosamente il processo del morire?

E soprattutto: sappiamo rimanere accanto a qualcuno quando non possiamo più guarirlo?

Perché potrebbe arrivare un giorno nel quale una persona che amiamo ci dica: «Io non voglio uccidermi. Ma non voglio neppure continuare trattamenti che stanno soltanto prolungando il mio morire».

Quel giorno non basterà citare un documento. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile non conoscere quei documenti.

Avremo bisogno della medicina e della bioetica. Della coscienza e della prudenza. Delle cure palliative e della fede. Avremo bisogno di medici capaci di spiegare. Di familiari capaci di ascoltare. Di sacerdoti capaci di accompagnare senza sostituirsi né al medico né alla coscienza del malato.

E avremo soprattutto bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di prendere quella persona per mano.

La vita rimane un bene indisponibile e non siamo noi a poter decidere intenzionalmente di sopprimerla. Ma anche la morte appartiene alla nostra condizione umana.

Forse una delle sfide più delicate della medicina e della pastorale contemporanee consiste proprio nell’imparare a riconoscere il momento nel quale curare non significa più impedire la morte, ma accompagnare una persona perché possa attraversarla senza essere abbandonata, senza sofferenza evitabile e senza perdere la propria dignità.

Su questo credo che la Chiesa non debba avere paura di interrogarsi. Non per arretrare sulla difesa della vita. Ma per comprendere sempre meglio che cosa significhi davvero difenderla.

Fino alla fine.


Per approfondire

  • Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2279.
  • Congregazione per la Dottrina della Fede, Iura et bona. Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980.
  • Congregazione per la Dottrina della Fede, Samaritanus bonus. Lettera sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, 14 luglio 2020.
  • Legge 22 dicembre 2017, n. 219, in particolare artt. 1-2.

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