Si può amare profondamente una comunità senza possederla

Si può amare profondamente una comunità senza possederla
di Don Salvatore Danilo D’Alessandro

In queste ore, pensando alla morte di Enzo Bianchi, mi sono accorto che faccio fatica sia a unirmi agli elogi senza sfumature sia, al contrario, a quelle letture che sembrano voler approfittare della sua morte per riaprire processi e giudizi.
Forse perché la sua storia, soprattutto negli ultimi anni, è stata troppo complessa per essere racchiusa dentro una definizione.
Enzo Bianchi è stato certamente una figura importante della Chiesa italiana. Personalmente credo che gli si debba riconoscere di avere aiutato tantissime persone a riscoprire la Parola di Dio, il silenzio, la preghiera, il dialogo ecumenico, una spiritualità capace di parlare anche a chi viveva ai margini della pratica ecclesiale o guardava alla Chiesa con una certa distanza.
Ma sappiamo anche che la storia di Bose non è stata soltanto questo.
Gli ultimi anni sono stati segnati da una frattura dolorosa, da un conflitto interno, dall’intervento della Chiesa, dall’allontanamento del fondatore dalla comunità che egli stesso aveva generato.
Ed è proprio questo, più di ogni altra cosa, che in questi giorni mi fa pensare.
Lo dico soprattutto ai miei confratelli sacerdoti, ai religiosi e alle religiose della mia diocesi, ma anche a tutti coloro che, in forme diverse, esercitano una responsabilità nella Chiesa.
Mi domando: che rapporto abbiamo con ciò che costruiamo?
Una parrocchia, una comunità, un’associazione, un movimento, un’opera, un ufficio, un gruppo pastorale possono nascere anche dalla passione, dall’intuizione e dalla fatica di una persona. Ci spendiamo anni della nostra vita. Li vediamo crescere. Li sentiamo inevitabilmente un po’ nostri.
E forse proprio qui comincia una delle prove più difficili della vita spirituale.
Capire che ciò che abbiamo generato non ci appartiene.
Lo dico prima di tutto a me stesso.
Nella mia esperienza personale ho avuto la grazia di sperimentare qualcosa che ancora oggi considero un dono dello Spirito Santo.
Dopo aver servito la comunità di Maierato per venticinque anni, quando è arrivato il momento di andare via, mi sono accorto di portare nel cuore una grande leggerezza.
Non indifferenza, naturalmente. Non assenza di affetto. Venticinque anni di vita, di volti, di battesimi, matrimoni, funerali, gioie, fatiche, famiglie accompagnate, persone amate non si cancellano e non devono essere cancellati.
Eppure non ho sentito il bisogno di trattenere nulla.
Non ho avvertito quella sensazione per cui una comunità debba continuare ad appartenerti anche dopo che il tuo servizio è terminato. Non ho sentito di dover vigilare da lontano, di dover sapere tutto, di dover essere ancora consultato, di dover misurare ciò che sarebbe venuto dopo con ciò che avevo fatto io.
Quella leggerezza mi ha sorpreso.
E l’ho interpretata come un dono dello Spirito Santo: il dono di restituirmi libertà e di liberarmi dall’attaccamento.
Mi ha fatto comprendere qualcosa che forse avevo predicato tante volte senza averlo ancora sperimentato fino in fondo:
si può amare profondamente una comunità senza possederla.
Anzi, forse proprio quando riusciamo a lasciarla andare scopriamo quanto l’abbiamo amata davvero.
Noi sacerdoti possiamo facilmente convincerci che una comunità non potrebbe andare avanti senza di noi. Possiamo affezionarci al nostro ruolo, al consenso delle persone, alla gratitudine che riceviamo, perfino alla convinzione di essere diventati indispensabili.
A volte accade in buona fede. Non c’è necessariamente sete di potere. Può esserci semplicemente tanto amore per ciò che abbiamo costruito.
Ma anche l’amore, quando non sa lasciare andare, può trasformarsi.
Forse una delle forme più alte della paternità consiste proprio nel preparare il giorno in cui non saremo più necessari.
Mi impressiona pensare a questo anche guardando alla storia di Bose.
Un uomo può dedicare quasi tutta la propria vita alla nascita di una comunità, darle un volto, una spiritualità, una visibilità internazionale e poi arrivare, nella parte finale della propria esistenza, a sperimentare la separazione proprio da quella realtà.
Non mi interessa stabilire da lontano chi avesse ragione e chi torto. Sarebbe presuntuoso. Le dinamiche interne di una comunità sono sempre molto più complesse delle ricostruzioni che ne facciamo dall’esterno.
Mi interessa invece la domanda che quella vicenda lascia anche a noi.
Sappiamo distinguere il carisma dalla nostra persona?
E, dall’altra parte, sappiamo riconoscere un padre senza essere costretti a mantenerlo per sempre al centro?
Sono domande che riguardano i fondatori delle grandi comunità, certamente, ma riguardano anche il parroco di un piccolo paese, il superiore di una casa religiosa, il responsabile di un ufficio diocesano, chi dirige un’associazione, chi anima un’opera pastorale.
Prima o poi tutti dobbiamo imparare a consegnare qualcosa.
Un incarico. Una responsabilità. Un progetto. Una comunità. Persino l’immagine che gli altri hanno costruito di noi.
E forse proprio lì si vede quanto siamo veramente liberi.
C’è poi un particolare della vicenda di Enzo Bianchi che mi ha colpito profondamente.
Negli ultimi tempi della sua vita era nato il desiderio di un incontro e di una riconciliazione con Bose. La morte è arrivata prima che questo potesse compiersi pienamente.
Questa cosa mi commuove.
Perché alla fine, dopo tanti anni, dopo i conflitti, le incomprensioni, le sofferenze e probabilmente anche le parole che hanno ferito da entrambe le parti, ciò che rimaneva era il desiderio di incontrarsi ancora.
Forse dovremmo pensarci un po’ di più anche noi uomini di Chiesa.
Quante energie consumiamo per difendere una posizione, un ruolo, una lettura dei fatti, una competenza, uno spazio che consideriamo nostro?
Quante volte lasciamo che una ferita diventi distanza, che la distanza diventi silenzio e che il silenzio, col passare degli anni, diventi quasi impossibilità di tornare indietro?
E poi arriva un momento in cui molte delle cose per le quali abbiamo combattuto perdono improvvisamente importanza.
Restano le persone. Restano le relazioni.
Restano le parole che avremmo potuto dire. Restano gli abbracci rimandati.
Per questo oggi non sento il bisogno né di canonizzare Enzo Bianchi né di condannarlo.
Sento piuttosto di ringraziare Dio per tutto il bene che attraverso di lui è passato e, nello stesso tempo, di lasciare che anche le contraddizioni della sua storia diventino una domanda per la mia vita.
Perché nessuno di noi coincide soltanto con il bene che ha fatto, così come nessuno coincide soltanto con i propri errori.
Siamo uomini.
Anche quando indossiamo una veste ecclesiastica. Anche quando guidiamo una comunità. Anche quando gli altri ci riconoscono un carisma o un’autorità.
E forse dovremmo ricordarcelo più spesso.
Le nostre opere passeranno ad altri. I nostri incarichi finiranno. Verrà qualcuno che farà diversamente da noi, magari anche meglio di noi. Verrà un giorno nel quale dovremo fare un passo indietro e permettere a ciò che abbiamo amato di camminare senza di noi.
Non è una sconfitta.
Forse è proprio quello il momento in cui una paternità diventa veramente feconda.
E oggi, ripensando ai miei venticinque anni a Maierato, sento gratitudine proprio per questo: per aver potuto amare tanto e, al momento giusto, aver potuto lasciare andare senza sentirmi privato di qualcosa.
Forse la libertà sacerdotale passa anche da qui.
Servire con tutto se stessi, ma senza diventare proprietari di ciò che si serve.
Amare profondamente, ma senza trattenere.
Generare, ma senza pretendere che ciò che abbiamo generato continui per sempre a portarci al centro.
Alla fine i fondatori passano, i parroci passano, i superiori passano, i vescovi passano. Il Vangelo rimane.
E forse la cosa più bella che possiamo sperare, quando arriverà per ciascuno di noi il momento di consegnare ciò che abbiamo ricevuto, è poter dire semplicemente: ho cercato di seminare qualcosa. Ora non è più mio.


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