Vignetta ironica su organizzazione pastorale e improvvisazione nella Chiesa

La Chiesa non è un’azienda. Ma neppure l’improvvisazione è un carisma

Quando la spiritualità diventa un alibi per non organizzare e il dissenso una scorciatoia per non pensare

di don Danilo D’Alessandro

C’è un’abitudine che si sta diffondendo, non soltanto nel dibattito pubblico ma anche negli ambienti ecclesiali: rispondere a ciò che gli altri non hanno detto. Si ascolta un’affermazione, la si interpreta attraverso le proprie convinzioni, magari la si deforma quel tanto che basta per renderla facilmente contestabile e, infine, si costruisce una risposta contro un pensiero che esiste soltanto nella mente di chi replica.

È una forma di confronto piuttosto singolare. Non si discute più con l’interlocutore, ma con la caricatura che se ne è costruita.

Mi è capitato recentemente di riflettere sulla necessità che la Chiesa, nella sua organizzazione pastorale, impari a dare maggiore organicità alle tante iniziative che promuove. Il ragionamento era semplice: non mancano le attività, gli incontri, i progetti, le proposte formative, le celebrazioni e le occasioni di evangelizzazione. Quello che talvolta manca è una struttura capace di collegare queste esperienze, inserirle in una visione comune, programmarle, accompagnarne l’attuazione e verificarne i risultati.

In altre parole, programmare, realizzare e verificare, affinché ciò che si fa non si esaurisca nell’entusiasmo del momento, ma diventi parte di un cammino riconoscibile, coerente e continuativo.

La risposta è arrivata puntuale: «La Chiesa non è un’azienda. Non possiamo sacrificare la centralità di Cristo sull’altare dell’efficientismo».

Un’affermazione certamente condivisibile. Peccato che nessuno avesse sostenuto il contrario.

Ed è proprio qui che nasce il problema.

Il comodo espediente di combattere ciò che nessuno sostiene

Dire che la Chiesa ha bisogno di organizzazione non significa sostenere che debba diventare un’azienda. Affermare la necessità di una programmazione pastorale non significa sostituire il Vangelo con un piano industriale. Chiedere di verificare i risultati delle iniziative non significa misurare la grazia di Dio attraverso indicatori di produttività.

Sono contrapposizioni artificiose, che forse funzionano sul piano retorico, ma non aiutano a comprendere la questione. Anzi, finiscono per eluderla.

Perché la domanda vera non è se Cristo debba rimanere al centro della vita ecclesiale. Su questo, almeno in linea di principio, non dovrebbe esserci alcuna discussione.

La domanda è un’altra: come può una comunità che riconosce Cristo come proprio centro organizzare responsabilmente la propria missione?

E ancora: come possiamo evitare che risorse umane, economiche e spirituali vengano disperse in una successione di iniziative scollegate, spesso affidate alla buona volontà dei singoli, senza una progettualità capace di garantirne la continuità?

A queste domande non si risponde invocando genericamente la spiritualità. Si risponde assumendosi la responsabilità di pensare, progettare e scegliere.

Il rischio di uno spiritualismo che non si confronta con la realtà

Credo sia necessario distinguere la spiritualità autentica da una sua deformazione, che potremmo chiamare spiritualismo.

La spiritualità cristiana non allontana dalla realtà, ma insegna ad abitarla con maggiore responsabilità. Non dispensa dall’impegno, ma lo orienta. Non sostituisce la fatica del discernimento, ma la rende ancora più necessaria.

Lo spiritualismo, invece, rischia di trasformare il richiamo a Dio in una risposta buona per ogni domanda, anche quando quella domanda riguarda problemi concretissimi che richiederebbero competenza, organizzazione e capacità decisionale.

È una tentazione sottile: parlare continuamente di Cristo senza domandarsi se il nostro modo di operare renda davvero credibile l’annuncio del suo Vangelo.

Perché anche la disorganizzazione ha delle conseguenze pastorali.

Un progetto che nasce e muore senza lasciare traccia, un’iniziativa che non dialoga con le altre, un percorso formativo che non trova continuità, una comunità che ricomincia ogni anno da zero non sono semplicemente problemi amministrativi. Sono occasioni mancate.

E talvolta sono anche forme di mancato rispetto verso il tempo, la disponibilità e la generosità delle persone che si mettono al servizio della Chiesa.

Non possiamo chiedere continuamente partecipazione, corresponsabilità e impegno, per poi considerare secondaria la necessità di dare un senso unitario e una prospettiva concreta a ciò che proponiamo.

La buona volontà è preziosa, ma non può diventare il sistema organizzativo permanente di una comunità ecclesiale.

Gesù al centro non significa organizzazione ai margini

Basterebbe leggere con attenzione gli Atti degli Apostoli per comprendere quanto sia fragile la contrapposizione tra fedeltà al Vangelo e organizzazione della comunità.

Quando emerge il problema della distribuzione quotidiana alle vedove, gli apostoli non rispondono che bisogna pregare di più e preoccuparsi meno dell’organizzazione. Riconoscono un problema concreto, convocano la comunità, individuano responsabilità e affidano compiti precisi.

La soluzione descritta nel sesto capitolo degli Atti non nasce da un cedimento all’efficientismo, ma dalla necessità di custodire insieme la preghiera, l’annuncio della Parola e il servizio alle persone.

È una scelta profondamente spirituale proprio perché è anche concretamente organizzativa.

San Paolo, del resto, presenta la comunità cristiana come un corpo nel quale le diverse membra svolgono funzioni differenti, ma coordinate. Non è forse questa una delle immagini più efficaci di ciò che dovrebbe essere una pastorale organica?

La Chiesa non è un’azienda perché la sua origine, la sua natura e la sua finalità non sono economiche. Non cerca il profitto, ma annuncia la salvezza. Non produce beni di consumo, ma testimonia la presenza del Regno di Dio.

Tuttavia, proprio perché la sua missione è così importante, non può permettersi di affrontarla con superficialità.

L’organizzazione non è il fine della Chiesa. È uno degli strumenti attraverso i quali la Chiesa può servire meglio la propria missione.

Il problema nasce quando lo strumento pretende di sostituirsi al fine. Ma nasce anche quando, per paura di questa sostituzione, si rinuncia a utilizzare strumenti necessari.

Sono due errori speculari. L’efficientismo pretende di ridurre tutto a risultati misurabili. Lo spiritualismo pretende di sottrarre tutto alla responsabilità della verifica. La sapienza pastorale dovrebbe evitare entrambi.

Programmare non significa ingabbiare lo Spirito

Esiste poi un’altra obiezione, spesso implicita: programmare troppo significherebbe lasciare poco spazio all’azione dello Spirito Santo.

Ma chi ha stabilito che lo Spirito agisca meglio nella confusione che nella responsabilità?

Il discernimento ecclesiale non è improvvisazione. Richiede ascolto, confronto, studio, conoscenza delle situazioni, capacità di leggere i bisogni e disponibilità a correggere le scelte.

Un programma pastorale non dovrebbe essere una gabbia rigida, ma una direzione condivisa.

Programmare significa sapere dove si vuole andare. Realizzare significa assumersi la responsabilità del cammino. Verificare significa avere l’umiltà di domandarsi se la strada percorsa sia stata davvero quella giusta.

E la verifica, in una comunità cristiana, non può limitarsi ai numeri.

Non basta sapere quante persone abbiano partecipato a un incontro. Bisogna chiedersi se quell’incontro abbia generato relazioni, favorito una maggiore consapevolezza della fede, aperto percorsi di responsabilità, raggiunto persone normalmente escluse dalla vita ecclesiale.

Non basta contare le iniziative. Occorre comprenderne il significato e valutarne i frutti.

Una Chiesa che verifica non è necessariamente una Chiesa ossessionata dai risultati. Può essere, al contrario, una Chiesa sufficientemente umile da riconoscere che non tutto ciò che organizza è automaticamente utile soltanto perché è stato organizzato.

La verifica pastorale, se vissuta correttamente, è anche un esercizio di conversione.

La critica è necessaria. Ma dovrebbe costare almeno la fatica di capire

C’è infine un aspetto che merita una riflessione più ampia e che riguarda il modo in cui discutiamo.

Ho grande rispetto per il dissenso. Anzi, ritengo che una comunità nella quale nessuno osi esprimere un’opinione diversa sia una comunità destinata progressivamente a impoverirsi.

Ma il dissenso, per essere fecondo, deve possedere almeno due caratteristiche: comprendere ciò che contesta e assumersi la responsabilità di proporre un’alternativa.

Altrimenti rischia di diventare un semplice esercizio di opposizione.

Capita di assistere a discussioni nelle quali qualcuno presenta una riflessione preparata, studiata, magari affidata a un testo scritto, nel quale ogni parola è stata ponderata e ogni proposta inserita in un ragionamento complessivo.

Poi arriva chi, senza aver dedicato un tempo paragonabile allo studio della questione, improvvisa una replica, spesso costruita su qualche formula di sicuro effetto.

Naturalmente, il fatto di aver scritto un intervento non rende automaticamente giuste le sue conclusioni. E neppure la spontaneità di una risposta la rende necessariamente superficiale.

Esistono osservazioni immediate capaci di cogliere problemi che pagine di analisi non hanno individuato.

Ma esiste anche una differenza sostanziale tra l’intuizione intelligente e la reazione istintiva.

La prima apre una questione. La seconda, spesso, cerca soltanto di chiuderla con una battuta.

Non tutte le opinioni hanno alle spalle lo stesso lavoro di approfondimento, anche se tutte le persone meritano lo stesso rispetto.

È una distinzione che abbiamo quasi paura di fare, perché rischia di apparire poco democratica.

Eppure il confronto autentico non consiste nel fingere che ogni affermazione abbia identico fondamento. Consiste nel riconoscere a ciascuno il diritto di parlare, chiedendo però a tutti la responsabilità di argomentare.

Criticare è legittimo. Ma la critica dovrebbe essere almeno altrettanto esigente quanto la proposta che intende contestare.

Altrimenti si finisce per premiare chi reagisce più velocemente, non chi comprende più profondamente.

Quando essere contro diventa un’identità

C’è poi una dinamica ancora più problematica: quella di chi sembra aver bisogno di collocarsi sempre dalla parte opposta rispetto a un determinato interlocutore.

In questi casi il contenuto diventa quasi secondario.

Non si valuta più se un’idea sia giusta o sbagliata, utile o inutile, fondata o discutibile. Si valuta soprattutto chi l’ha espressa.

Se proviene da una persona verso la quale si nutrono riserve, diffidenze o semplicemente antipatia, diventa qualcosa da contrastare.

È il passaggio dal confronto sulle idee alla contrapposizione tra le persone.

E quando questo accade negli ambienti ecclesiali, il problema assume una particolare gravità.

Perché una comunità cristiana dovrebbe essere il luogo nel quale l’ascolto precede il giudizio, la ricerca della verità conta più dell’affermazione personale e la comunione non viene confusa con l’uniformità.

Non significa rinunciare al confronto, anche acceso.

Significa imparare a distinguere tra il desiderio di contribuire a una riflessione comune e il bisogno di dimostrare che l’altro ha torto.

Sono due atteggiamenti profondamente diversi. Il primo costruisce. Il secondo consuma energie.

E forse dovremmo avere il coraggio di riconoscere che, talvolta, anche dietro parole apparentemente molto spirituali possono nascondersi dinamiche profondamente umane: rivalità, resistenze al cambiamento, difesa delle proprie abitudini, difficoltà ad accettare proposte che non abbiamo formulato personalmente.

Non sempre chi invoca un principio sta davvero difendendo quel principio. Qualche volta lo utilizza semplicemente come argomento per opporsi.

Una Chiesa capace di pensare insieme

La questione, alla fine, è molto più importante della singola discussione dalla quale è nata questa riflessione.

Riguarda il modello di Chiesa che desideriamo costruire.

Una Chiesa che moltiplica iniziative senza riuscire a collegarle? Una Chiesa nella quale ogni ufficio, ogni organismo e ogni realtà pastorale procede autonomamente, magari con grande generosità, ma senza una visione condivisa?

Oppure una Chiesa capace di riconoscere le proprie priorità, valorizzare le competenze, distribuire responsabilità, coordinare le risorse e verificare insieme il cammino compiuto?

Non credo che la seconda ipotesi sia meno evangelica della prima.

Credo, al contrario, che possa rappresentare una forma più matura di corresponsabilità ecclesiale.

Naturalmente, tutto questo richiede una condizione fondamentale: che la programmazione non sia imposta dall’alto come un meccanismo burocratico, ma nasca da un autentico discernimento comunitario.

La sinodalità non consiste nel moltiplicare riunioni o nel consentire a tutti di intervenire.

Consiste nel costruire processi nei quali l’ascolto diventi discernimento, il discernimento generi decisioni e le decisioni si traducano in responsabilità verificabili.1

Se manca questo passaggio, rischiamo di avere molte parole sulla partecipazione e pochissima partecipazione alle scelte effettive.

E anche questo, a ben vedere, è un problema spirituale.

Il Vangelo merita anche la nostra intelligenza

Forse dovremmo smettere di considerare l’intelligenza organizzativa come una minaccia alla vita spirituale.

La fede non ci chiede di rinunciare alla ragione. La grazia non elimina la responsabilità. La fiducia nella Provvidenza non ci dispensa dal fare bene ciò che dipende da noi.

Una comunità che programma con intelligenza, agisce con generosità e verifica con umiltà non sta necessariamente cedendo alla logica aziendale.

Sta cercando di essere fedele alla propria missione anche attraverso la qualità delle proprie scelte.

E una comunità che discute seriamente, nella quale le proposte vengono studiate prima di essere contestate e le obiezioni vengono formulate per migliorare anziché per demolire, non è una comunità meno spirituale.

È una comunità che prende sul serio la dignità del pensiero e la responsabilità della parola.

Non abbiamo bisogno di trasformare la Chiesa in un’azienda.

Abbiamo bisogno di evitare che il richiamo alla sua natura spirituale diventi la giustificazione della disorganizzazione, dell’improvvisazione o dell’assenza di responsabilità.

E non abbiamo bisogno di persone sempre d’accordo.

Abbiamo bisogno di persone capaci di dissentire dopo aver ascoltato, di criticare dopo aver compreso e, possibilmente, di proporre dopo aver studiato.

Perché il problema non è avere opinioni differenti.

Il problema è quando smettiamo di cercare insieme ciò che è vero e cominciamo ad accontentarci di dimostrare che l’altro ha torto.

E forse il primo servizio che possiamo rendere alla Chiesa è proprio questo: imparare a discutere senza deformare il pensiero altrui, a progettare senza dimenticare il Vangelo e a invocare lo Spirito Santo senza pretendere che debba supplire continuamente alla nostra mancanza di preparazione.

Perché lo Spirito Santo illumina il discernimento, ma non ci autorizza a rinunciare alla fatica di pensare.


1 Cfr. Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 25-33, in particolare n. 27, dove il Pontefice auspica una trasformazione delle strutture ecclesiali affinché diventino «più missionarie» e la pastorale ordinaria sia «più espansiva e aperta». Al n. 33 invita inoltre ad abbandonare il comodo criterio pastorale del «si è fatto sempre così», sollecitando una revisione creativa di obiettivi, strutture, stile e metodi evangelizzatori.


Scopri di più da Don Danilo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Commenti

Rispondi