La violenza è intollerabile. Ma soltanto quando accade sotto casa nostra?

Dalle piazze italiane alle guerre dimenticate, una riflessione sulla giustizia, sulla coscienza e sulla pericolosa abitudine di misurare la dignità umana con due pesi e due misure.

Le immagini che arrivano da Milano, Bologna e da altre città italiane non possono lasciarci indifferenti. Vetrine infrante, arredi urbani distrutti, scontri con le forze dell’ordine: sono scene che feriscono la convivenza civile, compromettono il diritto di manifestare pacificamente e danneggiano persone che spesso non hanno alcuna responsabilità nelle tensioni sociali.

Il Governo italiano ha reagito con fermezza, annunciando ulteriori misure di sicurezza, alcune delle quali riguardano direttamente i minorenni. La violenza non può essere giustificata e chi distrugge deve rispondere delle proprie azioni.

È un principio che condivido. La violenza non diventa giusta perché nasce da una protesta. La rabbia non conferisce a nessuno il diritto di aggredire, devastare o mettere in pericolo altre persone.

Eppure, proprio davanti a queste affermazioni così nette, avverto il bisogno di porre una domanda inevitabile: la violenza è davvero sempre intollerabile oppure lo diventa soprattutto quando minaccia il nostro ordine, i nostri interessi, le nostre città?

Siamo capaci di indignarci immediatamente davanti a una vetrina distrutta, ma non sempre manifestiamo la stessa determinazione morale davanti a una casa bombardata, a una famiglia sterminata, a una comunità cristiana perseguitata, a bambini che muoiono sotto le macerie o per la fame.

Naturalmente non è vero che nessuno denunci queste tragedie. Esistono voci coraggiose, organizzazioni umanitarie, comunità religiose e persone che continuano a difendere le vittime. Ma troppo spesso l’indignazione pubblica e la risposta politica sembrano dipendere dalla geografia, dalle alleanze internazionali, dagli interessi economici e dall’identità di chi esercita la violenza.

Quando la morale diventa selettiva

Non possiamo proclamare che la violenza è sempre inaccettabile e poi cercare continuamente attenuanti quando essa viene esercitata da chi consideriamo un alleato, da uno Stato economicamente importante o da un potere con il quale intratteniamo rapporti strategici.

Non possiamo pretendere il rispetto della legalità nelle nostre piazze e diventare evasivi quando il diritto internazionale viene violato, quando i civili sono colpiti indiscriminatamente o quando intere popolazioni vengono private delle condizioni essenziali per vivere.

Le situazioni non sono tutte uguali. Esistono responsabilità, circostanze e distinzioni giuridiche che vanno rispettate. Ma il valore della vita umana non può cambiare in base alla nazionalità della vittima o alla convenienza politica del momento.

Una vetrina infranta è un danno ingiusto che deve essere riparato. Una vita innocente spezzata è una tragedia irreparabile. Non si tratta di mettere in concorrenza le sofferenze, né di giustificare un male attraverso un male più grande. Si tratta di riconoscere che una coscienza morale autentica non può essere inflessibile con i deboli e accomodante con i potenti.

Penso alle popolazioni civili travolte dalle guerre, ai cristiani perseguitati per la loro fede, alle minoranze religiose costrette a fuggire, alle famiglie che vivono sotto la minaccia delle armi. Penso anche a tutte quelle vittime che non ricevono neppure un nome nei nostri notiziari.

Chi decide quali sofferenze meritano la nostra indignazione? Chi stabilisce quali morti debbano scuotere le coscienze e quali possano essere archiviate come conseguenze inevitabili della politica internazionale? Se la risposta dipende dalla convenienza, allora non stiamo più difendendo un principio morale universale. Stiamo amministrando un’indignazione selettiva.

I giovani violenti e le domande che non vogliamo ascoltare

Quando vediamo ragazzi, talvolta giovanissimi, trasformare una manifestazione in uno scontro violento, la prima reazione è quella di chiedere punizioni più severe, controlli più rigidi e nuove forme di repressione. La responsabilità personale esiste e non deve essere cancellata. Anche un giovane deve comprendere che le proprie azioni producono conseguenze.

Ma siamo davvero convinti che basti aumentare le pene per risolvere ciò che sta accadendo? Possiamo considerare la violenza giovanile soltanto un problema di ordine pubblico, senza interrogarci sul contesto culturale, sociale ed educativo nel quale essa matura?

Non sappiamo se ogni ragazzo coinvolto negli scontri sia mosso da una richiesta di giustizia. Sarebbe ingenuo pensarlo. Ci sono comportamenti opportunistici, dinamiche di gruppo, desiderio di sopraffazione e forme di aggressività che nulla hanno a che vedere con un autentico impegno civile.

Ma sarebbe altrettanto superficiale ridurre tutto a una questione di criminalità, senza chiederci che cosa stia accadendo nel rapporto tra le nuove generazioni e le istituzioni.

Viviamo in una società nella quale molti giovani percepiscono un futuro incerto, il lavoro non sempre garantisce dignità, le disuguaglianze diventano più visibili e la fiducia nella politica e nelle istituzioni si indebolisce.

A questo si aggiunge una contraddizione educativa devastante: chiediamo ai giovani di rifiutare la violenza mentre il mondo degli adulti continua a mostrarla come uno strumento attraverso il quale si risolvono conflitti, si difendono interessi e si affermano rapporti di forza.

Che credibilità ha un mondo adulto che insegna ai ragazzi a non usare la forza mentre continua a presentare la forza come linguaggio ordinario della politica internazionale? Non sto dicendo che la violenza delle piazze sia la conseguenza automatica delle guerre o delle ingiustizie globali. Sarebbe una spiegazione troppo semplice. Sto dicendo che l’incoerenza degli adulti indebolisce l’autorevolezza della loro proposta educativa.

Una società incapace di ascoltare il disagio prima che esploda rischia di accorgersi dei propri giovani soltanto quando diventano un problema di sicurezza.

La sicurezza non può sostituire la giustizia

Uno Stato ha il dovere di proteggere i cittadini, tutelare le forze dell’ordine, garantire la libertà di manifestare e impedire che le città diventino luoghi di paura. Su questo non possono esserci ambiguità. Ma la sicurezza, da sola, non costruisce una società giusta.

Una legge può impedire un comportamento, punire un reato, limitare un rischio. Non può, da sola, restituire fiducia a chi l’ha perduta, offrire prospettive a chi non ne vede o ricostruire un rapporto educativo spezzato.

E quando si interviene sui minori, la responsabilità diventa ancora più delicata. Il giovane che sbaglia deve essere chiamato a rispondere delle proprie azioni, ma non può essere considerato semplicemente un adulto in miniatura al quale applicare una pena più severa.

La giustizia minorile dovrebbe mantenere una finalità profondamente educativa, capace di coniugare responsabilità, riparazione del danno, recupero e reinserimento sociale. Altrimenti rischiamo di trasformare la fragilità in una condanna anticipata.

Il problema non è scegliere tra sicurezza e giustizia sociale. Il problema è comprendere che senza giustizia sociale la sicurezza rischia di diventare soltanto gestione permanente del conflitto.

Il Vangelo non conosce vittime di serie A e di serie B

Da sacerdote sento che questa riflessione non può fermarsi alla politica. Deve raggiungere il terreno della coscienza. Gesù proclama beati gli operatori di pace e ci consegna una misura esigente dell’amore, che supera i confini dell’appartenenza, dell’interesse e persino dell’inimicizia.

Nel Vangelo, la dignità della persona non dipende dalla sua provenienza, dalla sua religione, dalla sua utilità sociale o dalla sua collocazione politica. Per questo la coscienza cristiana non può accettare una graduatoria della sofferenza umana.

Non possiamo commuoverci per una famiglia italiana colpita dalla violenza e rimanere indifferenti davanti a una famiglia palestinese, ucraina, sudanese o di qualunque altra parte del mondo che vive la medesima tragedia.

Non possiamo difendere la libertà religiosa soltanto quando riguarda noi e dimenticare chi viene perseguitato perché cristiano o perché appartiene a un’altra comunità di fede.

Non possiamo chiedere ai nostri ragazzi il rispetto della vita e poi accettare con rassegnazione che la vita dei civili diventi una variabile secondaria nelle strategie militari. Il Vangelo non autorizza questa doppia morale. E soprattutto non ci consente di trasformare la pace in uno slogan da utilizzare quando conviene.

La pace è una responsabilità che richiede coerenza, coraggio e disponibilità a denunciare l’ingiustizia anche quando questa denuncia risulta scomoda.

La cenere sotto la quale continua a covare il fuoco

Mi domando allora se dietro alcune manifestazioni di rabbia non si nasconda anche una domanda che non siamo più capaci di riconoscere. Una domanda di giustizia, di ascolto, di partecipazione, di credibilità.

Questo non significa attribuire intenzioni nobili a ogni gesto violento. Significa rifiutare l’idea che condannare un comportamento equivalga ad averne compreso le cause.

Quando una società perde la capacità di distinguere tra la condanna della violenza e l’ascolto del disagio, rischia di alimentare proprio ciò che vorrebbe combattere. E quando le istituzioni chiedono ai cittadini una coerenza morale che esse stesse faticano a dimostrare nelle scelte nazionali e internazionali, si crea una frattura pericolosa.

È in questa frattura che possono crescere sfiducia, risentimento, radicalizzazione e rifiuto delle regole comuni. La violenza non diventa mai una risposta giusta all’ingiustizia. Ma l’ingiustizia ignorata può diventare il terreno sul quale la violenza trova nuovi pretesti e nuovi seguaci.

Per questo non basta spegnere gli incendi delle piazze. Bisogna avere il coraggio di guardare anche ciò che continua a covare sotto la cenere.

La coerenza è la prima forma di autorevolezza

Vorrei che da questi giorni difficili nascesse una riflessione più profonda. Vorrei che chi governa non si limitasse a chiedere il rispetto delle regole, ma mostrasse con altrettanta determinazione che la difesa della dignità umana non conosce confini.

Vorrei che la politica avesse il coraggio di condannare la violenza con lo stesso rigore morale, indipendentemente da chi la commette e da chi la subisce, pur riconoscendo le necessarie differenze tra situazioni e responsabilità.

Vorrei che i giovani comprendessero che distruggere non significa costruire giustizia, che aggredire un agente non rende più credibile una protesta e che la forza di un ideale si misura anche dalla capacità di difenderlo senza tradirlo nei mezzi.

Ma vorrei anche che gli adulti smettessero di pretendere dai giovani una coerenza che troppo spesso non praticano. Perché l’autorevolezza non nasce soltanto dalla capacità di imporre una regola. Nasce dalla credibilità di chi la propone.

Non possiamo costruire una cultura della pace condannando soltanto la violenza che disturba la nostra tranquillità. Non possiamo educare alla legalità senza educare alla giustizia. Non possiamo difendere l’ordine pubblico dimenticando il bene comune. E non possiamo chiedere ai giovani di rispettare la vita se non siamo pronti a difenderla ovunque, senza eccezioni di convenienza.

Alla fine, la domanda più importante non è soltanto quale pena debba ricevere chi distrugge una vetrina. È quale responsabilità morale abbiamo tutti noi davanti a un mondo che sembra indignarsi più facilmente per ciò che viene distrutto che per chi viene ucciso.

Perché una società che protegge le cose, ma diventa selettiva nel difendere le persone, rischia di conservare l’ordine perdendo la propria coscienza. E senza coscienza, anche la sicurezza finisce per essere una promessa fragile.

Don Danilo D’Alessandro – 21 ottobre 2026


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