Grattacielo moderno a Guadalajara visto dalla città sotto un cielo nuvoloso

CI SONO PERSONE CHE SALGONO COSÌ IN ALTO DA DIVENTARE PICCOLISSIME

La statura di un uomo non si misura dalla sua altezza, ma dalla sua capacità di stare accanto agli altri.

Ieri sera, a Guadalajara, sono salito con un piccolo gruppo di amici al quarantaduesimo piano di un grande albergo. Una serata piacevole, trascorsa in buona compagnia, con una vista straordinaria sulla città illuminata. Da quell’altezza le strade sembravano piccoli nastri luminosi, le automobili minuscoli giocattoli e gli edifici, che dal basso appaiono imponenti, perdevano improvvisamente buona parte della loro presunta grandezza.

Guardando quel panorama, mi è venuta in mente una curiosa somiglianza tra i grattacieli e certi esseri umani. Con una differenza sostanziale: i grattacieli, per quanto alti, non si montano la testa. Alcune persone, invece, riescono nell’impresa di farlo anche senza aver raggiunto grandi altezze.

Ci sono individui che trascorrono buona parte della loro esistenza cercando di salire. Salire nella carriera, nella considerazione sociale, nelle gerarchie, nei ruoli, nei titoli, nelle cariche. E fin qui nulla di male. Il desiderio di migliorare la propria condizione appartiene alla natura umana e può rappresentare persino una virtù, quando è accompagnato dall’impegno, dalla competenza e dal senso di responsabilità.

Il problema comincia quando, arrivati a un certo piano, alcuni dimenticano completamente da dove sono partiti. Peggio ancora, dimenticano chi sono.

È un fenomeno abbastanza curioso. Fino al giorno prima erano persone normali, capaci di salutare, ascoltare, sorridere e magari perfino chiedere un favore. Poi arriva una nomina, una promozione, un incarico, una poltrona particolarmente comoda, e si verifica una trasformazione che meriterebbe uno studio antropologico. La schiena si irrigidisce, il mento si solleva, lo sguardo assume quell’aria vagamente distratta di chi sembra avere sempre qualcosa di più importante da fare. Persino il saluto diventa una concessione.

Qualcuno, probabilmente, dovrebbe ricordare loro che essere saliti di qualche piano non significa necessariamente essere cresciuti di qualche centimetro.

Anzi, talvolta accade esattamente il contrario.

Ho conosciuto persone che, raggiunte posizioni importanti, sono diventate ancora più umili, disponibili e attente. E ne ho incontrate altre che, ottenuto un piccolo spazio di potere, hanno cominciato a comportarsi come se il mondo avesse finalmente trovato il proprio centro di gravità.

Sono i palloni gonfiati dell’esistenza. Persone che scambiano il volume del proprio ego per la consistenza della propria personalità. Occupano molto spazio, fanno parecchio rumore, pretendono continua attenzione, ma basta una piccola puntura della realtà perché tutta quella presunta grandezza si riveli per ciò che è: aria.

Il narcisismo, del resto, possiede una caratteristica singolare. Più cresce, più restringe il campo visivo. Chi ne è prigioniero finisce per non vedere oltre il proprio naso, pur essendo convinto di dominare orizzonti sconfinati. Guarda gli altri dall’alto in basso, ma non si accorge che quella prospettiva, anziché ingrandirlo, rivela soltanto la sua povertà interiore.

E così capita di incontrare persone che si credono giganti soltanto perché occupano una posizione elevata, mentre la loro statura umana rimane sorprendentemente modesta.

Naturalmente non parlo dell’altezza fisica. Quella è una questione di centimetri, e la natura distribuisce i centimetri senza consultare il curriculum. Parlo di quella statura morale, intellettuale e spirituale che non si acquista con una nomina, non si eredita con un titolo e soprattutto non si può imporre attraverso un organigramma.

Si può essere giganti nella posizione e nani nell’anima.

La cosa più triste è che spesso queste persone non se ne accorgono. Circondate da chi le asseconda, finiscono per scambiare la deferenza per stima, il silenzio per consenso e la paura per rispetto. Si convincono che tutti le ammirino, quando magari molti stanno soltanto aspettando che terminino di parlare.

Il potere, anche quello piccolo, possiede una straordinaria capacità di alterare la percezione di sé. Non rende necessariamente arroganti, ma offre all’arroganza un palcoscenico particolarmente favorevole. E quando manca una solida vita interiore, il ruolo finisce per divorare la persona.

Eppure basterebbe una domanda molto semplice: chi saresti, se domani ti togliessero la carica, il titolo, la poltrona, il seguito e tutti quei piccoli privilegi che oggi ti fanno sentire così importante?

Che cosa rimarrebbe di te?

È una domanda scomoda, perché ci costringe a distinguere ciò che siamo da ciò che temporaneamente rappresentiamo.

La sapienza biblica conosce bene questa tentazione. Nel Vangelo, quando i discepoli discutono su chi sia il più grande, Gesù risponde con una frase che continua a mettere in crisi ogni sistema fondato sull’apparenza e sul prestigio: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35).

È interessante osservare che Gesù non nega il desiderio di grandezza. Ne cambia radicalmente la misura.

Non dice che dobbiamo diventare insignificanti, rinunciare alle nostre capacità o nascondere i talenti ricevuti. Ci ricorda piuttosto che la grandezza autentica non consiste nel sovrastare gli altri, ma nel saperci mettere al loro servizio.

Ed è proprio qui che mi sembra emergere una distinzione fondamentale.

La statura di un uomo non si misura in verticale, ma in orizzontale.

La verticalità indica quanto siamo riusciti a salire, quale posizione occupiamo, quante persone si trovano gerarchicamente sotto di noi. L’orizzontalità, invece, racconta quanto siamo capaci di raggiungere gli altri, di stabilire relazioni autentiche, di accorciare le distanze, di riconoscere la dignità di chiunque incontriamo.

La verticalità può darci autorità. L’orizzontalità ci rende autorevoli.

La prima può essere conferita da qualcuno, magari attraverso un decreto o una firma. La seconda bisogna conquistarla ogni giorno, attraverso la coerenza, l’ascolto, il rispetto e la capacità di riconoscere che nessun essere umano vale meno di noi soltanto perché occupa un posto diverso.

C’è una differenza enorme tra essere guardati dal basso ed essere guardati con stima. Nel primo caso può bastare una posizione. Nel secondo occorre una vita.

E forse è proprio questo che i piccoli uomini, convinti di essere giganti, faticano a comprendere. Pensano che la distanza dagli altri sia la prova della propria superiorità, mentre spesso è soltanto la misura della propria solitudine.

La psicologia ci insegna che dietro certe manifestazioni di grandiosità possono nascondersi fragilità profonde, un bisogno esasperato di conferme, la paura di non essere abbastanza. Non è una spiegazione valida per tutti, naturalmente, ma aiuta a comprendere perché alcune persone abbiano continuamente bisogno di apparire superiori. Chi possiede una solida consapevolezza del proprio valore, generalmente, non sente il bisogno di ricordarlo a ogni occasione.

Chi è veramente grande non deve salire sulle spalle degli altri per farsi notare.

E soprattutto non ha paura di chinarsi.

Penso a un gesto straordinario del Vangelo di Giovanni. Durante l’ultima cena, Gesù, che il testo presenta pienamente consapevole della propria origine e della propria dignità, si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano e comincia a lavare i piedi dei discepoli (Gv 13,1-15).

È un’immagine che rovescia ogni logica narcisistica. Colui che potrebbe rivendicare la posizione più alta sceglie liberamente quella più bassa. Non perché ignori la propria grandezza, ma proprio perché la conosce.

Soltanto chi è veramente grande può abbassarsi senza sentirsi diminuito.

Chi invece ha costruito la propria identità esclusivamente sull’altezza raggiunta vive con il terrore di perdere qualche centimetro di prestigio. Per questo difende le distanze, custodisce le apparenze, pretende riconoscimenti e spesso interpreta la familiarità come una mancanza di rispetto.

È il paradosso di chi ha conquistato una posizione, ma ne è diventato prigioniero.

Amici sul pavimento panoramico di vetro a Guadalajara

Torno con il pensiero alla nostra serata sul grattacielo di Guadalajara. Eravamo al quarantaduesimo piano, sospesi sopra una città immensa, con un panorama che avrebbe potuto suggerire chissà quali riflessioni sulla superiorità dell’uomo e sulle sue conquiste.

Invece, ciò che ricordo con maggiore piacere non è l’altezza dell’edificio, ma la semplicità della compagnia. Le conversazioni, i sorrisi, la possibilità di condividere un momento senza dover dimostrare nulla a nessuno.

In fondo, eravamo saliti tanto in alto per scoprire che le cose più belle continuavano ad accadere sul piano delle relazioni umane.

E quando siamo scesi, nessuno di noi era diventato meno importante per aver perso quarantadue piani di altezza.

Forse dovremmo ricordarlo più spesso anche nella vita.

Perché gli incarichi passano, le cariche terminano, le poltrone cambiano occupante, gli applausi si spengono e persino i titoli più altisonanti, prima o poi, finiscono per diventare una riga in qualche archivio.

Quello che rimane è il modo in cui abbiamo trattato le persone. La dignità che abbiamo riconosciuto agli altri, il bene che abbiamo saputo compiere, le ferite che abbiamo evitato di provocare e quelle che abbiamo avuto il coraggio di curare.

Alla fine, nessuno di noi sarà misurato in base al piano al quale è riuscito ad arrivare, ma alla profondità della propria umanità.

E allora, a quanti sono impegnati nella faticosa scalata verso il successo, augurerei sinceramente di arrivare dove desiderano. Di raggiungere traguardi importanti, di realizzare progetti ambiziosi, di vedere riconosciuti i propri meriti.

Con un piccolo suggerimento: ogni tanto prendano anche l’ascensore per scendere.

Non necessariamente fino al piano terra. Basterebbe scendere un poco dentro se stessi, dove forse incontrerebbero quella parte della propria umanità che hanno dimenticato durante la salita.

Perché il vero problema non è arrivare in alto. È convincersi, una volta arrivati, che tutti gli altri siano diventati piccoli.

La grandezza dell’uomo non dipende da quanti riesce a tenere sotto di sé, ma da quanti è capace di accogliere accanto a sé.

La verticalità costruisce gerarchie. L’orizzontalità costruisce fraternità.

E, per quanto mi riguarda, continuo a pensare che sia molto meglio essere un uomo capace di stare accanto agli altri, piuttosto che un gigante immaginario costretto a guardarli tutti dall’alto.

Anche perché, a pensarci bene, i palloni gonfiati hanno sempre un problema: più salgono, più rischiano di scoppiare.

E quando succede, non è mai un bello spettacolo.

Don Danilo D’Alessandro
Guadalajara, 17 ottobre 2026


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