Una preghiera antica per un uomo che ha molte parole, poco silenzio e sempre più difficoltà a fermarsi.
Ci sono oggetti che sembrano appartenere a un’altra epoca e forse la corona del Rosario è diventata uno di questi. La ricordiamo tra le mani delle nostre nonne, qualche volta consumata dall’uso, custodita in una tasca o appoggiata sul comodino accanto al letto; la ricordiamo nelle case durante i mesi di maggio e di ottobre, nelle veglie, nei pellegrinaggi, accanto a un malato o nelle sere in cui non c’erano molte parole da dire e qualcuno cominciava semplicemente a pregare. Generazioni intere hanno imparato così a rivolgersi a Dio e molte di quelle persone non avevano studiato teologia, non conoscevano la Liturgia delle Ore, avevano una familiarità limitata con la Scrittura e alcune, soprattutto andando indietro nel tempo, sapevano appena leggere. Eppure conoscevano Nazareth e Betlemme, Cana e il Getsemani, il Calvario, il sepolcro vuoto e la Pentecoste. Forse non avrebbero saputo indicare il capitolo e il versetto di un Vangelo, ma quegli avvenimenti erano entrati nella loro memoria e avevano finito per accompagnare gioie, fatiche, nascite, malattie, partenze e lutti. Li avevano imparati anche facendo scorrere dei piccoli grani tra le dita.
Oggi, nella festa della Madonna del Rosario, mi domando allora se non abbiamo commesso un errore relegando troppo facilmente questa preghiera nel grande armadio delle devozioni del passato, quasi fosse una pratica rispettabile da conservare per affetto ma poco adatta alla sensibilità dell’uomo contemporaneo. Potrebbe essere vero esattamente il contrario, perché proprio l’uomo che corre, che vive continuamente raggiunto da messaggi e immagini, che possiede moltissime informazioni ma fatica sempre di più a sostare dentro una cosa sola, potrebbe scoprire nel Rosario qualcosa di cui non sapeva di avere bisogno.
Una delle obiezioni che gli sono state rivolte nel corso del tempo, soprattutto in alcuni ambienti protestanti, riguarda naturalmente la presenza di Maria. Cinquanta Ave Maria possono dare l’impressione che una devozione mariana finisca per occupare lo spazio che dovrebbe appartenere a Cristo, ma basta guardare con attenzione che cosa accade realmente durante il Rosario per scoprire che il suo itinerario è profondamente cristologico. Paolo VI, nella Marialis cultus, lo definiva una «preghiera evangelica» e spiegava che la ripetizione dell’Ave Maria costituisce quasi l’ordito sul quale si sviluppa la contemplazione dei misteri della vita di Cristo. Maria, dunque, non è la destinazione del viaggio, ma la donna con la quale percorriamo una strada che conduce continuamente a suo Figlio.
Recitando il Rosario si entra infatti nell’Annunciazione e nell’Incarnazione, si attraversano Betlemme e Nazareth, si incontra Gesù nel Battesimo al Giordano, alle nozze di Cana, nell’annuncio del Regno, nella Trasfigurazione e nell’Eucaristia, per poi accompagnarlo nel Getsemani, nella Passione e sulla Croce, fino alla Risurrezione, all’Ascensione e al dono dello Spirito. Quando Giovanni Paolo II nel 2002 propose i misteri della luce, volle proprio rendere ancora più evidente questa dimensione, perché tra l’infanzia di Gesù e la sua Passione il Rosario tradizionale lasciava quasi completamente fuori gli anni della vita pubblica. Quei cinque misteri hanno permesso di contemplare anche quel tratto decisivo del Vangelo e hanno reso ancora più comprensibile l’espressione con la quale Giovanni Paolo II definiva il Rosario: un «compendio del Vangelo».
È singolare, allora, che quella che comunemente chiamiamo una preghiera alla Madonna sia in realtà una continua memoria della vita di Cristo e forse proprio questo spiega perché abbia potuto formare spiritualmente generazioni di persone che non avevano altri strumenti per accostarsi con facilità alla Scrittura. Non era la preghiera di chi non poteva permettersi qualcosa di meglio, ma un modo semplice e sorprendentemente efficace per portare il Vangelo dentro la vita quotidiana.
C’è però un’altra ragione per cui considero il Rosario una preghiera profondamente umana: non sempre sappiamo pregare. Ci sono giorni nei quali le parole vengono spontanee e altri nei quali apriamo il Vangelo e una frase sembra raggiungerci esattamente nel punto in cui ci troviamo; ci sono persone che hanno imparato ad amare i Salmi e altre che trovano nella Liturgia delle Ore una struttura preziosa per la propria giornata. Esistono però momenti nei quali tutto questo diventa difficile, soprattutto quando la vita ci mette davanti a qualcosa che non sappiamo nominare.
Penso a chi aspetta fuori da una sala operatoria senza sapere che cosa accadrà nelle ore successive, a una madre che non riesce a dormire perché un figlio sta attraversando un momento complicato, a chi accompagna una persona malata e comincia a capire che non può risolvere tutto, a chi ha ricevuto una notizia che non avrebbe mai voluto ricevere, a chi attraversa un lutto o semplicemente entra in una chiesa, si siede in fondo e scopre di non sapere più che cosa chiedere a Dio. In quei momenti avere delle parole già pronte non è necessariamente segno di povertà spirituale, perché qualche volta è proprio quando vengono meno le nostre parole che abbiamo bisogno di affidarci alle parole che altri ci hanno consegnato.
Prendere una corona e cominciare lentamente può allora significare qualcosa di molto semplice: non so che cosa dirti, Signore, ma posso rimanere qui. E forse la preghiera comincia molto più spesso da questa disponibilità a rimanere che dalla nostra capacità di costruire pensieri spiritualmente raffinati.
Resta naturalmente l’obiezione della ripetitività, perché cinquanta Ave Maria possono trasformarsi facilmente in un automatismo e sarebbe inutile negarlo. Lo stesso Paolo VI metteva in guardia dal rischio di una «meccanica ripetizione di formule» quando viene meno la contemplazione, indicando invece un ritmo tranquillo che permetta alla preghiera di aprire uno spazio interiore. La questione, dunque, non è stabilire se la ripetizione sia buona o cattiva, ma domandarsi che cosa quella ripetizione produca dentro di noi.
Del resto trascorriamo buona parte delle nostre giornate ripetendo qualcosa. Ripercorriamo mentalmente conversazioni avvenute ore prima, torniamo su quello che qualcuno ci ha detto, controlliamo decine di volte lo stesso telefono, apriamo quasi automaticamente le medesime applicazioni e continuiamo a ritornare sulle nostre paure, sulle ferite e sulle cose che avremmo voluto dire diversamente. L’ansia conosce molto bene la ripetizione, così come la conoscono il risentimento e la paura, ma la conosce anche l’amore, perché chi ama non considera inutile ripetere una parola affettuosa soltanto perché l’ha già pronunciata il giorno precedente.
Giovanni Paolo II, parlando proprio di questo aspetto del Rosario, invitava a comprendere la ripetizione entrando nella dinamica psicologica dell’amore e richiamava il dialogo tra Gesù e Pietro dopo la Risurrezione, quando per tre volte Cristo gli domanda se lo ama. Una parola ripetuta, quindi, non è necessariamente una parola svuotata; può diventare una parola nella quale si entra sempre più profondamente, fino a quando quasi smette di occupare la mente e permette al cuore di sostare su ciò che sta contemplando.
È proprio qui che il Rosario mi sembra acquistare una sorprendente attualità, perché viviamo in un tempo nel quale facciamo una fatica crescente a rimanere dentro una cosa sola. Guardiamo la televisione tenendo il telefono in mano, leggiamo un messaggio mentre ne arriva un altro, cominciamo un video e dopo pochi secondi decidiamo se merita ancora la nostra attenzione, passiamo continuamente da un’immagine a un’altra e da una conversazione a quella successiva. Abbiamo moltiplicato enormemente le possibilità di comunicare, ma non è affatto certo che sia cresciuta nello stesso modo la nostra capacità di ascoltare.
Già Giovanni Paolo II osservava quanto il silenzio stesse diventando difficile in una società segnata dalla tecnologia e dai mezzi di comunicazione e suggeriva che, dopo l’enunciazione del mistero e la proclamazione della Parola di Dio, nel Rosario ci fosse persino una breve pausa di silenzio. A distanza di oltre vent’anni quella intuizione appare ancora più attuale, perché oggi il silenzio non è semplicemente assenza di rumore: è diventato quasi una conquista.
Forse allora il Rosario può essere anche un piccolo esercizio di resistenza alla frammentazione della nostra attenzione. Per alcuni minuti decidiamo di non correre da nessuna parte, teniamo qualcosa tra le dita, lasciamo che il respiro trovi un ritmo più calmo e permettiamo alle stesse parole di accompagnarci mentre davanti agli occhi interiori cambia la scena evangelica. Passiamo da Nazareth a Betlemme, dal Giordano a Cana, dal Tabor al Cenacolo, dal Getsemani al Calvario e infine al sepolcro vuoto. Non stiamo fuggendo dalla realtà, ma stiamo provando a guardarla da un punto diverso, lasciando che la vicenda di Cristo entri lentamente nella nostra.
C’è poi un altro aspetto sul quale credo valga la pena interrogarsi. Quanti cristiani oggi camminerebbero tranquillamente per strada con una corona del Rosario tra le dita o la prenderebbero in mano aspettando un treno, seduti in aeroporto o durante un viaggio senza avvertire almeno un piccolo imbarazzo? Incontriamo persone appartenenti ad altre tradizioni religiose che mostrano con naturalezza simboli, abiti o strumenti della propria preghiera e questo non dovrebbe sorprenderci né diventare motivo per costruire inutili contrapposizioni. Dovrebbe piuttosto interrogarci sul perché noi abbiamo sviluppato una certa difficoltà a rendere visibile, con la stessa semplicità, che esiste anche una dimensione religiosa della nostra vita.
Naturalmente una corona non dovrebbe mai diventare un distintivo da esibire per dichiarare agli altri quanto siamo credenti, perché sarebbe una contraddizione del suo stesso significato. Non serve a mostrare agli altri verso chi sto camminando, ma a ricordarlo prima di tutto a me stesso. Rimane però la domanda se qualche volta, nel tentativo legittimo di vivere una fede discreta e mai ostentata, non abbiamo finito per confondere la discrezione con una sorta di vergogna.
La questione diventa ancora più interessante quando pensiamo ai giovani. Può il Rosario parlare ancora a un ragazzo di sedici, venti o venticinque anni? Se glielo presentiamo soltanto come un obbligo devozionale ereditato dal passato, probabilmente faremo molta fatica, ma se provassimo a mostrargli che quella corona può diventare un modo per imparare a fermarsi, conoscere il Vangelo, attraversare il silenzio e persino educare la propria attenzione, forse scopriremmo qualcosa di diverso.
Non è necessario cominciare pretendendo cinquanta Ave Maria da chi non ha mai pregato. Si potrebbe partire da un mistero, leggere poche righe del Vangelo, lasciare qualche istante di silenzio e poi recitare lentamente una decina portandosi dentro il nome di una persona, una preoccupazione, una gratitudine o una domanda che non ha ancora trovato risposta. Anche la preghiera ha bisogno di essere imparata e forse una delle cose che abbiamo dimenticato è proprio questa: nessuno nasce sapendo pregare.
Il Rosario, naturalmente, non sostituisce la Scrittura, l’Eucaristia, la Liturgia delle Ore o la preghiera personale, né avrebbe senso contrapporlo ad esse. Giovanni Paolo II ricordava che non sostituisce la lectio divina, ma piuttosto la presuppone e la promuove, tanto da suggerire che l’enunciazione di ogni mistero possa essere accompagnata dalla proclamazione del relativo passo biblico. Potrebbe essere proprio questa una delle strade attraverso cui riscoprirlo: leggere poche righe del Vangelo, chiudere il libro, lasciare qualche momento di silenzio e permettere poi a quelle parole di scendere lentamente dentro di noi mentre le dita fanno scorrere i grani.
A quel punto non siamo più costretti a produrre continuamente pensieri su Dio, perché possiamo semplicemente stare davanti a Lui.
Per questo oggi, nella festa della Madonna del Rosario, non sento tanto il bisogno di invitare a recitarlo perché il calendario liturgico ce lo ricorda. Preferisco lasciare aperta la domanda dalla quale sono partito: abbiamo ancora bisogno del Rosario?
Credo che la risposta possa nascere proprio osservando l’uomo che siamo diventati. Abbiamo moltissime parole e pochissimo silenzio, comunichiamo continuamente ma facciamo sempre più fatica ad ascoltare, possiamo avere l’intera Bibbia dentro uno smartphone ma rischiamo di non riuscire a sostare cinque minuti davanti a una pagina, corriamo da un luogo all’altro e qualche volta non sappiamo più nemmeno verso dove stiamo andando. Soprattutto, ci sono momenti nei quali sentiamo di avere bisogno di pregare e semplicemente non troviamo le parole.
È allora che una piccola corona infilata in tasca può ancora insegnarci qualcosa, non perché possieda poteri magici o perché cinquanta formule pronunciate distrattamente producano automaticamente un risultato, e nemmeno perché Maria debba prendere il posto di Cristo. È vero precisamente il contrario: il Rosario prende per mano una persona che magari non sa più pregare e, mistero dopo mistero, la riporta davanti a Gesù, lasciando che il rumore lentamente diminuisca e che una scena del Vangelo rimanga abbastanza a lungo davanti agli occhi da poter entrare nella vita.
Forse è questa la ragione per cui, dopo tanti secoli, continuiamo ancora a far scorrere quei grani tra le dita. Non perché abbiamo poco da dire a Dio, ma perché qualche volta abbiamo bisogno di smettere di parlare per imparare nuovamente ad ascoltarlo.


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