Il 23 settembre sono nate Allison e Dafne.
Due bambine. Due vite appena cominciate. Due nomi nuovi che da quel giorno sono entrati nella storia della mia famiglia.
Sono le figlie di Nicolò e Keshia e le sorelline di Joshua. E io, che di Nicolò sono lo zio, mi sono improvvisamente scoperto ancora una volta prozio, davanti a due creature che non sanno ancora nulla del mondo eppure appartengono già a una storia cominciata molto prima di loro.
Guardando la fotografia dei loro genitori con queste due piccole vite tra le braccia, ho pensato proprio a questo: nessuno di noi comincia veramente dal giorno in cui nasce.
Prima di noi ci sono stati altri.
Uomini e donne dei quali magari conosciamo appena il nome. Bisnonni, trisavoli, antenati dei quali resta una fotografia sbiadita, una data incisa su una lapide, qualche racconto ascoltato da bambini. Persone che hanno amato, sofferto, lavorato, attraversato guerre, povertà, partenze e separazioni. Hanno incontrato qualcuno anziché qualcun altro. Hanno deciso di partire o di restare. Hanno preso un treno, cambiato città, perdonato, litigato, ricominciato.
Decisioni importanti e circostanze apparentemente insignificanti che, concatenandosi nel tempo, hanno reso possibile qualcosa di straordinario: noi.
Basterebbe che uno solo di quegli incontri non fosse avvenuto perché forse oggi non saremmo qui.
Pensarlo mi provoca una sorta di vertigine.
La vita che consideriamo così naturale è invece il risultato di una lunghissima consegna. Qualcuno l’ha ricevuta e l’ha trasmessa, generazione dopo generazione, fino a noi.
Per questo credo che dovremmo imparare a benedire maggiormente le nostre radici.
Spesso releghiamo gli antenati nei cimiteri. Portiamo un fiore, sistemiamo una fotografia, ricordiamo una data. Ma le nostre radici non abitano soltanto le tombe. Continuano a vivere dentro di noi: in un tratto del volto, in un modo di sorridere, in certe parole, nelle fragilità che abbiamo ereditato e nelle forze che forse qualcuno, prima di noi, ha faticosamente conquistato.
Allison e Dafne ancora non lo sanno. Un giorno, forse, qualcuno racconterà loro da dove vengono. E tra molti anni saranno loro a pronunciare i nostri nomi parlando delle proprie radici.
È strano pensarlo.
Ed è bellissimo.
Le famiglie non sono perfette
C’è però un’altra verità che la nascita di queste bambine mi ha fatto ripensare.
Le radici sono preziose, ma non sempre sono indolori.
Non tutti veniamo da famiglie perfette. Anzi, probabilmente nessuna famiglia lo è veramente.
Ci sono separazioni, assenze, incomprensioni. Ci sono adulti che, per le ragioni più diverse, non riescono a essere presenti come sarebbe necessario. E ci sono bambini e adolescenti costretti troppo presto a fare i conti con vuoti che non hanno scelto.
Nicolò, il più piccolo dei figli di mia sorella Lorenza, ha conosciuto anche questo.
I suoi genitori si separarono e poi divorziarono. La presenza paterna nella quotidianità della sua crescita fu limitata. Non sta a me giudicare le persone né riscrivere oggi quella storia distribuendo ragioni e torti. So però quanto, nella crescita di un ragazzo, una presenza paterna stabile possa essere significativa e quanto un’assenza possa lasciare domande alle quali bisognerà, crescendo, trovare una risposta.
Nell’adolescenza Nicolò attraversò un periodo difficile e per qualche tempo venne a vivere con me a Maierato.
Non credo di essere stato uno zio particolarmente accomodante.
Gli ho voluto bene anche attraverso una certa rigidità. C’erano regole, responsabilità, orari. C’era persino l’obbligo di rifare bene il letto e di lasciare in ordine ciò che si era utilizzato.
Piccole cose.
Allora potevano sembrare perfino inutilmente severe.
Molti anni dopo ho scoperto che non lo erano state.
Dopo il suo matrimonio con Keshia, nel settembre del 2021, gli scrissi un lungo messaggio. Gli ricordavo proprio gli anni difficili della sua adolescenza e gli dicevo una cosa nella quale credo ancora profondamente:
«Le nostre cicatrici dicono dove siamo stati, ma non determinano dove andremo».
Gli scrissi anche che ciò che ci è mancato può diventare, paradossalmente, la sorgente di ciò che un giorno saremo capaci di donare agli altri.
Quella sera Nicolò mi rispose.
Conservo ancora quelle parole.
Mi scrisse che negli anni mi aveva considerato «come un padre, uno zio ed un amico fidato».
E poi aggiunse qualcosa che ancora oggi mi commuove:
«Sembrano sciocchezze ma è grazie a te che ho imparato l’importanza di un letto rifatto, di un pavimento lavato e della puntualità nella vita, l’importanza di non dare le cose per scontato e soprattutto che la forza più grande la troviamo dentro noi stessi».
Concludeva ringraziandomi per essere stato per lui:
«UNO ZIO, UN PADRE E UN AMICO».
Forse educare significa anche questo.
Fare qualcosa di cui, mentre lo facciamo, non conosceremo immediatamente il risultato.
Seminare senza sapere se vedremo il raccolto.
Dire qualche no quando sarebbe molto più semplice dire sì. Restare quando sarebbe più comodo allontanarsi. E soprattutto amare qualcuno abbastanza da non sostituirsi a lui, ma aiutarlo lentamente a stare sulle proprie gambe.
Io non ho mai voluto sostituire il padre di Nicolò. Un padre rimane un padre e nessuno deve usurparne il posto. Ho cercato semplicemente di occupare il mio: quello dello zio.
E oggi guardo quel ragazzo diventato uomo e padre di tre figli.
La vita, qualche volta, restituisce risposte dopo moltissimi anni.
Nicolò e Keshia
Accanto a lui c’è Keshia.
L’ho sempre osservata con particolare simpatia.
È una ragazza di poche parole, discreta, gentile, attenta. Ma dietro quella discrezione ho sempre intravisto una forza enorme. Una forza che non ha bisogno di alzare la voce per manifestarsi.
Mi è sempre sembrata profondamente complementare a Nicolò.
Dove uno si muove in un modo, l’altra sembra compensarlo. E guardandoli insieme percepisco quella misteriosa alchimia per cui due persone non devono necessariamente essere uguali per poter camminare nella stessa direzione.
Anzi.
A volte è proprio la differenza a costruire l’equilibrio.
Anche Keshia porta con sé una ferita immensa.
Poco dopo la nascita di Joshua, il loro primogenito, suo padre, che soffriva di depressione, si tolse la vita.
Ci sono dolori davanti ai quali qualsiasi spiegazione diventa inadeguata.
E comprendo anche la rabbia di chi resta. Quella domanda terribile: come è possibile che neppure una nuova vita, un nipote appena arrivato nella propria famiglia, sia riuscita a trattenere una persona amata?
Ma la sofferenza psichica può diventare un luogo oscuro che chi osserva dall’esterno non riesce fino in fondo a comprendere.
Per questo, davanti a una morte così, preferisco il silenzio al giudizio.
Rimane il dolore.
Rimane l’assenza.
Rimane soprattutto il compito, difficilissimo, di impedire che una morte diventi più forte della vita di coloro che rimangono.
Ed è forse qui che vedo ancora più chiaramente la forza di Keshia.
La vita non le ha risparmiato una ferita terribile. Eppure oggi la vedo madre di Joshua, Allison e Dafne. La vedo accanto a Nicolò. La vedo dentro una famiglia giovanissima che, senza pretendere di essere perfetta, sta costruendo giorno dopo giorno la propria storia.
Questa, per me, è una delle forme più concrete della speranza.
Da zio a prozio
Ed eccomi allora qui.
Io che ricordo ancora Nicolò adolescente a Maierato, oggi guardo suo figlio e le sue due bambine.
Il tempo possiede una pedagogia tutta sua.
Ci fa passare quasi senza accorgercene da un ruolo all’altro.
Prima figli. Poi fratelli. Poi zii. Poi, se la vita ci concede questa grazia, prozii e nonni.
E improvvisamente comprendiamo che la storia non ci appartiene.
L’abbiamo ricevuta.
La abitiamo per qualche tempo.
Poi la consegneremo ad altri.
Mi sento profondamente fortunato.
Fortunato perché nella mia famiglia posso vedere la vita che continua. Grato perché davanti a me c’è già un futuro che comincia ad avere dei volti e dei nomi:
Joshua.
Allison.
Dafne.
Loro rappresentano un pezzo di futuro che io potrò soltanto intravedere.
Un giorno saranno adulti. Faranno scelte che oggi nessuno può immaginare. Ameranno, sbaglieranno, forse soffriranno. Costruiranno relazioni. Avranno memoria di alcune cose e ne dimenticheranno altre.
E forse un giorno parleranno delle loro radici.
Mi piace pensare che, in qualche racconto familiare, ci sarà posto anche per noi. Per la loro nonna Lorenza. Per gli altri familiari. Forse persino per questo prozio prete un po’ strano, qualche volta rigido, spesso lontano geograficamente ma presente, per quanto possibile, nella loro storia.
Non so cosa ricorderanno.
E in fondo non è importante.
L’amore autentico non pretende di essere ricordato. Gli basta avere contribuito, anche in misura infinitesimale, al bene di qualcuno.
I rami spezzati
Pensando alle radici, però, non posso dimenticare un’ultima cosa.
In quasi tutte le famiglie esistono anche relazioni interrotte.
Persone che non sono riuscite a perdonare. Persone che si sono allontanate. Parole pronunciate male e mai ritirate. Sentenze definitive emesse gli uni sugli altri. Silenzi durati così tanto da diventare muri.
Qualche volta pensiamo di proteggerci tagliando un legame.
Forse in alcuni momenti prendere le distanze è persino necessario.
Ma trasformare una distanza in una condanna eterna rischia di impoverire tutti.
Perché quando recidiamo una radice non priviamo soltanto noi stessi di qualcosa. Priviamo anche gli altri e, qualche volta, le generazioni che verranno dopo di noi di una relazione, di una storia, di un pezzo della propria identità.
Ci sono persone che finiscono per costruire intorno a sé una grande solitudine, magari convinte di avere avuto tutte le ragioni del mondo.
Non voglio giudicarle.
Fa parte del mistero della libertà di ciascuno.
Ma credo che dovremmo lasciare sempre una porta socchiusa.
Non sappiamo cosa farà il tempo.
Non sappiamo quale consapevolezza potrà maturare domani nel cuore di qualcuno.
Non sappiamo se una parola che oggi sembra impossibile da pronunciare — perdonami, mi sei mancato, ricominciamo — un giorno riuscirà finalmente ad attraversare le labbra.
Se le parole hanno ancora un valore e se i gesti possiedono ancora un significato, allora vale la pena custodirli.
Finché siamo vivi, qualcosa può ancora accadere.
Due bambine e un albero antico
Torno allora a quel 23 settembre.
Penso a Nicolò e Keshia con Allison e Dafne.
Guardo idealmente quelle due bambine e vedo due vite completamente nuove.
Ma dietro di loro, invisibile, vedo anche un albero antichissimo.
Ci sono i loro genitori.
Ci sono i nonni.
Ci siamo noi.
Ci sono coloro che non ci sono più.
Ci sono quelli dei quali ricordiamo appena il nome.
Ci sono amori riusciti e amori feriti, presenze e assenze, errori e riconciliazioni, partenze e ritorni.
Tutto misteriosamente confluisce in quelle due piccole vite.
Ed è forse questa la cosa che più mi commuove:
Allison e Dafne non sono soltanto due nuovi rami del nostro albero. Sono anche la prova che, nonostante tutto, l’albero continua a fiorire.
La vita non cancella le ferite.
Fa qualcosa di diverso.
Continua.
E continuando ci consegna ogni volta una possibilità nuova.
Per questo oggi, pensando ad Allison e Dafne, sento soprattutto una parola:
grazie.
Grazie a chi è venuto prima di noi.
Grazie a chi è rimasto.
Grazie anche a chi, attraverso le proprie fragilità, ci ha costretto a diventare più forti.
Grazie a Nicolò e Keshia per avere detto ancora una volta sì alla vita.
E benvenute, Allison e Dafne.
Un giorno qualcuno vi racconterà da dove venite.
Spero che allora possiate guardare alle vostre radici senza idealizzarle e senza rinnegarle: riconoscendo il bene ricevuto, comprendendo le fragilità di chi vi ha preceduto e, quando sarà necessario, perdonando.
Perché nessun albero sceglie le proprie radici.
Ma da quelle radici può scegliere, ogni primavera, come fiorire.
Don Danilo D’Alessandro
26 settembre 2026


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