Un sacerdote firma all’ambone l’atto della presa di possesso canonica della parrocchia durante una celebrazione.

Quando un parroco “prende possesso”, che cosa possiede davvero?

Tra sacerdoti che partono e altri che arrivano, una riflessione sull’obbedienza, sull’appartenenza e sulla libertà di custodire senza possedere e consegnare senza abbandonare.

Ci sono periodi nella vita di una diocesi nei quali cominciano a circolare nomi, ipotesi e indiscrezioni. Un parroco lascia una comunità, un altro viene chiamato a sostituirlo, qualcuno conclude un tratto lungo del proprio ministero e qualcun altro si prepara a entrare in una realtà che ancora non conosce. È la vita ordinaria della Chiesa e, tuttavia, basta poco perché ciò che appartiene alla normale dinamica pastorale assuma improvvisamente i contorni dell’evento straordinario.

Anche in questi giorni, nella nostra diocesi, gli avvicendamenti annunciati hanno suscitato attenzione e curiosità. Qualche titolo giornalistico ha parlato persino di “turnover” e di “cambio di guardia”, quasi che le provviste ecclesiastiche assomigliassero un po’ al calciomercato: chi va dove, chi prende il posto di chi, chi viene spostato, chi rimane, chi sale e chi scende.

Non ne farei una colpa ai giornali. Il linguaggio giornalistico ha le sue esigenze e probabilmente anche noi lettori abbiamo la nostra parte di responsabilità, perché siamo attratti dai nomi e dai retroscena molto più facilmente che dalle domande.

Eppure una domanda, in questi giorni, continua a tornarmi dentro: che cosa accade veramente quando un sacerdote lascia una comunità e un altro arriva?

Perché dietro un avvicendamento apparentemente semplice si muove un mondo di relazioni, affetti, aspettative e paure. Quando si diffonde la notizia che un parroco partirà, capita di ascoltare frasi molto significative: «Perché ce lo tolgono?», «Che cosa avrà fatto?», «Proprio adesso che avevamo trovato un equilibrio». Qualche volta accade il contrario e qualcuno commenta con un poco cristiano «finalmente». Poi comincia a circolare il nome del successore e può verificarsi qualcosa di ancora più ingiusto: una persona che non è ancora arrivata, che forse la maggior parte della comunità non conosce affatto, viene già valutata attraverso il confronto con chi l’ha preceduta.

Dietro queste reazioni non vedo necessariamente cattiveria. Vedo soprattutto qualcosa di profondamente umano: la fatica del cambiamento.

Quando una relazione è stata importante vorremmo proteggerla dalla possibilità che finisca o semplicemente che cambi forma. È comprensibile. Ma proprio per questo vale la pena domandarci quando l’affetto, quasi senza che ce ne accorgiamo, cominci a trasformarsi in possesso.

In questi giorni ad Arena è avvenuto uno di questi passaggi. Don Michele De Vita ha iniziato il suo ministero nella nuova comunità e la cronaca ha utilizzato l’espressione tradizionale: presa di possesso canonica.

È un’espressione assolutamente corretta dal punto di vista giuridico, ma ogni volta che la ascolto mi provoca una certa inquietudine spirituale. Perché inevitabilmente mi viene da domandarmi: quando un parroco prende possesso di una parrocchia, di che cosa prende realmente possesso?

La risposta dovrebbe essere molto chiara.

Certamente non delle persone.

Il sacerdote assume canonicamente un ufficio, con responsabilità, diritti e doveri determinati dalla Chiesa, ma non prende possesso delle coscienze, delle famiglie, delle storie, delle sensibilità e delle ferite delle persone che incontrerà. Non diventa proprietario della comunità, delle opere che eventualmente realizzerà e neppure dei frutti che matureranno durante gli anni del suo ministero.

Gli viene affidata una porzione della vigna.

E forse proprio questa parola, affidata, cambia completamente la prospettiva.

Nel Vangelo secondo Matteo Gesù racconta di un uomo che «possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano» (Mt 21,33).

Mi ha sempre colpito questo gesto. Il padrone prepara tutto con una cura quasi minuziosa e poi si allontana. Ma non abbandona la vigna: la consegna.

Ed è proprio qui che comincia il dramma dei vignaioli. Il loro errore non consiste soltanto nel comportarsi male. Accade qualcosa di più profondo: dimenticano progressivamente che quella vigna è stata affidata loro e cominciano a comportarsi come se appartenesse a loro. Quando arriva il momento di restituirne i frutti reagiscono come se qualcuno volesse sottrarre loro qualcosa che fosse diventato di loro proprietà.

È un meccanismo psicologico che conosciamo molto bene. Ciò che custodiamo a lungo tende facilmente a diventare, almeno interiormente, “nostro”. Accade nelle relazioni affettive, nelle responsabilità professionali, nei ruoli che ricopriamo e può accadere anche nella Chiesa.

Può accadere a un sacerdote quando, dopo molti anni trascorsi in una comunità, comincia quasi senza accorgersene a pensare che quella parrocchia sia diventata un po’ sua. In quelle strade ha celebrato battesimi, matrimoni e funerali, ha visto bambini diventare adulti, è entrato nelle case nei giorni della festa e in quelli nei quali non si trovavano parole, ha conosciuto famiglie nelle loro stagioni più belle e nelle loro fratture più dolorose. Ha accompagnato malattie, riconciliazioni, fallimenti, nascite, entusiasmi e lutti. Magari ha restaurato una chiesa, avviato opere, modificato consuetudini e soprattutto ha intrecciato relazioni.

Come potrebbe tutto questo essergli indifferente?

Sarebbe persino preoccupante se lo fosse.

L’obbedienza non cancella gli affetti e non dovrebbe trasformare il sacerdote in una specie di funzionario ecclesiastico capace di chiudere una valigia e cambiare destinazione come se nulla fosse accaduto. Ci sono partenze che fanno male proprio perché prima c’è stata una presenza autentica. Ci sono luoghi dai quali ci si separa con fatica perché dentro quelle strade, quelle case e quei volti è rimasto qualcosa della propria vita.

Ma proprio qui arriva la domanda più difficile: aver amato qualcosa significa possederla?

Credo che una delle prove più profonde della maturità sacerdotale consista nell’imparare che si può appartenere intensamente alla storia di una comunità senza diventarne proprietari e che arriva un momento nel quale l’amore stesso può chiedere di assumere la forma della consegna.

Consegnare non significa smettere di amare. Significa accettare che ciò che abbiamo amato non ci apparteneva.

Ed è molto diverso dall’abbandonare.

Chi abbandona se ne va perché non vuole più prendersi cura. Chi consegna, invece, può andarsene proprio perché si è preso cura e riconosce che quella storia deve poter continuare anche senza di lui. È uno dei passaggi psicologicamente più difficili perché ci costringe a confrontarci con una domanda che non riguarda soltanto i sacerdoti: sono capace di accettare che qualcosa di bello continui anche senza di me?

A volte abbiamo bisogno di sentirci necessari perché essere necessari ci rassicura. Sapere che qualcuno ha bisogno di noi ci restituisce un’identità, un ruolo, persino una misura del nostro valore. Per questo lasciare una responsabilità può far emergere una paura molto più profonda del semplice cambiamento: se questa realtà continuerà senza di me, allora che cosa sono stato davvero per essa?

Forse il Vangelo risponde con una semplicità disarmante: sei stato un vignaiolo, non il padrone della vigna.

Hai lavorato, seminato, potato, forse hai raccolto e qualche volta avrai anche sbagliato potatura. Hai protetto alcune piante e magari non hai saputo riconoscere in tempo altre fragilità. Hai fatto quello che potevi con la terra che ti era stata affidata e con l’uomo che eri in quel momento. Ma la vigna esisteva prima di te e, grazie a Dio, continuerà dopo di te.

Mentre scrivo queste parole non posso evitare di ripensare a ciò che è accaduto a me quando ho lasciato Maierato dopo venticinque anni. Venticinque anni sono una parte consistente della vita di un uomo e praticamente l’intera storia del mio ministero sacerdotale fino a quel momento. Avrei potuto immaginare quel passaggio come uno strappo e invece ricordo soprattutto una sensazione che allora sorprese anche me: non sentivo un peso nel cuore, sentivo una grande leggerezza.

Non perché quei venticinque anni non avessero contato e certamente non perché le persone incontrate mi fossero diventate improvvisamente indifferenti. Sarebbe una lettura superficiale del distacco. Mi accorsi piuttosto che potevo voler bene a quella storia senza avere bisogno di portarmela via.

E non me la sono portata via neppure materialmente. Non sono serviti camion per trasferire cose accumulate negli anni e, arrivando nella casa nuova, non ho avuto bisogno di ricostruire intorno a me la casa precedente. Non ho spostato praticamente nulla. Ripensandoci oggi, mi sembra quasi che anche questo piccolo particolare materiale raccontasse qualcosa che allora forse non riuscivo ancora a formulare con chiarezza: si può partire senza svuotare il luogo che si lascia e senza riempire immediatamente quello nel quale si arriva con tutto ciò che apparteneva al passato.

Il peso vero, semmai, è stato un altro e ha riguardato le persone che, a causa del mio ministero, hanno dovuto attraversare quel cambiamento insieme a me. Mia madre aveva ottant’anni e anche lei ha dovuto lasciare abitudini, spazi e riferimenti consolidati; con noi c’era mia sorella, che vive una condizione di disabilità e per la quale ogni cambiamento di ambiente richiede inevitabilmente un nuovo adattamento. Se penso alla fatica di quel trasferimento, è soprattutto questa che ricordo: non tanto ciò che lasciavo io, quanto ciò che stavo chiedendo a loro di lasciare insieme a me.

Forse proprio questa esperienza mi ha aiutato a comprendere una cosa che oggi considero uno dei doni più grandi ricevuti dopo quei venticinque anni: scoprire di non avere attaccato il cuore né alle cose né al bisogno di possedere le persone.

Questo non significa non amare. Al contrario, credo di avere compreso allora con maggiore chiarezza che esiste una forma dell’amore che diventa più libera proprio quando non pretende di trattenere. Le persone incontrate in venticinque anni rimangono dentro la propria storia, alcune in maniera profondissima, ma non per questo devono rimanere dentro il proprio raggio di controllo. Posso essere grato per quello che abbiamo vissuto senza avere bisogno che tutto continui come prima, posso custodire un legame senza trasformarlo in una rivendicazione e posso riconoscere che una comunità alla quale ho dedicato una parte enorme della mia vita non è mai stata mia.

A distanza di tempo, forse è questa la cosa che più mi sorprende di quella partenza. Pensavo che dopo venticinque anni avrei dovuto misurare soprattutto ciò che perdevo; mi sono ritrovato invece a scoprire ciò da cui ero libero.

E la libertà, quando arriva così, non assomiglia affatto all’indifferenza. L’indifferenza dice: «non mi importa più». La libertà riesce a dire qualcosa di molto diverso: «mi importa ancora, ma non ho bisogno di possederti».

Forse consegnare è proprio questo: lasciare che ciò che abbiamo amato continui il proprio cammino senza di noi e accorgerci che anche noi possiamo continuare il nostro senza dover trascinare con noi tutto ciò che siamo stati.

Il discorso, però, non può riguardare soltanto noi sacerdoti, perché il rischio del possesso riguarda anche le comunità.

Diciamo abitualmente «il nostro parroco» ed è un’espressione bellissima quando quel possessivo indica affetto, familiarità e appartenenza reciproca. Diventa però problematico quando quel “nostro” comincia a significare: non devono portarcelo via.

Un sacerdote non appartiene a una parrocchia.

E anche una comunità, qualche volta, deve imparare a consegnare.

Deve poter ringraziare per il sacerdote che l’ha accompagnata senza trasformare la gratitudine in resistenza verso chi verrà dopo, deve poter soffrire per una partenza senza trasformare quella sofferenza in ostilità verso il successore e soprattutto dovrebbe evitare una delle ingiustizie più frequenti nelle stagioni degli avvicendamenti: giudicare chi arriva attraverso il confronto con chi se ne va.

«Quello di prima faceva così».

Poche frasi possono diventare tanto pesanti per chi comincia un ministero.

Ogni sacerdote arriva con una storia, una sensibilità, dei talenti e inevitabilmente dei limiti. Nessuno potrà essere la copia del predecessore e forse non dovrebbe neppure provarci. Una comunità adulta non domanda al nuovo parroco di riprodurre quello precedente, ma gli concede il tempo necessario per conoscere ed essere conosciuto.

Mi ha colpito, proprio nella cronaca dell’ingresso di Arena, che si sia parlato di una «scoperta reciproca». Mi sembra un’espressione molto più bella della stessa “presa di possesso”. Un sacerdote arriva e deve scoprire una comunità; una comunità incontra un sacerdote e deve scoprire l’uomo, la storia e il ministero che porta con sé. Nessuno dei due possiede l’altro. Entrambi, in qualche modo, si ricevono.

Ed è qui che anche l’obbedienza acquista un significato più ampio.

Siamo abituati a pensare all’obbedienza come qualcosa che riguarda principalmente il sacerdote: il vescovo dispone un trasferimento e il prete obbedisce. Ma forse esiste anche un’obbedienza della comunità, non nel senso di una passività silenziosa davanti a qualsiasi decisione, bensì nella capacità ecclesiale di riconoscere che nessuno esaurisce in sé la vita della Chiesa.

Neppure il sacerdote più amato.

Neppure quello che ha lasciato un segno profondissimo.

Perché se dopo molti anni una comunità non riesce più a immaginarsi senza il proprio parroco, forse dovremmo avere il coraggio di domandarci se abbiamo costruito una comunità oppure una dipendenza.

E la stessa domanda vale per il sacerdote: se non riesco a immaginare che quella comunità possa crescere, cambiare e magari fare alcune cose meglio dopo la mia partenza, sto ancora custodendo la vigna oppure ho cominciato, senza rendermene conto, a possederla?

Custodire e consegnare diventano allora due movimenti dello stesso amore. Custodire significa poter dire: finché questa vigna mi sarà affidata, me ne prenderò cura con tutto ciò che sono capace di dare. Consegnare significa riuscire ad aggiungere: quando arriverà il momento, aprirò le mani.

Forse proprio questo è uno dei significati più profondi dell’obbedienza cristiana. Non una rinuncia alla propria intelligenza, agli affetti o alla libertà, ma il riconoscimento che la storia di Dio è più grande della parte che io sono chiamato a svolgere dentro di essa.

San Paolo scrive che «la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,7). Mi colpisce quel verbo: custodirà. Mentre noi siamo tanto preoccupati di custodire comunità, persone, opere e relazioni, la Scrittura ci ricorda che anche noi siamo custoditi.

Forse è proprio questa consapevolezza che permette a un sacerdote di partire senza sentirsi cancellato e a una comunità di accogliere qualcuno di nuovo senza sentirsi traditrice di chi è partito.

Alla fine una parrocchia attraverserà molti parroci e un sacerdote attraverserà probabilmente diverse comunità. Rimarranno affetti, gratitudine, qualche ferita, molti ricordi e certamente anche errori che il tempo aiuterà a comprendere meglio. Ma nessuno di noi potrà portare con sé la vigna.

Possiamo soltanto lasciare dentro di essa qualche traccia del lavoro compiuto.

E allora, mentre in questi giorni continuano a circolare nomi, trasferimenti, interpretazioni e indiscrezioni, mentre qualcuno si prepara a partire e qualcun altro, forse con altrettanta trepidazione, si prepara ad arrivare, potremmo sottrarci almeno per un momento alla curiosità di sapere chi andrà dove e porci una domanda molto più seria.

Se la vigna appartiene al Signore, siamo davvero capaci, sacerdoti e comunità, di custodirla senza convincerci prima o poi che appartenga a noi?

Forse è questa una delle libertà più difficili da imparare nella Chiesa: custodire senza possedere e, quando arriva il tempo, consegnare senza abbandonare.


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