Contrasto tra premi e targhe culturali e il Sistema Bibliotecario Vibonese chiuso, immagine editoriale per l’articolo Quando la cultura diventa Qultura

Quando la cultura diventa Qultura

In questi giorni, a Vibo Valentia, una polemica nata intorno a un libro dedicato a Eleonora Morelli è finita sui social. Non mi interessa entrare nel merito della vicenda, né stabilire chi abbia ragione o torto, perché le questioni relative alla paternità di un’opera, ai contributi offerti alla sua realizzazione e ai riconoscimenti che ne derivano appartengono anzitutto a chi quell’opera l’ha realizzata.

Mi interessa, invece, ciò che un episodio apparentemente marginale finisce involontariamente per raccontare, perché un libro dovrebbe essere anzitutto un luogo d’incontro tra una memoria e un lettore. Quando intorno a quel libro il dibattito si sposta dalla persona raccontata a coloro che l’hanno raccontata, dalla memoria recuperata al riconoscimento di chi l’ha recuperata, viene alla luce qualcosa che supera enormemente la singola vicenda e ci porta a riflettere sul significato che attribuiamo oggi alla parola cultura.

È una riflessione che a Vibo Valentia, e forse più in generale in Calabria, sarebbe utile affrontare senza pregiudizi e senza personalizzazioni, anche perché da queste parti la parola “cultura” gode di una fortuna straordinaria. È cultura quasi tutto: una serata, un premio, una sagra, un concerto, una passerella, un convegno e naturalmente quella sterminata costellazione di targhe, attestati, riconoscimenti, eccellenze e benemerenze che soprattutto durante la stagione estiva sembra diventare una delle attività più floride della nostra terra.

Forse abbiamo bisogno di una parola nuova.

Qultura. Con la Q.

Non è un errore di ortografia, ma il nome che vorrei dare a quella particolare trasformazione che avviene quando la cultura smette lentamente di interrogare la realtà e comincia a guardarsi allo specchio, quando invece di aprire finestre costruisce piccoli salotti e ciò che conta non è più soltanto quello che abbiamo da dire, ma il riconoscimento che otteniamo per averlo detto.

La Qultura comincia quando il centro dell’attenzione si sposta quasi impercettibilmente dall’opera all’autore, dall’idea al relatore, dalla ricerca al premio, dalla comunità alla fotografia. Accade allora che chi organizza premi chi partecipa, chi oggi riceve una targa domani sieda in una giuria e dopodomani inviti chi lo aveva premiato.

Non occorre immaginare complotti, consorterie o accordi segreti. Il fenomeno è molto più semplice e proprio per questo più interessante: è il rischio dell’autoreferenzialità, particolarmente forte nelle piccole comunità dove le reti sociali sono corte, ci si conosce quasi tutti e inevitabilmente ci si ritrova negli stessi ambienti, negli stessi convegni, negli stessi premi e intorno agli stessi tavoli.

Proprio per questo una comunità culturalmente matura dovrebbe esercitare continuamente una forma di vigilanza critica su se stessa, perché in filosofia non basta organizzare qualcosa affinché quel qualcosa diventi cultura.

La cultura è ciò che rimane

Da Vico a Herder, da Dilthey a Simmel, fino a Cassirer e Gadamer, pur attraverso prospettive profondamente differenti, emerge una grande intuizione: la cultura è il processo attraverso il quale l’uomo costruisce un mondo di significati e, costruendolo, forma anche se stesso.

Ernst Cassirer definisce l’uomo animal symbolicum, perché noi non abitiamo soltanto un territorio fisico, ma un universo fatto di linguaggi, racconti, arte, religione, conoscenza, simboli e memoria. Georg Simmel aggiunge qualcosa di ancora più scomodo e cioè che ciò che l’uomo produce diventa veramente cultura quando può ritornare all’uomo contribuendo alla sua formazione.

È questa prospettiva a cambiare completamente il modo di guardare ai nostri eventi. La cultura non coincide semplicemente con ciò che facciamo, ma con ciò che di quello che facciamo rimane dentro l’uomo e dentro una comunità.

Un evento, allora, acquista autentica densità culturale quando lascia dietro di sé qualcosa che sopravvive alla serata in cui si è svolto. Può essere un libro letto, una curiosità suscitata, una ricerca avviata, una memoria salvata, un giovane che scopre qualcosa della propria storia, una comunità che diventa un poco più consapevole di ciò che è stata e quindi anche di ciò che potrebbe diventare.

Il numero delle sedie occupate, le fotografie sui social, la presenza degli amministratori in prima fila e i comunicati nei quali ricorrono puntualmente parole come “prestigioso”, “eccellenza”, “illustre”, “autorevole” e “straordinario successo” raccontano certamente la riuscita di una manifestazione, ma non sono ancora la misura della sua consistenza culturale. Quella si misura nel tempo, attraverso ciò che sedimenta.

Vibo, Capitale del Libro e la casa dei libri chiusa

È proprio qui che la riflessione diventa quasi dolorosa, perché Vibo Valentia non è una città qualsiasi rispetto al tema del libro. Nel 2021 è stata Capitale italiana del Libro, un riconoscimento straordinario per una piccola città del Mezzogiorno che avrebbe potuto rappresentare non soltanto un anno di manifestazioni, ma l’inizio di un metodo, di una politica culturale e forse perfino di una nuova identità cittadina.

Cinque anni dopo, uno dei più importanti presìdi culturali del territorio, il Sistema Bibliotecario Vibonese, attraversa invece una crisi drammatica e la sua sede è chiusa.

Non voglio entrare qui nelle responsabilità politiche, amministrative o gestionali, che meriterebbero un’analisi specifica e documentata. Mi interessa ancora una volta il valore simbolico di ciò che sta accadendo, perché mentre discutiamo di libri, assegniamo premi, celebriamo eccellenze, consegniamo targhe e moltiplichiamo eventi definiti culturali, rischiamo di perdere uno dei luoghi nei quali la cultura non ha bisogno di essere proclamata.

Una biblioteca non ha bisogno di definirsi culturale. Lo è.

Lo è quando uno studente vi entra per cercare un libro che magari non potrebbe permettersi di acquistare, quando un ricercatore consulta un documento, quando un bambino scopre per la prima volta il silenzio straordinario di una sala piena di libri e quando un anziano ritrova in un testo la memoria del proprio paese. Lo è soprattutto quando un manoscritto, un periodico, una fotografia o un fondo locale vengono custoditi affinché qualcuno, tra cinquant’anni, possa ancora interrogare ciò che noi siamo stati.

Una biblioteca non organizza semplicemente cultura, custodisce la memoria.

Ed è forse questa la vera sberla alle giovani generazioni: rischiare di consegnare loro un territorio pieno di targhe e povero di luoghi nei quali leggere, studiare, ricercare e ricordare. Una targa celebra inevitabilmente il presente, mentre una biblioteca custodisce il passato affinché possa esistere un futuro.

C’è qualcosa di amaramente paradossale nel vedere la città che è stata Capitale italiana del Libro assistere alla chiusura della casa dei libri proprio mentre continua, come è giusto che sia, a parlare di cultura. È una contraddizione che non ha bisogno di essere enfatizzata, perché possiede già da sola una straordinaria forza simbolica.

La stagione infinita dei riconoscimenti

A questa contraddizione si aggiunge un altro fenomeno molto diffuso nelle nostre realtà: la proliferazione dei premi. Abbiamo premi alla cultura, all’eccellenza, alla carriera, al territorio, all’identità e alle personalità che hanno dato lustro alla Calabria.

Non intendo mettere in discussione il valore delle persone che li ricevono, molte delle quali possiedono certamente storie personali e professionali degne di riconoscimento. Ciò che merita attenzione è piuttosto il meccanismo che lentamente si costruisce intorno a queste manifestazioni.

Chi frequenta da tempo la vita pubblica delle nostre piccole realtà avrà probabilmente sperimentato quella curiosa sensazione di ritrovare, intorno ai cosiddetti tavoli culturali, volti già incontrati molte altre volte. Cambia il paese, cambia l’associazione, cambia il titolo della manifestazione e qualche volta cambia il premio, ma una parte degli interlocutori sembra appartenere a un circuito che inevitabilmente tende a riconoscersi.

Oggi io riconosco te, domani tu inviti me e dopodomani ci ritroviamo insieme nella giuria che riconoscerà un terzo, il quale magari ci inviterà entrambi alla prossima manifestazione. Anche in questo caso non c’è bisogno di immaginare complotti, perché basta la naturale autoreferenzialità che può svilupparsi quando le reti sociali e culturali diventano troppo corte.

La risposta non consiste nel demonizzare queste reti, ma nell’allargarle. Una comunità culturalmente viva dovrebbe avere quasi l’ossessione di fare entrare l’altro, soprattutto chi non appartiene al giro, chi può contraddirci, chi non deve restituirci alcun riconoscimento, chi viene scelto non perché appartiene alla nostra rete di relazioni, ma perché possiede realmente qualcosa da dire.

La Qultura ama le targhe, la cultura ama le domande

La differenza comincia allora a diventare più nitida. La Qultura ama le targhe, i curricula letti dal presentatore, la fotografia con l’autorità, i tavoli composti da persone che si conoscono da vent’anni, i titoli altisonanti e l’ennesima “eccellenza calabrese”.

La cultura autentica è molto più inquieta, perché non cerca necessariamente conferme ma pensiero, non misura il proprio successo dal numero dei riconoscimenti consegnati ma dalla capacità di generare lettori, ricerca, conoscenza, memoria, creatività e perfino dissenso.

Soprattutto, la cultura possiede una caratteristica che l’autoreferenzialità sopporta difficilmente: fa entrare l’altro.

Significa portare a Vibo qualcuno che non appartiene a Vibo, mettere lo studioso locale davanti a un altro studioso capace anche di contraddirlo, far incontrare il sapere accademico con quello popolare, consegnare il microfono a un giovane che non possiede ancora un curriculum lungo tre pagine, cercare un artista che nessuno conosce, recuperare un archivio dimenticato, tradurre un testo e, magari, riaprire una biblioteca.

Significa portare un ragazzo davanti alle mura di Hipponion e aiutarlo a comprendere perché quelle pietre riguardino anche lui, raccontargli la Mileto normanna, la cultura certosina delle Serre, la stratificazione mediterranea di Tropea, la memoria delle tonnare, delle confraternite, dell’emigrazione, dell’artigianato, dei paesi che si spopolano e delle parole dialettali che rischiano di scomparire insieme agli ultimi che ancora le pronunciano.

La cultura non deve necessariamente premiare qualcuno. Qualche volta il suo compito più importante è semplicemente svegliare qualcuno.

Non tutto deve essere cultura

Questo non significa guardare con sufficienza alle tante manifestazioni che animano i nostri paesi. Una sagra può essere bellissima, una notte bianca può essere utilissima, un concerto può regalare una serata straordinaria, lo street food può portare migliaia di persone in un centro storico, una festa può creare socialità e un evento ben organizzato può sostenere ristoratori, commercianti e operatori turistici.

Sono tutte cose degnissime e chiamarle con il proprio nome non significa diminuirle, perché intrattenimento, turismo, spettacolo, aggregazione sociale, promozione territoriale e cultura non sono sinonimi, anche se possono incontrarsi e spesso lo fanno.

Una sagra diventa autenticamente culturale quando recupera consapevolmente una tradizione, ne studia la storia, conserva una tecnica, raccoglie testimonianze, mette in relazione le generazioni e restituisce alla comunità un pezzo della propria memoria. Un concerto può essere cultura, una festa popolare può possedere una densità culturale enorme e persino un piatto può raccontare secoli di storia.

Non è dunque l’etichetta stampata sul manifesto a trasformare un evento in cultura. È il significato che riesce a produrre e, soprattutto, a lasciare.

La cultura sedimenta

Forse dovremmo smettere di misurare la vivacità culturale della Calabria contando gli eventi e cominciare a osservarla attraverso ciò che gli eventi lasciano dietro di sé: un archivio digitalizzato, una ricerca pubblicata, una biblioteca aperta, una scuola coinvolta per un anno e non soltanto per una mattinata, un giovane autore scoperto, un’opera restaurata, un fondo documentale catalogato, una collaborazione stabile con un’università, un dibattito nel quale sia stato possibile dissentire, un ragazzo che abbia scoperto un libro, una memoria locale sottratta all’oblio.

Questi sono sedimenti culturali.

Ed è precisamente sotto questa luce che il paradosso di Vibo Valentia assume un valore che supera i confini della città e riguarda tutta la Calabria. Una città che è stata Capitale italiana del Libro non può accontentarsi di conservare quel titolo come una bella fotografia appesa al muro. La sua eredità dovrebbe essere cercata nei nuovi lettori che ha generato, nelle biblioteche che è riuscita a rendere più forti, nei ragazzi coinvolti stabilmente, nel patrimonio salvato e nella memoria resa accessibile.

Qui passa forse la linea di confine più evidente.

La Qultura ha bisogno dell’evento perché deve continuamente mostrarsi, mentre la cultura ha bisogno della continuità perché deve sedimentare. La Qultura produce fotografie, la cultura produce memoria. La Qultura cerca il riconoscimento, la cultura lascia un’eredità.

La Calabria non ha bisogno di meno feste, meno concerti, meno festival o meno occasioni per stare insieme. Ha bisogno, forse, di meno eventi che sentano il bisogno di definirsi culturali e di più cultura dentro gli eventi.

Ha bisogno soprattutto di uscire dalla tentazione, tipicamente provinciale, di rassicurarsi attraverso il riconoscimento reciproco, perché una comunità che continua a ripetersi quanto sia eccellente rischia lentamente di perdere la capacità di verificare in che cosa consista davvero quella sua eccellenza.

La cultura comincia proprio quando qualcuno, invece di consegnarci l’ennesima targa, ci consegna un pensiero che non avevamo, ci costringe a uscire dal nostro piccolo cerchio e interrompe per un momento quel rassicurante applauso reciproco nel quale rischiamo di sentirci tutti straordinariamente colti senza essere diventati necessariamente più consapevoli.

E alla fine rimane Eleonora

Vorrei allora tornare là da dove siamo partiti, a Eleonora Morelli.

Forse il modo migliore per onorare una donna che ha studiato, scritto, insegnato e attraversato il Novecento conquistandosi uno spazio in un mondo nel quale alle donne quello spazio veniva concesso con enorme difficoltà è impedire che la discussione intorno a chi l’ha raccontata finisca per oscurare la persona raccontata.

La cultura comincia facendo in modo che la sua memoria rimanga, che il suo nome venga studiato, che i documenti che la riguardano siano custoditi e che il libro che ne racconta la vita continui a essere letto.

Mi piace pensare che il risultato più autenticamente culturale di tutta questa vicenda sarebbe molto semplice: che fra cinquant’anni un ragazzo possa entrare in una biblioteca di Vibo Valentia, trovare quel volume su uno scaffale, aprirlo e scoprire chi era Eleonora Morelli.

In quel momento non avrà molta importanza sapere chi sedeva al tavolo di una presentazione, chi ricevette una targa, chi comparve nella fotografia o chi venne definito eccellenza.

Importerebbe soltanto che qualcuno abbia custodito la memoria abbastanza a lungo da consegnargliela.

Quella sarebbe cultura.

Tutto il resto, quando serve soltanto a riconoscerci, premiarci e confermarci reciprocamente, rischia di diventare qualcos’altro.

Qultura. Con la Q.


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