Don Danilo insieme alla mamma e alla sorella Michela, davanti a un lago

Quando non servi più a niente

In questi giorni guardo spesso mia madre sul divano. È anziana, la salute non è più quella di un tempo e molte cose che prima appartenevano naturalmente alle sue giornate sono diventate faticose. Ma non sono soltanto le difficoltà fisiche a colpirmi. C’è qualcosa di più difficile da definire: una progressiva perdita di interesse, quasi un ritirarsi lentamente dalle cose. Passano ore intere sul divano, diminuisce persino la voglia di incontrare le persone e ciò che accade fuori sembra interessarla sempre meno.

Quando vediamo un anziano così siamo tentati di concludere rapidamente: non ha più voglia di fare nulla. Forse è vero. Ma da figlio continuo a farmi una domanda: quanto di quella mancanza di voglia nasce veramente dentro di lei e quanto, invece, viene da ciò che lentamente si è creato intorno a lei?

Perché c’è un particolare che pesa: quasi nessuno viene a trovarla.

E allora mi domando che cosa accada dentro una persona quando, giorno dopo giorno, nessuno bussa più alla porta per cercarla, nessuno le propone di uscire, nessuno ha bisogno di chiederle qualcosa, nessuno sembra aspettare il suo racconto. Forse arriva un momento nel quale non ci si sente soltanto soli. Si comincia a pensare di essere diventati marginali nella vita degli altri.

Oggi, 1° ottobre, ricorre la Giornata internazionale delle persone anziane. Si parlerà giustamente di assistenza, salute, pensioni, servizi, non autosufficienza, invecchiamento della popolazione. Sono questioni enormi. Ma davanti a quel divano mi accorgo che ce n’è un’altra, forse più difficile da quantificare: che cosa accade a una persona quando comincia a pensare che gli altri non abbiano più bisogno di lei?

È una domanda che diventa ancora più dolorosa quando la vecchiaia non porta con sé soltanto il peso dei propri anni.

Penso alle madri anziane che continuano a condividere la vita con un figlio con disabilità. Gli anni avanzano, le forze diminuiscono, arrivano le proprie malattie, e tuttavia una parte della responsabilità di madre non conosce pensionamento. C’è qualcuno al quale continuare a pensare, qualcuno del quale preoccuparsi, qualcuno per il quale domandarsi continuamente: che cosa accadrà quando io non potrò più esserci?

Conosco questa domanda da vicino.

E forse proprio per questo mi accorgo di quanto sia insufficiente parlare della vecchiaia soltanto in termini sanitari o assistenziali. Un essere umano non ha bisogno soltanto che qualcuno controlli se ha preso le medicine, se ha mangiato o se ha fatto gli esami. Ha bisogno di continuare a sentire che la propria presenza significa qualcosa per qualcuno.

Mi torna alla mente un episodio accaduto diversi anni fa.

Ero andato a celebrare il funerale di una religiosa originaria di Maierato. Durante la preghiera davanti al feretro era presente una sua consorella, appartenente alla medesima congregazione. Era ormai anziana e cieca.

Ricordo le sue parole e soprattutto la domanda che contenevano. Non riusciva a comprendere perché fosse morta quella sorella e non lei. Perché continuare a vivere quando non si vede più, quando si dipende dagli altri, quando le possibilità si restringono sempre di più? Nelle sue parole la morte sembrava quasi una liberazione e affiorava, dolorosamente, la sensazione che la propria vita non avesse ormai molto altro da offrire.

Mi avvicinai a lei e le dissi qualcosa che negli anni successivi è tornato molte volte anche a interrogare me: proprio quando la vita sembra inutile, forse è quello il momento nel quale diventa più preziosa.

Quelle parole assumevano un significato ancora più particolare davanti a una religiosa. Quella donna aveva consacrato la propria esistenza al servizio, aveva vissuto pensando agli altri, spendendosi per una comunità e per una missione. E adesso che non vedeva più e che probabilmente erano gli altri a dover fare molte cose per lei, poteva insinuarsi una domanda terribile: che senso ha una vita consacrata al servizio quando non si è più capaci di servire come prima?

Non intendevo dirle che la sofferenza fosse bella. Non lo penso. Non credo neppure che la dipendenza dagli altri debba essere romanticizzata. Ci sono condizioni che fanno male, solitudini che distruggono, malattie che devono essere curate e sofferenze che abbiamo il dovere di alleviare.

Pensavo piuttosto a un’immagine che per un cristiano rimane difficile da evitare: la Croce.

Se guardassimo Gesù nelle ultime ore della sua vita con il criterio dell’efficienza, dovremmo concludere che non serve più a nulla. Non cammina più per le strade della Galilea, non insegna alle folle, non guarisce un malato, non moltiplica il pane, non accarezza un bambino. Le mani con le quali aveva toccato i lebbrosi sono inchiodate. I piedi che avevano percorso villaggi e città non possono più muoversi.

È completamente impotente.

Eppure il cristianesimo osa affermare qualcosa di paradossale: proprio quell’uomo che non può più fare nulla sta compiendo l’atto decisivo della propria esistenza.

La potenza della Croce coincide misteriosamente con l’impotenza di Cristo.

Forse è anche per questo che il Vangelo continua a disturbare una società che misura così facilmente il valore attraverso la prestazione. Noi abbiamo imparato a presentarci dicendo ciò che facciamo. Il nostro lavoro, gli incarichi, le responsabilità, i risultati raggiunti. Persino quando domandiamo a qualcuno chi sia, dopo il nome arriva quasi inevitabilmente la professione.

Ma che cosa rimane di me quando non posso più fare ciò che facevo?

Se domani non potessi più lavorare, organizzare, insegnare, celebrare, guidare, progettare; se non fossi più quello al quale gli altri telefonano perché hanno bisogno di qualcosa, chi sarei?

È una domanda che facciamo volentieri agli anziani perché pensiamo riguardi loro. In realtà riguarda ciascuno di noi.

La vecchiaia ha soltanto il coraggio, qualche volta crudele, di anticiparcela.

Per questo non mi basta dire che dobbiamo prenderci cura degli anziani. C’è un’espressione che utilizziamo spesso e che nasce certamente da una buona intenzione, ma rischia di stabilire inconsapevolmente una divisione: noi, ancora capaci, ci prendiamo cura di loro, diventati fragili.

E se invece avessimo ancora bisogno di loro?

Abbiamo generazioni di uomini e donne che hanno lavorato per quarant’anni, insegnato nelle scuole, amministrato uffici, curato persone, costruito case, cresciuto figli, coltivato la terra, gestito attività, attraversato crisi familiari, lutti, cambiamenti sociali enormi. Persone che possiedono competenze, memoria, mestieri, racconti, fallimenti dai quali hanno imparato e una quantità di esperienza che nessun motore di ricerca può restituire nello stesso modo.

Poi arriva la pensione e spesso accade qualcosa di singolare: la società che per decenni ha avuto bisogno di quelle competenze sembra improvvisamente non sapere più che cosa farsene.

Da tempo porto dentro un’idea alla quale vorrei finalmente dare forma: un’Università della Terza Età che non sia soltanto un calendario di conferenze destinate agli anziani, ma un vero luogo di incontro, formazione, cultura e partecipazione.

E mi piacerebbe che questo luogo potesse nascere proprio negli spazi della Curia dove vivo.

Immagino persone in pensione che tornano a studiare ma che possono anche insegnare ciò che conoscono; incontri di letteratura, storia, musica, tecnologia, salute, spiritualità; laboratori nei quali recuperare competenze che rischiano di andare perdute; momenti semplici di convivialità; occasioni di volontariato e, soprattutto, esperienze nelle quali generazioni differenti possano incontrarsi davvero.

Non vorrei costruire un posto nel quale tenere occupati gli anziani.

Vorrei costruire un posto nel quale nessuno debba sentirsi messo da parte perché è diventato anziano.

C’è una differenza enorme.

Mi piacerebbe che diventasse anche un’associazione capace di promuovere iniziative sociali, culturali e solidali, creando una rete tra persone che possiedono tempo, competenze e desiderio di mettersi ancora in gioco ma spesso non sanno dove incontrarsi.

E soprattutto vorrei che non fosse un recinto generazionale.

Una comunità nella quale gli anziani parlano soltanto con gli anziani è incompleta quanto una società nella quale i giovani frequentano soltanto i giovani. Abbiamo bisogno di restituire circolarità alle età della vita. Un ragazzo può insegnare a una persona di settantacinque anni a utilizzare uno strumento digitale e quella stessa persona può raccontargli qualcosa della vita che nessuna applicazione saprà insegnargli.

Non si tratta di decidere chi abbia più da dare.

Si tratta di tornare ad avere bisogno gli uni degli altri.

Forse allora dovremmo guardare diversamente anche certi divani.

Quando vediamo una persona anziana trascorrervi gran parte della giornata possiamo chiederci perché non abbia più voglia di fare nulla. Ma potremmo provare a formulare la domanda al contrario: noi le abbiamo dato ancora qualche ragione per desiderare di alzarsi?

Non conosco una risposta semplice, nemmeno quando penso a mia madre. Ci sono la sua età, la salute, la stanchezza, la storia di una vita, il peso delle preoccupazioni. Sarebbe presuntuoso pensare di poter spiegare tutto con una teoria.

So però che nessun essere umano dovrebbe arrivare all’ultima parte della propria esistenza con la sensazione che la vita degli altri continui perfettamente anche senza di lui.

E so anche che non basta indignarsi per la solitudine degli anziani. Bisogna creare occasioni nelle quali qualcuno torni a bussare alla loro porta non soltanto per domandare: «Come stai?», ma anche per poter dire: «Ho bisogno di te».

Forse è questo che quella consorella cieca incontrata tanti anni fa davanti a una bara mi ha aiutato a comprendere.

Le dissi che una vita può diventare particolarmente preziosa proprio quando sembra non servire più. Oggi capisco meglio quelle parole. Non perché l’inutilità sia un valore e neppure perché dobbiamo rassegnarci all’impotenza, ma perché il valore di una persona precede ciò che quella persona riesce a produrre.

La Croce rimane lì a ricordarmelo.

Nel momento in cui Cristo non può più andare da nessuno, sono gli altri che devono andare da lui. Quando le sue mani non possono più raggiungere nessuno, possono ancora essere tenute, contemplate, amate. E proprio quelle mani immobili diventano, per la fede, il segno di un amore consegnato fino alla fine.

Forse abbiamo bisogno di imparare nuovamente questa cosa semplicissima e difficilissima: una vita non diventa meno preziosa quando può fare di meno.

A volte sono proprio le mani che non riescono più a fare ciò che facevano prima a domandarci di diventare finalmente comunità.

E mentre guardo mia madre sul divano, allora, provo a cambiare domanda.

Non più soltanto: «Perché non hai più voglia di fare qualcosa?».

Ma: «Che cosa possiamo fare noi perché tu possa sentire che abbiamo ancora bisogno di te?»

Forse il modo in cui sapremo rispondere a questa domanda dirà molto non soltanto di come trattiamo i nostri anziani.

Dirà quale idea abbiamo dell’uomo.


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