Immagine illustrativa generata con IA di un confronto tra un conduttore e una giovane ospite in uno studio televisivo

Quando il microfono diventa uno scettro: Bruno Vespa e Sabrina Brizzola

Mi è capitato di vedere un estratto di Porta a Porta, nella puntata del 20 ottobre 2026, trasmessa su Rai 1. Bruno Vespa si rivolgeva a Sabrina Brizzola, ventiquattrenne coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari, con un rimprovero che ho percepito come paternalistico: «Quando parlate voi giovani, per favore, documentatevi prima». La studentessa cercava di discutere di diritto allo studio, abbandono scolastico e borse di studio. A un certo punto ha dovuto chiedere: «Posso rispondere?». Non mi interessa negare il diritto del conduttore di contestare dati e argomentazioni. Se una statistica è sbagliata, la si corregge; se una tesi è debole, la si mette alla prova. Ma si può discutere sul contenuto senza accettare qualsiasi metodo.

L’autorevolezza non si eredita dal microfono

È il mezzo televisivo a conferire autorevolezza al giornalista oppure è il giornalista a conferire autorevolezza al mezzo? La scenografia, le telecamere, il controllo dei tempi e la facoltà di interrompere gli ospiti possono far apparire naturale una gerarchia che non coincide necessariamente con la qualità delle ragioni. L’autorità deriva dal ruolo; l’autorevolezza si conquista con competenza, equilibrio e ascolto. Quando il ruolo diventa uno strumento per prevalere sull’altro, il microfono rischia di trasformarsi in uno scettro. Personalmente non ho particolare ammirazione per il modo in cui Bruno Vespa interpreta il giornalismo televisivo: a mio giudizio, è spesso troppo vicino alle logiche del potere. È una valutazione critica, non una negazione della sua lunga esperienza.

Il corpo comunica anche quando tace

La prossemica riguarda l’uso dello spazio e delle distanze; la cinesica i gesti e le posture; la paralinguistica il tono, il volume e il ritmo della voce. Contano anche i turni di parola: chi li distribuisce e chi è costretto a reclamarli. Nell’estratto che ho visto, mi ha colpito l’asimmetria fra un conduttore padrone dello spazio televisivo e una giovane ospite impegnata non solo a sostenere le proprie idee, ma a trovare il modo di completare il discorso. Mi ha colpito anche il gesto plateale di approvazione di una donna seduta accanto alla studentessa: una reazione non verbale che, nella mia percezione, accentuava il suo isolamento. Non attribuisco intenzioni che non posso conoscere; descrivo l’effetto comunicativo della scena.

E se fosse stato un uomo?

Non posso fare a meno di chiedermi se un uomo adulto, magari un politico navigato o un personaggio istituzionale, avrebbe ricevuto lo stesso trattamento. Non trasformo questa domanda in una prova di discriminazione. Ma il paternalismo verso una giovane interlocutrice merita di essere interrogato, soprattutto quando chiediamo ai ragazzi di partecipare alla vita pubblica e poi fatichiamo a riconoscerli come interlocutori alla pari. Anche la Commissione Pari Opportunità dell’Usigrai ha criticato pubblicamente il trattamento riservato a Brizzola, ponendo il tema del diverso atteggiamento nei confronti degli interlocutori potenti.

La compostezza vale più dell’ultima parola

Nella scena che ho osservato, Sabrina Brizzola ha conservato una compostezza che ho apprezzato. Non sempre chi domina la scena comunica meglio. Talvolta la misura, l’educazione e il tentativo di mantenere il filo del ragionamento rivelano una maturità maggiore di quella di chi dispone di esperienza e notorietà. Chi conosce davvero un argomento non ha bisogno di mortificare chi ne sa meno; chi possiede autentica autorevolezza non teme una voce diversa.

I dinosauri della comunicazione

Confesso di essere sempre più stanco di certi salotti televisivi: gli stessi volti, le stesse contrapposizioni, un politichese logoro che riempie il tempo senza lasciare conoscenza, domande o crescita culturale. Mi chiedo quanto sia profonda l’incomunicabilità fra il mondo giovanile e quello che definirei, provocatoriamente, il paleozoico della comunicazione. Non parlo di età anagrafica. Esistono anziani straordinariamente aperti e giovani incapaci di ascoltare. I dinosauri della comunicazione sono coloro che confondono notorietà e credibilità, ruolo e competenza, facoltà di interrompere e capacità di argomentare.

La comunicazione è relazione, non occupazione dello spazio

Da sacerdote e da persona impegnata nella comunicazione, sono convinto che il dialogo autentico cominci quando smettiamo di considerare l’altro un ostacolo al nostro discorso. Ascoltare non significa necessariamente condividere: significa riconoscere una dignità che precede le opinioni e perfino gli errori. Vale in televisione, nella politica, nella scuola, nelle istituzioni e anche nella Chiesa. Il compito di un conduttore non è dimostrare continuamente di essere il più preparato nella stanza, ma aiutare chi guarda a comprendere meglio la realtà. Il vero dramma di certa televisione non è che non sappia più parlare ai giovani. È che sembra aver dimenticato come si ascoltano. Comunicare non significa occupare uno spazio, ma creare uno spazio nel quale anche l’altro possa esistere. Non sempre chi ha il microfono ha qualcosa da insegnare. E non sempre chi viene interrotto ha meno cose da dire.

Don Danilo D’Alessandro

Il video del confronto su Corriere TV


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