
Un incontro nell’oratorio della parrocchia Maria Santissima Immacolata, su invito di don Andrea Campennì, diventa occasione per riflettere sull’educazione digitale, sull’intelligenza emotiva e sulla necessità di restituire centralità alle relazioni umane.
Ci sono luoghi che, osservati soltanto sulla carta geografica, potrebbero sembrare periferici, lontani dai centri nei quali abitualmente si concentrano le iniziative e le attività pastorali. E poi ci sono luoghi che, quando li incontri davvero, ti sorprendono per la vitalità, per le persone che li abitano e per quella straordinaria capacità di trasformare uno spazio in un’occasione di crescita e di relazione.
San Calogero è uno di questi luoghi. Un centro importante del territorio vibonese, situato quasi ai confini della nostra diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, che custodisce una realtà giovanile vivace, numerosa, desiderosa di incontrarsi, di confrontarsi e di trovare occasioni nelle quali esprimere le proprie potenzialità.
Ieri sera, su invito di don Andrea Campennì, ho avuto l’opportunità di incontrare una quarantina di ragazzi nell’oratorio della parrocchia Maria Santissima Immacolata, per affrontare insieme un tema tanto attuale quanto delicato: «Io e il mio smartphone».
Quello che ho trovato non è stato semplicemente un gruppo di giovani convocati per ascoltare un incontro formativo. Ho incontrato una comunità, un ambiente accogliente, un oratorio bello e vissuto, nel quale si percepiscono la voglia di stare insieme e il desiderio di costruire qualcosa. E questo, oggi, non è affatto scontato.
Una periferia geografica che può diventare un centro di sperimentazione pastorale
La prima riflessione che porto con me riguarda proprio il valore di questa realtà. Spesso siamo abituati a immaginare che le esperienze più significative debbano nascere nei centri maggiori, dove si concentrano strutture, risorse e opportunità. Eppure, proprio le comunità che si trovano ai margini geografici di un territorio possono custodire energie straordinarie.
San Calogero mi è apparso come un luogo nel quale esistono le condizioni per sviluppare un autentico laboratorio educativo e pastorale. Non penso soltanto a incontri occasionali, per quanto importanti, ma alla possibilità di costruire percorsi continuativi nei quali i giovani non siano semplicemente destinatari di proposte elaborate dagli adulti, ma protagonisti di esperienze, riflessioni, iniziative e processi di crescita.
Un oratorio può diventare molto più di uno spazio nel quale trascorrere il tempo libero. Può essere una palestra di umanità, un luogo nel quale imparare a stare insieme, a riconoscere le proprie emozioni, a gestire i conflitti, a coltivare il pensiero critico e a scoprire il valore della responsabilità personale. E credo che una realtà come quella che ho incontrato meriti attenzione, accompagnamento e fiducia.

Uno smartphone tra le mani, ma chi guida davvero?
L’incontro è partito da una considerazione semplice: la tecnologia è una risorsa straordinaria. Sarebbe sbagliato demonizzarla, soprattutto davanti a una generazione che attraverso gli strumenti digitali studia, comunica, apprende, crea e costruisce una parte significativa delle proprie relazioni.
Il problema non è possedere uno smartphone. Il problema è comprendere quale posto occupi nella nostra vita e quanto siamo realmente consapevoli del modo in cui lo utilizziamo.
Abbiamo riflettuto sul rapporto tra intelligenza cognitiva e intelligenza emotiva, due dimensioni che dovrebbero sostenersi reciprocamente e che rischiano invece di essere impoverite quando l’esperienza quotidiana si riduce a una successione ininterrotta di stimoli. Scorriamo immagini, consumiamo video, passiamo da una notizia all’altra, reagiamo a un contenuto e immediatamente ne cerchiamo un altro. Tutto avviene rapidamente.
Ma quanto tempo rimane per elaborare ciò che abbiamo visto? Quanto spazio concediamo a un pensiero perché possa diventare riflessione? E soprattutto, quanto siamo ancora capaci di riconoscere quello che sentiamo?
Non si tratta di sostenere che la tecnologia renda automaticamente meno intelligenti o meno sensibili. Si tratta piuttosto di comprendere come alcune abitudini digitali possano sottrarre tempo e attenzione a quelle esperienze che alimentano il pensiero, la memoria, l’immaginazione e la consapevolezza emotiva.
Quando perdiamo le parole, rischiamo di perdere anche le emozioni
Uno degli aspetti sui quali ho voluto insistere maggiormente è stato il valore del linguaggio. Abbiamo bisogno delle parole per comprendere noi stessi. Se non possiedo un vocabolario sufficientemente ricco per descrivere ciò che provo, rischio di confondere la tristezza con la rabbia, la delusione con il rifiuto, la solitudine con l’abbandono, la paura con l’incapacità.
Le emozioni non scompaiono quando non sappiamo nominarle. Rimangono dentro di noi, ma diventano più difficili da riconoscere, comprendere e comunicare.
In una comunicazione digitale sempre più immediata, fatta di abbreviazioni, immagini, emoticon e reazioni istantanee, possiamo essere tentati di semplificare anche ciò che, per sua natura, semplice non è. Il mondo interiore di una persona non può essere racchiuso in un simbolo o in una risposta preconfezionata.
Ho cercato allora di accompagnare i ragazzi verso una riscoperta del vocabolario emotivo, invitandoli a comprendere quanto sia importante saper raccontare ciò che accade dentro di noi. Perché dare un nome a un’emozione significa cominciare a conoscerla. E conoscerla è il primo passo per imparare a viverla senza esserne travolti.
Il silenzio: quello spazio che abbiamo paura di abitare
Un altro momento particolarmente significativo è stato dedicato al silenzio. Viviamo immersi in un rumore continuo. Non soltanto quello delle città, delle automobili o degli ambienti che frequentiamo, ma soprattutto il rumore delle notifiche, dei messaggi, delle immagini e dei contenuti che accompagnano quasi ogni momento della giornata.
Abbiamo progressivamente imparato a riempire ogni spazio vuoto. Un’attesa diventa un’occasione per controllare il telefono. Un momento di solitudine viene immediatamente occupato da un video. Una pausa si trasforma nella ricerca di qualcosa da guardare. E così rischiamo di perdere la capacità di stare semplicemente con noi stessi.
Ho chiesto ai ragazzi di riflettere proprio su questo: perché il silenzio ci mette tanto a disagio? Forse perché nel silenzio non possiamo distrarci continuamente da ciò che siamo. Emergono domande, inquietudini, desideri, fragilità e pensieri che durante la giornata riusciamo facilmente a mettere da parte.
Il silenzio, però, non è un nemico. È uno spazio di profondità, di ricreazione interiore, di ascolto e di libertà. Non riguarda soltanto i giovani. Anche molti adulti sembrano avere smarrito la capacità di fermarsi, di attendere, di ascoltare senza sentire immediatamente il bisogno di intervenire o di riempire ogni pausa.
Eppure una persona che non riesce più a stare in silenzio rischia di non riuscire più ad ascoltare veramente neppure se stessa.
La presenza vale più di mille messaggi
Abbiamo poi vissuto una riflessione sul contatto umano, sulla vicinanza fisica e sul valore della presenza. In un mondo nel quale possiamo raggiungere chiunque in pochi secondi, rischiamo paradossalmente di diventare meno capaci di incontrare davvero le persone.
Essere raggiungibili non significa necessariamente essere disponibili. Rispondere a un messaggio non equivale sempre ad ascoltare. E condividere continuamente contenuti non significa automaticamente condividere la propria vita.
Abbiamo cercato di riscoprire la forza di uno sguardo, di un gesto, di una vicinanza rispettosa, di quella comunicazione silenziosa che nasce quando due persone riescono a stare l’una accanto all’altra senza dover necessariamente pronunciare qualcosa.
Perché esistono momenti nei quali le parole non servono. Una persona che attraversa una difficoltà non sempre cerca consigli. Talvolta ha bisogno soltanto di qualcuno che rimanga accanto a lei, che sappia rispettare il suo silenzio e farle percepire di non essere sola.
La presenza autentica non si misura dal numero dei messaggi inviati, ma dalla qualità dell’attenzione che sappiamo offrire.

Quaranta giovani e una domanda per il nostro futuro
Quello che mi ha colpito maggiormente è stato il clima dell’incontro. Ho trovato partecipazione, disponibilità al confronto, attenzione e la possibilità di sviluppare un dialogo che andasse oltre le risposte scontate.
Non era importante consegnare ai ragazzi una serie di regole su quanto tempo trascorrere davanti allo schermo. Mi interessava soprattutto aiutarli a interrogarsi sul modo in cui stanno costruendo la propria identità, sulla qualità delle relazioni che vivono e sul valore che attribuiscono a se stessi.
Perché educare non significa soltanto trasmettere informazioni o correggere comportamenti. Significa creare le condizioni perché una persona possa riconoscere le proprie risorse, maturare consapevolezza e diventare protagonista delle proprie scelte.
Ed è proprio questa la ragione per cui considero l’esperienza di San Calogero particolarmente interessante. Una comunità che riesce a radunare tanti giovani, offrendo loro uno spazio accogliente e occasioni di confronto, possiede già una risorsa preziosa sulla quale investire.
Mi piacerebbe pensare che esperienze come questa possano diventare il punto di partenza per un percorso più ampio, capace di coinvolgere ragazzi, famiglie, educatori e comunità parrocchiale in un progetto condiviso di crescita umana, affettiva, relazionale e spirituale.
Non abbiamo bisogno soltanto di organizzare attività per i giovani. Abbiamo bisogno di costruire luoghi nei quali i giovani possano sentirsi ascoltati, riconosciuti e responsabilizzati.
Rimettere la persona al centro
Sono tornato da San Calogero con una sensazione bella, quella che si prova quando un incontro non si esaurisce nel tempo trascorso insieme, ma continua a generare pensieri e domande anche dopo essere tornati a casa.
Ringrazio don Andrea Campennì per l’invito, per l’accoglienza e per l’impegno che dedica a questa comunità. Ringrazio i ragazzi per la loro presenza e per aver condiviso con me un’esperienza di dialogo e riflessione.
Mi porto dentro soprattutto la consapevolezza che, anche in una stagione nella quale sembra che tutto debba essere veloce, immediato e continuamente connesso, esiste ancora un desiderio profondo di autenticità.
I giovani hanno bisogno di essere ascoltati prima ancora che giudicati. Hanno bisogno di adulti credibili, capaci di accompagnarli senza sostituirsi a loro, di proporre senza imporre, di essere presenti senza invadere.
E hanno bisogno di luoghi nei quali scoprire che il loro valore non dipende dal numero di visualizzazioni, dai consensi ricevuti o dall’immagine che riescono a costruire sui social. Il valore di una persona precede ogni prestazione, ogni risultato e ogni riconoscimento.
Forse è proprio da qui che dobbiamo ripartire, anche come comunità ecclesiale: dalla capacità di incontrare le persone prima di preoccuparci di raggiungerle.
Perché possiamo essere connessi con il mondo intero e rimanere profondamente soli. Possiamo comunicare continuamente e non riuscire più a raccontare quello che proviamo. Possiamo avere migliaia di contatti e non trovare qualcuno disposto a starci accanto in silenzio.
E allora vorrei consegnare a tutti, giovani e adulti, il pensiero che ha accompagnato questa esperienza e che considero anche una piccola provocazione educativa: «Una persona non ha bisogno soltanto di essere raggiunta. Ha bisogno di essere incontrata».
Perché la tecnologia è uno strumento straordinario, ma la persona viene prima di tutto. E nessuna connessione potrà mai sostituire la profondità di un incontro autentico.






Don Danilo D’Alessandro — San Calogero, 23 ottobre 2026


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