Sette italiani su dieci vogliono cambiare vita. Ma siamo sicuri che sia il lavoro il problema?

SETTE ITALIANI SU DIECI VOGLIONO CAMBIARE VITA. MA SIAMO SICURI CHE SIA IL LAVORO IL PROBLEMA?

C’è un dato che mi ha fatto riflettere in questi giorni, forse anche perché arriva proprio alla fine di agosto, quando per molti le ferie terminano e si torna alla vita di sempre.
Secondo una recente indagine, una percentuale molto alta di italiani prenderebbe in considerazione l’idea di cambiare carriera. E non parliamo soltanto di un pensiero passeggero: per molti è qualcosa che ritorna con insistenza.
La prima reazione potrebbe essere semplice: siamo tutti più stanchi, più insofferenti, meno disposti a sopportare.
Ma io credo che ci sia anche altro.
Lo dico perché, in forme diverse, questa domanda l’ho incontrata anch’io.
Ci sono stati momenti della mia vita in cui, pur facendo tante cose, pur avendo responsabilità, incarichi, impegni, mi sono chiesto con molta sincerità: ma ciò che sto facendo mi corrisponde ancora davvero?
Non era il desiderio di buttare tutto all’aria. E neppure la stanchezza di una giornata difficile.
Era qualcosa di più sottile.
Era accorgermi che alcune cose mi assorbivano moltissimo senza restituirmi quella sensazione di fecondità che invece provo quando ascolto una persona, accompagno qualcuno in un momento delicato, celebro, incontro una comunità, aiuto qualcuno a rimettere ordine dentro di sé.
E allora ho capito una cosa che oggi mi sembra importante: qualche volta non siamo stanchi di lavorare. Siamo stanchi di vivere troppo lontani da ciò che sentiamo essenziale.
Credo che molti, quando dicono «vorrei cambiare lavoro», stiano dicendo proprio questo senza riuscire ancora a formularlo.
Perché possiamo avere un lavoro dignitoso, persino una posizione riconosciuta, e tuttavia percepire che qualcosa dentro di noi non trova più spazio.
Non necessariamente perché il nostro lavoro sia sbagliato.
A volte siamo semplicemente cambiati noi.
Questa è una verità scomoda, perché passiamo anni a costruire una posizione, una professione, un ruolo. Investiamo tempo, studio, energie, relazioni. E proprio per questo diventa difficile ammettere che ciò che abbiamo costruito con tanta fatica potrebbe non corrispondere più completamente alla persona che siamo diventati.
Così resistiamo.
E qualche volta chiamiamo “stanchezza” ciò che in realtà è diventato mancanza di senso.
Naturalmente non bisogna spiritualizzare tutto. Esistono lavori malpagati, precarietà, ambienti tossici, assenza di prospettive, condizioni professionali che semplicemente devono essere cambiate. E c’è chi vorrebbe farlo ma non può permetterselo, perché ha una famiglia, un mutuo, responsabilità che non consentono salti nel vuoto.
Ma c’è anche il rischio opposto: convincersi che basti cambiare azienda, città, colleghi o professione per stare finalmente bene.
Perché possiamo cambiare tutto intorno a noi e portarci dietro la stessa inquietudine.
È per questo che, prima di chiedersi «che lavoro vorrei fare?», forse sarebbe utile fermarsi su domande ancora più profonde.
Che cosa mi dà vita?
Che cosa faccio ormai soltanto per abitudine?
Quale parte di me non trova più spazio nella vita che conduco?
Sto cercando qualcosa verso cui andare oppure soltanto qualcosa da cui fuggire?
Quest’ultima domanda, per me, è decisiva.
Perché fuggire e scegliere possono sembrare lo stesso movimento, ma non lo sono.
C’è poi una parola che utilizziamo quasi esclusivamente in ambito religioso e che invece riguarda ogni essere umano: vocazione.
Vocazione significa anzitutto riconoscere che la nostra vita non è fatta soltanto di funzioni da svolgere, ma anche di qualcosa che chiede di essere espresso, donato, messo a servizio.
Io stesso, negli anni, ho imparato che posso ricoprire molti ruoli, ma non tutti mi restituiscono la stessa percezione di autenticità.
Ci sono attività che mi occupano.
E ce ne sono altre che mi fanno sentire esattamente dove dovrei essere.
Questa differenza, prima o poi, bisogna avere il coraggio di guardarla.
Forse è anche per questo che il ritorno dalle ferie pesa così tanto a molte persone.
Non semplicemente perché vorremmo stare ancora al mare.
Ma perché quando rallentiamo un po’, il rumore degli impegni diminuisce e tornano a farsi sentire domande che durante l’anno riusciamo perfettamente a soffocare.
E allora quel pensiero — «non voglio tornare a quella vita» — merita di essere ascoltato.
Non necessariamente assecondato.
Ma ascoltato sì.
Perché non sempre dobbiamo cambiare lavoro.
Qualche volta dobbiamo cambiare il modo in cui lo viviamo. Mettere confini. Recuperare tempo. Tornare a scegliere invece di limitarci a funzionare.
Altre volte, invece, bisogna riconoscere con onestà che una stagione della nostra vita è terminata.
Il discernimento sta proprio qui: capire la differenza.
Ecco perché, prima di dire «voglio cambiare lavoro», proverei a farmi una domanda diversa:
che cosa, della mia vita, non sono più disposto a continuare a vivere nello stesso modo?
Forse la risposta non ci dirà subito dove andare.
Ma potrebbe dirci qualcosa di molto più importante:
chi stiamo diventando.
Don Danilo D’Alessandro


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