Quando vivere fa male: abbiamo fatto davvero tutto per aiutare a vivere?

Quando vivere fa male: abbiamo fatto davvero tutto per aiutare a vivere?
Don Danilo D’Alessandro

Ci sono argomenti sui quali è molto facile prendere posizione e molto più difficile fermarsi a pensare davvero. Il fine vita è certamente uno di questi, forse proprio perché tocca corde profonde: la libertà, il dolore, la dignità, la paura, il limite e, alla fine, il significato stesso che attribuiamo alla vita.

Da una parte c’è chi rivendica il diritto di decidere della propria esistenza, soprattutto quando una malattia grave ha trasformato le giornate in una successione di dolori, dipendenze e limitazioni. Dall’altra c’è chi, come me, continua a credere che la vita umana abbia una dignità che non viene meno quando il corpo si ammala, quando l’autonomia diminuisce o quando si ha bisogno degli altri persino per i gesti più elementari.

Io sono un sacerdote e non ho nessuna difficoltà a dire con chiarezza da quale prospettiva guardo questa questione. Credo nel valore indisponibile della vita, credo che provocare intenzionalmente la morte non possa essere considerato una terapia e condivido pienamente ciò che la Chiesa cattolica insegna sull’eutanasia e sul suicidio assistito.

Detto questo, però, proprio perché sono un sacerdote, sento anche il dovere di aggiungere qualcosa che troppo spesso nelle nostre discussioni scompare: non si arriva a chiedere di morire con leggerezza.

Dietro una richiesta di morte c’è quasi sempre una storia che noi non conosciamo fino in fondo. C’è magari un corpo che non risponde più, c’è il dolore, la paura di quello che verrà, la perdita progressiva dell’autonomia, e può esserci anche quella sensazione terribile di essere diventati un peso per chi ci sta accanto. Ci sono notti che non finiscono mai, famiglie stanche, persone che devono essere lavate, spostate, nutrite e accompagnate continuamente. E ci sono silenzi che, a volte, diventano persino più pesanti del dolore fisico.

Per questo faccio molta fatica quando il dibattito sul fine vita viene ridotto a una guerra di slogan. Da una parte si sente ripetere che “la mia vita è mia e ne faccio ciò che voglio”, dall’altra si risponde semplicemente che “la vita è sacra”. Sono due affermazioni che, prese in sé, contengono questioni reali, ma se diventano formule da contrapporre finiscono per perdere di vista proprio la persona concreta, quella che sta soffrendo.

Qualche giorno fa abbiamo assistito anche alla tragedia di un sacerdote che si è tolto la vita. Naturalmente il suicidio è un problema diverso dal suicidio assistito e sarebbe sbagliato sovrapporre le due questioni. Ma entrambe ci obbligano a guardare qualcosa che spesso preferiremmo non vedere: esistono condizioni di sofferenza nelle quali una persona può arrivare a percepire persino il vivere come qualcosa di insopportabile.

Ed è qui, secondo me, che noi cristiani dobbiamo recuperare una parola più intelligente e soprattutto più evangelica.

Il Catechismo non considera il suicidio una cosa buona, e non potrebbe farlo, ma allo stesso tempo non ci autorizza neppure a trasformarci in giudici dell’anima di chi arriva a compierlo. Dice chiaramente che gravi disturbi psichici, l’angoscia e la paura della sofferenza possono diminuire la responsabilità personale e afferma, con una delicatezza che forse dovremmo riscoprire più spesso, che non dobbiamo disperare della salvezza di chi si è tolto la vita.

Questo è un passaggio importantissimo, perché ci ricorda che il giudizio morale su un gesto e il giudizio sulla persona non sono la stessa cosa.

Io posso ritenere moralmente sbagliata una scelta senza per questo smettere di comprendere chi l’ha compiuta, senza negargli la mia compassione e soprattutto senza arrogarmi il diritto di pronunciare una sentenza sul suo rapporto ultimo con Dio. Anzi, credo che la maturità cristiana cominci proprio qui: nella capacità di tenere insieme verità e misericordia, senza utilizzare la prima contro la seconda e senza trasformare la seconda in una rinuncia alla verità.

Posso dire a una persona: non credo che sia giusto provocare intenzionalmente la tua morte. E nello stesso tempo posso dirle: non ti giudico perché sei arrivata a desiderarla, voglio capire che cosa ti ha portato fin qui.

Sono due cose diverse, e non sono affatto in contraddizione.

Comprendere una domanda non significa necessariamente considerare giusta ogni risposta che le viene data.

Forse, però, il problema più serio si trova ancora più a monte. Noi abbiamo costruito negli anni un modello di uomo nel quale dignità e autonomia finiscono quasi per coincidere. Ci sentiamo liberi se non dipendiamo da nessuno, realizzati se produciamo, forti se riusciamo a mantenere il controllo della nostra vita. È un modello che funziona fino a quando siamo sani, autonomi, efficienti. Poi arriva una malattia grave e, in poco tempo, tutto questo può andare in frantumi.

Improvvisamente abbiamo bisogno che qualcuno ci lavi, ci aiuti ad alzarci dal letto, ci accompagni in bagno, ci prepari da mangiare o rimanga accanto a noi durante la notte. Ed è proprio lì che può insinuarsi una domanda devastante: se non sono più autonomo, se dipendo completamente dagli altri, valgo ancora?

A questa domanda il cristianesimo ha qualcosa di molto forte da dire, e non credo affatto che sia una risposta per soli credenti.

La dignità di una persona non diminuisce quando aumenta la sua dipendenza.

Noi non valiamo perché produciamo, perché camminiamo sulle nostre gambe, perché siamo giovani, lucidi o autosufficienti. Valgiamo perché siamo persone. Punto.

Nasciamo dipendendo completamente da qualcuno e, molto spesso, concludiamo la nostra esistenza tornando ad avere bisogno degli altri. Se ci pensiamo bene, la dipendenza non è un incidente della condizione umana. Ne fa parte. E allora forse dovremmo smettere di considerarla una diminuzione o una vergogna.

È per questo che la domanda sul fine vita, a mio avviso, non può ridursi semplicemente a chiedersi se sia lecito aiutare una persona a morire. Prima viene un’altra domanda, molto più scomoda, perché riguarda tutti noi: abbiamo fatto davvero tutto quello che potevamo perché quella persona fosse aiutata a vivere?

Ha avuto accesso alle cure palliative? Il dolore è stato davvero controllato? Ha ricevuto un accompagnamento psicologico adeguato? La sua famiglia è stata sostenuta oppure è stata lasciata sola a reggere un peso enorme? Quella persona ha continuato a sentirsi desiderata, amata, parte di una comunità, oppure lentamente ha cominciato a convincersi di essere soltanto un problema da gestire?

Sono domande che chiamano in causa la sanità, la politica, le famiglie, le comunità cristiane e, permettetemi di dirlo, anche noi sacerdoti.

Perché non possiamo difendere la vita soltanto nei documenti, nei convegni, nelle dichiarazioni pubbliche o nelle omelie e poi lasciare solo chi non ce la fa più. Se diciamo che una vita ha valore, dobbiamo essere pronti a dimostrarlo anche quando quella vita richiede tempo, pazienza, risorse e una presenza che può diventare faticosa.

Altrimenti il nostro “sì alla vita” rischia di restare una formula corretta, ma lontana dalla carne delle persone.

E qui apro anche una parentesi che mi sta particolarmente a cuore: la sofferenza psichica.

Credo che la Chiesa debba imparare a parlarne molto di più e, soprattutto, meglio. Un sacerdote depresso non ha meno fede perché è depresso, così come un cristiano che attraversa una crisi psicologica profonda non necessariamente ha perduto la speranza teologale. La fede non è un vaccino contro la malattia mentale e credo che, in passato, abbiamo commesso anche errori seri quando abbiamo spiritualizzato problemi che avrebbero avuto bisogno, oltre che di preghiera e accompagnamento spirituale, di psicologi, psichiatri, terapie appropriate, relazioni sane e ascolto competente.

Dobbiamo avere l’umiltà di riconoscerlo.

Allo stesso modo, dire no all’eutanasia non significa affermare che bisogna mantenere biologicamente in vita una persona a qualsiasi costo. La Chiesa non insegna questo. Il rifiuto dell’accanimento terapeutico è pienamente compatibile con la morale cattolica e lasciare che una persona muoia quando i trattamenti sono ormai sproporzionati non significa ucciderla.

C’è una differenza profonda tra provocare la morte e accompagnare il morire.

Ed è proprio quest’ultima espressione che, forse, dovremmo tornare a comprendere sul serio.

Accompagnare significa restare accanto a qualcuno anche quando non possiamo più guarirlo, continuare a riconoscerne la dignità quando non è più produttivo, non allontanarci quando il corpo si indebolisce e soprattutto non smettere di considerare preziosa la sua presenza quando lui stesso, magari, non riesce più a percepirla come tale.

Gesù, davanti alla sofferenza, non tiene conferenze e non costruisce teorie sul dolore. Incontra le persone, le tocca, le ascolta, guarisce quando può guarire e si lascia commuovere. Davanti alla tomba di Lazzaro, prima ancora di fare qualsiasi altra cosa, piange.

È un particolare che mi ha sempre colpito molto.

Perché significa che, persino quando non abbiamo una risposta, possiamo comunque offrire una presenza.

E forse molte persone che arrivano a dire “voglio morire” stanno dicendo, in realtà, qualcosa di ancora più profondo e drammatico: “non riesco più a vivere così”.

Tra queste due frasi c’è uno spazio enorme. Ed è proprio lì che una società veramente umana dovrebbe entrare, cercando di offrire non soltanto cure mediche, ma sostegno alla famiglia, accompagnamento psicologico, relazioni autentiche e quella prossimità concreta che a volte vale più di tante dichiarazioni di principio.

Io continuerò a credere che non abbiamo il diritto di trasformare la morte in una terapia. Ma proprio per questo credo anche che nessun cristiano abbia il diritto di dire questa cosa mantenendosi a distanza dalla sofferenza.

Non possiamo dire a una persona che la sua vita è preziosa e poi lasciarla sola quando quella stessa vita diventa difficile da portare. Se crediamo davvero che sia preziosa, allora dobbiamo essere disponibili anche a farcene carico, ciascuno per la parte che gli compete: come famiglia, come sistema sanitario, come comunità civile, come comunità cristiana e anche come sacerdoti.

Forse il grado di civiltà di una società non si misura soltanto dalla libertà che riconosce a una persona di scegliere la propria morte. Si misura anche da quanto quella società sia disposta a fare perché quella persona non arrivi a percepire la propria esistenza come inutile o come un peso per gli altri.

Essere a favore della vita, in fondo, è relativamente semplice quando la vita è bella, quando siamo sani, quando abbiamo forza e progetti.

La prova vera comincia quando vivere fa male.

Don Danilo D’Alessandro


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