Vangelo secondo Matteo 21,28-32
Nel Vangelo dei due figli, la libertà di non restare prigionieri della prima risposta.
Ci sono pagine del Vangelo che sembrano semplici soltanto perché sono brevi. Quella dei due figli, raccontata da Matteo, appartiene certamente a questa categoria.
Un padre chiede a entrambi di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde senza esitazione: «Non ne ho voglia». Poi, però, ci ripensa e va. Il secondo dice subito ciò che ci si aspetterebbe da un figlio obbediente: «Sì, signore». Ma alla fine non si muove.
A prima vista la conclusione sembra evidente: non basta dire, bisogna fare. Ed è certamente vero. Ma se ci fermassimo qui, rischieremmo di trasformare questa parabola in una semplice lezione morale. Credo invece che Gesù ci conduca molto più in profondità, dentro una dinamica che riguarda la nostra vita interiore e il modo in cui costruiamo il rapporto con noi stessi, con gli altri e persino con Dio.
La domanda interessante, allora, non è soltanto quale dei due figli abbia fatto la cosa giusta. È capire che cosa accade dentro ciascuno di loro.
Il primo figlio risponde male. Non cerca formule educate e non si preoccupa di salvare l’immagine di sé. Dice ciò che in quel momento sente: non vuole andare.
Non c’è nulla di particolarmente edificante nel suo rifiuto. Eppure quella risposta possiede almeno una qualità: non nasconde il conflitto.
Esistono momenti nei quali anche dentro di noi emerge qualcosa di simile. Sappiamo quale sarebbe la scelta giusta, ciò che gli altri si aspettano o quello che noi stessi abbiamo sempre ritenuto coerente con i nostri valori, ma avvertiamo una resistenza. Può essere stanchezza, paura, rabbia, bisogno di autonomia oppure la sensazione che da noi venga continuamente richiesto qualcosa.
La maturità non nasce dal fingere che queste emozioni non esistano.
Una delle intuizioni che la psicologia ha reso sempre più evidente è quanto possa diventare pericolosa la distanza tra ciò che sentiamo e ciò che ci imponiamo di sentire. Quando una parte della nostra esperienza interiore viene continuamente censurata perché non corrisponde all’immagine che abbiamo costruito di noi, quella parte non scompare. Trova semplicemente altri modi per manifestarsi.
Il primo figlio, invece, rimane in contatto con il proprio rifiuto. Ma non rimane prigioniero di esso.
Il Vangelo dice che, in seguito, si pentì e andò.
È forse proprio quell’“in seguito” a rendere questa parabola straordinariamente umana. Tra la prima reazione e la decisione definitiva esiste uno spazio nel quale una persona può rileggersi, riconoscere ciò che ha detto e scegliere diversamente.
Noi spesso ci identifichiamo troppo rapidamente con le nostre decisioni. Pensiamo che se abbiamo detto una cosa dobbiamo necessariamente mantenerla, quasi che cambiare idea significhi essere incoerenti. Altre volte ci costruiamo un’identità intorno ai nostri rifiuti: “io sono fatto così”, “questa cosa non fa per me”, “ormai ho deciso”.
Ma non tutte le coerenze sono segno di maturità. Esiste anche una coerenza rigida che ci impedisce di crescere.
A volte maturare significa avere il coraggio di contraddirsi.
Possiamo riconoscere di avere valutato male una situazione, di avere reagito troppo in fretta o di esserci difesi prima ancora di comprendere davvero ciò che avevamo davanti. Cambiare non cancella necessariamente ciò che siamo stati. Può significare che abbiamo cominciato a comprenderlo meglio.
Il secondo figlio, dal punto di vista psicologico, è forse ancora più interessante.
La sua risposta è perfetta: «Sì, signore».
Non protesta, non crea tensione, non mette in discussione l’autorità del padre. Eppure quel consenso rimane soltanto una parola.
Qui potremmo riconoscere una dinamica molto diffusa: la tendenza ad adattarci alle aspettative prima ancora di interrogarci su ciò che realmente possiamo o vogliamo vivere.
Non sempre questo nasce dalla falsità. Può avere origini molto più profonde. Alcune persone imparano fin dall’infanzia che essere accettate significa non deludere, non creare problemi, essere disponibili. Altre costruiscono la propria identità intorno al ruolo che ricoprono: il bravo figlio, il genitore affidabile, il sacerdote sempre presente, il professionista che non deve mostrare fragilità, la persona capace di rispondere comunque alle richieste degli altri.
A lungo andare, però, può accadere che il bisogno di corrispondere alle aspettative diventi più forte della capacità di ascoltare se stessi.
Nasce allora una distanza sottile. Continuiamo a dare risposte corrette, ma non sempre quelle risposte riescono a diventare scelte interiormente assunte.
Anche la religione può essere attraversata da questa dinamica.
Chi vive da molti anni dentro un linguaggio di fede conosce le parole giuste. Sa come parlare di servizio, perdono, comunione, disponibilità, volontà di Dio. Ma proprio questa familiarità può diventare un rischio quando il linguaggio spirituale prende il posto del confronto con ciò che realmente accade dentro di noi.
Si può parlare di perdono senza avere ancora attraversato il dolore che rende difficile perdonare. Si può dichiarare disponibilità quando dentro cresce una stanchezza mai riconosciuta. Si può invocare la comunione continuando a evitare un conflitto che richiederebbe invece di essere affrontato.
Il problema non è che le parole siano sbagliate. È che qualche volta arrivano troppo presto.
Una lettura psicologica della Scrittura, come quella che Eugen Drewermann ha cercato di sviluppare nella sua opera esegetica, invita proprio a guardare ciò che si muove dietro i comportamenti religiosi. Un gesto apparentemente devoto può nascondere paura, bisogno di approvazione o desiderio di sentirsi moralmente al sicuro; allo stesso modo, un rifiuto può contenere una domanda autentica che ha bisogno di essere ascoltata prima di poter maturare.
La parabola, allora, non oppone semplicemente un figlio buono a uno cattivo.
Mostra due possibilità che probabilmente appartengono entrambe alla nostra esperienza.
Ci sono momenti nei quali reagiamo con un rifiuto e abbiamo bisogno di tempo per comprendere meglio ciò che ci viene chiesto. In altri momenti, invece, rispondiamo troppo rapidamente con un consenso che non abbiamo ancora interiorizzato.
La questione decisiva è ciò che accade dopo.
Siamo ancora capaci di ripensarci?
Questa parola oggi mi sembra particolarmente importante.
Ripensarsi non significa vivere nell’incertezza permanente o mettere continuamente in discussione ogni scelta. Significa conservare uno spazio interiore nel quale ciò che viviamo possa ancora interrogarci.
Una persona che non riesce più a rivedere le proprie convinzioni, le proprie reazioni o il modo in cui interpreta se stessa rischia lentamente di irrigidirsi. Anche una identità religiosa può diventare così compatta da non lasciare più spazio alla conversione.
Ed è significativo che Gesù rivolga questa parabola proprio a persone religiosamente esperte.
Il problema dei suoi interlocutori non è la mancanza di conoscenza. Conoscono la legge, sanno quale risposta dare e possiedono gli strumenti per giudicare correttamente il comportamento dei due figli. Ciò che diventa difficile è permettere a quella verità di rimettere in discussione loro stessi.
Forse la conversione comincia proprio quando smettiamo di utilizzare il Vangelo per classificare gli altri e consentiamo alla Parola di entrare nelle nostre contraddizioni.
Il primo figlio ci ricorda che un rifiuto non deve necessariamente diventare la nostra identità. Il secondo ci mette in guardia da quelle risposte formalmente perfette che, proprio perché non hanno attraversato la nostra libertà, rischiano di rimanere senza conseguenze.
La maturità, psicologica e spirituale, non consiste nell’essere persone senza contraddizioni.
Consiste piuttosto nel riuscire a riconoscerle senza nasconderle e senza lasciare che decidano definitivamente chi saremo.
Forse, allora, la domanda da portare con noi questa domenica è molto semplice.
Non: «Quale dei due figli sono?»
Ma: in quale parte della mia vita ciò che dico e ciò che vivo hanno cominciato ad allontanarsi? E dove, invece, sento che posso ancora ripensarmi?
Il Vangelo lascia aperta questa possibilità.
Non ci identifica per sempre con la nostra prima risposta.
Ed è forse una delle forme più profonde della misericordia: sapere che possiamo essere sinceri persino nel nostro rifiuto, purché rimaniamo disponibili a lasciarci cambiare.


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