La visita di Papa Leone XIV a Lourdes mi colpisce soprattutto per un dettaglio che, a prima vista, potrebbe sembrare semplice: il Papa arriva come pellegrino. Non va a Lourdes soltanto per presiedere celebrazioni o incontrare migliaia di persone. Va anzitutto per pregare. E questo, in un tempo in cui tutti siamo spinti a parlare, commentare, reagire e prendere posizione, mi sembra già un messaggio molto forte.
Dopo gli appuntamenti istituzionali e pastorali di Parigi, il Papa raggiunge Lourdes e si reca alla Grotta di Massabielle. È significativo che tutto cominci da lì, da quel luogo semplice scavato nella roccia, dove da quasi due secoli passano malati, famiglie, pellegrini, persone ferite e uomini e donne che spesso non sanno più neppure cosa chiedere. Lourdes è uno di quei luoghi dove non bisogna dimostrare nulla. Si arriva con quello che si è e con quello che si porta dentro.
Chi è stato a Lourdes conosce bene questa sensazione. Davanti alla Grotta cadono tante difese. Si vedono persone che pregano in silenzio, altre che piangono, altre ancora che semplicemente restano lì, senza parole. E forse è proprio questo il primo significato della visita di Leone XIV: ricordare che anche la Chiesa, prima di parlare al mondo, ha bisogno di fermarsi davanti a Dio.
Il Papa porta con sé le ferite di questo nostro tempo. Le guerre che continuano a seminare morte, le famiglie attraversate dalla sofferenza, gli anziani soli, i giovani che cercano un senso, le persone malate e quanti vivono una fragilità che spesso la società preferisce non vedere. Porta anche le ferite della Chiesa, quelle che conosciamo e che non possiamo nascondere. Lourdes diventa allora il luogo nel quale tutto questo viene affidato, senza pretendere risposte immediate.
Mi sembra importante anche la scelta di dedicare un tempo particolare ai malati e a chi li accompagna. A Lourdes il malato non è un problema da risolvere e neppure una presenza marginale da tollerare. È al centro. E questo dice molto del Vangelo. In una società che misura spesso il valore delle persone a partire dall’efficienza, dalla produttività e dall’autonomia, Lourdes ricorda che una vita resta preziosa anche quando diventa fragile, dipendente, bisognosa di aiuto.
Quante volte accade che si vada accanto a una persona malata pensando di doverle dare qualcosa e poi si scopra di essere noi a ricevere. Un gesto, una parola, una pazienza imparata nel dolore possono diventare una vera lezione di fede. Forse per questo Lourdes continua ad attirare milioni di persone: non perché prometta soluzioni facili, ma perché permette di guardare la sofferenza senza scappare.
E poi c’è Maria. La Vergine di Lourdes non trattiene su di sé lo sguardo. Come a Cana, conduce a Cristo. Il gesto del Papa davanti alla Grotta, perciò, non è soltanto un gesto devozionale. È il gesto di un credente che affida alla Madre del Signore la Chiesa e il mondo.
Maria conosce bene il dolore. Ha conosciuto l’incertezza, la paura, la perdita, l’attesa. È rimasta sotto la Croce quando non c’erano più parole da dire. Per questo può essere vicina a chi soffre senza offrire consolazioni superficiali. Sa che spesso la fede non elimina la notte, ma aiuta ad attraversarla.
Credo che questa visita dica qualcosa anche a noi sacerdoti e alle nostre comunità. Siamo spesso presi dall’urgenza di organizzare, rispondere, spiegare, programmare. Ma ci sono momenti nei quali il primo compito non è parlare. È ascoltare. È sedersi accanto. È rimanere. Ci sono dolori che non hanno bisogno di una frase ben costruita, ma di una presenza sincera.
Forse una comunità cristiana diventa credibile proprio quando sa stare accanto alle persone senza pretendere di risolvere tutto. Quando sa condividere la fatica, accompagnare un malato, aspettare chi è rimasto indietro, accogliere chi porta dentro domande difficili. Lourdes, in fondo, insegna questo da sempre.
Mi piace allora pensare a Leone XIV davanti alla Grotta. Dietro di lui c’è tutto il peso del suo ministero, le responsabilità della Chiesa, le tensioni del mondo e le attese di milioni di persone. Davanti a lui c’è Maria. E in mezzo c’è il silenzio della preghiera.
Forse è questo il messaggio più bello della sua visita: prima di parlare al mondo bisogna avere il coraggio di fermarsi; prima di indicare una strada bisogna chiedere luce; prima di pretendere di sostenere gli altri bisogna riconoscere che anche noi abbiamo bisogno di essere sostenuti.
Lourdes non ci insegna a negare la sofferenza. Ci insegna a non viverla da soli. Non ci promette che tutto andrà come desideriamo, ma ci ricorda che nessuna ferita è estranea al cuore di Dio.
E allora la visita di Leone XIV può diventare anche una domanda per ciascuno di noi: davanti alle ferite che incontriamo ogni giorno, sappiamo ancora fermarci? Sappiamo ancora ascoltare? Sappiamo ancora pregare?
Forse è proprio da qui che dobbiamo ricominciare: da una Chiesa che non ha paura della fragilità, che non allontana chi soffre e che, prima ancora di cercare parole nuove, torna semplicemente a stare davanti a Dio.
Don Danilo D’Alessandro


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