Quando si parla di disabilità psichiatrica non è sufficiente prendere in esame soltanto essa, ma è indispensabile contemplare anche la…

Un pensiero per Caterina Ruffa, mia parrocchiana, che se ne è andata senza arrecare disturbo a nessuno. A lei, bellissima sposa del Signore, offro questa riflessione. Buon Natale Caterina. Prega per noi!

La malattia mentale è purtroppo ancora oggi un tabù, un argomento di cui è preferibile non parlare, una questione su cui è difficile indagare e riflettere. Ma la riflessione su ciò che appare diverso, “strano”, è un dovere civile perché da essa può nascere la vera comprensione di una realtà apparentemente lontanissima, al fine di superare le barriere dell’ignoranza e della paura (figlia della prima) che escludono, emarginano e segregano; vincere l’handicap, valorizzando l’umanità che è uguale in tutti, anche in chi sembra da noi diversissimo; permettere al soggetto malato di esprimersi in tutte le sue potenzialità e mettere in secondo piano il deficit psichico. In effetti il malato di mente subisce lo stigma, un sentimento misto di pietà, vergogna e rifiuto di ciò che temiamo in quanto incomprensibile; la rimozione di colui (il matto) che rappresenta le oscurità in cui la nostra stessa mente potrebbe precipitare.
Il graduale rifiuto, si combina con l’allontanamento e l’esclusione della persona mediante l’assunzione di comportamenti discriminanti nei confronti della stessa; questo stato di solitudine compromette ulteriormente le abilità dell’individuo e le sue capacità di recupero. La malattia mentale è una macchia che segna la vita dell’individuo affetto dalla patologia, nel senso di una progressiva esclusione dal contesto sociale: con conseguenze a volte persino più gravi, nelle prospettive esistenziali, di quelle causate dalla malattia stessa.
Quando si parla di disabilità psichiatrica non è sufficiente prendere in esame soltanto essa, ma è indispensabile contemplare anche la risposta dell’ambiente all’handicap stesso.
La conoscenza è la chiave per superare realmente il pregiudizio, restituendo dignità alle persone, riconoscendo loro, al di là di un’impersonale incasellamento diagnostico di segni e di sintomi, l’umanità di ognuno, che potrà essere deformata forse, ma mai annientata, dalla follia e dagli sconvolgimenti della mente.
Un percorso di comprensione è possibile, in primo luogo, ascoltando la voce di coloro che vivono e hanno vissuto il dramma della malattia mentale e le sue conseguenze sociali. A tal scopo, ad esempio, è importante cercare di comprendere il punto di vista di coloro che hanno sofferto l’emarginazione nell’esperienza disumanizzante dell’istituzionalizzazione, direttamente, laddove ancora possibile, tramite la loro testimonianza orale, o indirettamente, leggendo i loro racconti, le loro poesie, osservando ogni segno legato a quell’esperienza.
Nella letteratura la follia e la malattia mentale hanno ispirato pagine bellissime e spesso drammatiche. Spesso le opere letterarie sono state lo specchio dell’immaginario collettivo sulla malattia mentale, testimoniando così la stigmatizzazione e l’incomprensione della società nei confronti di colui che appare “diverso”. Alda Merini che, nella sua raccolta poetica Terra Santa (edita nel 1984), ci offre uno sguardo dall’interno: la realtà, dell’istituzione manicomiale vista con gli occhi di una malata, che non dimentica inoltre i “compagni di sventura” cui restituisce umana dignità.
Nella lirica che dà il titolo alla raccolta, Alda Merini, poi, racchiude, in parole fortemente icastiche, quasi “fotografiche”, il tentativo di ribellione di una turba disperata che cerca di fuggire da coloro che vogliono negarle l’esistenza e relegarla nell’inferno dell’ospedale psichiatrico:

La Terra Santa

Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico,
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore e
Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo d’incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l’avello
anch’io mi sono ridestata
e anch’io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all’inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
Con toni mistici, consueti nella sua arte poetica – i soli capaci di esprimere un’esperienza, quella del manicomio, nella quale la forza della vita sembra erompere quasi nella sua negazione e gli interrogativi assoluti riecheggiano in ogni verso – Alda Merini palesa la tremenda condizione del disabile mentale: vedersi negato il diritto all’amore e, in una parola, alla vita.


Scopri di più da Don Danilo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Commenti

Lascia un commento