Sappiamo dal Vangelo che quanti ascoltavano Gesù "erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità" (Mc 1, 22). La parola "autorità" traduce il latino "potestas", indica qualcosa di cui Gesù era totalmente "padrone" e che promanava dal suo essere, cioè l’autenticità e la libertà.
Ma un autorevole insegnamento e un’alta capacità di parola possono essere anche le doti di un intellettuale, che non coinvolge la propria esistenza con il suo giudicare e con il suo dire; possono essere il gioco teorico di un professore. Invece, nel caso di Gesù, non bastava ascoltarlo, ma si desiderava stare con lui, andare con lui. L’omelia deve, dunque, essere il mezzo con cui il sacerdote instilla in me il desiderio di conoscere o ri-conoscere Gesù, presentandolo nel modo più diretto e chiaro, non accartocciato o parziale.Come ha scritto Benedetto XVI "All’origine dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte". Questa affermazione credo che faccia emergere una caratteristica di metodo essenziale che deve essere tenuta presente da chi tiene l’omelia, ovvero il riandare all’origine storica, il recuperare la sorgente che dà alle parole il loro senso.Nella quotidianità della mia vita spesso mi è facile dimenticare e vivere nell’abitudine della mentalità dominante, poiché il male, che vedo nel mondo e che è lo stesso che opera anche in me, tende a rendere opaca questa origine storica perché "la so già" ma, proprio perché "la so già", non m’interpella più; credo, dunque, sia un lavoro necessario riprenderla, darle spazio e chiedersi: è vero che "la so già"? veramente "la so già"? Ecco, vorrei che l’omelia mi spingesse verso questo mettere in pericolo ciò che "so già".Come dice Papa Francesco: "Il predicatore ha la bellissima e difficile missione di unire i cuori che si amano: quello del Signore e quelli del suo popolo. Il dialogo tra Dio e il suo popolo rafforza ulteriormente l’alleanza tra di loro e rinsalda il vincolo della carità. Durante il tempo dell’omelia, i cuori dei credenti fanno silenzio e lasciano che parli Lui" (EG 143).Mi sorprendo a desiderare di sperimentare questo vincolo indissolubile tra la mia fede e l’esistenza quotidiana in tutta la sua drammaticità; desidero, cioè, fare esperienza dell’Eterno che abbraccia il mio limite e lo destina a sé. In fin dei conti, ciò che accomuna ognuno di noi quando varchiamo le porte di una chiesa, anche in modo inespresso, credo siano quelle stesse e, se ascoltate attentamente, commoventi parole di Pietro: "Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene".Attendo dunque nell’omelia un timbro che ridesti il senso dell’appartenenza al mistero che Gesù ha chiamato Padre, perché, in esso, mi accorgo recuperato nella mia totalità originaria e non più, come nella parola a cui la mentalità dominante facilmente mi abitua, accostato solo per la funzione che posso avere: ora come inquilino, ora come consumatore, ora come bisognoso d’affezione, ora come esperto di una particolare disciplina, ora come soggetto di doveri.Il parlare di un sacerdote deve dunque essere incarnato, deve cioè testimoniare un atteggiamento di fronte alla vita, una posizione umana. La parola è in sintesi autentica solo se posso testarla come intima alla mia esperienza personale, ma il desiderio di verifica sorge se il testimone che la pronuncia è compromesso lui stesso con essa, così che sia provocata la mia persona intera. L’omelia va a segno se testimonia un metodo davanti alla domanda che emerge dalla realtà concreta e, con essa, dalla storia del mondo.
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