«Lo Sconosciuto che viene oltre il Verbo». È l’espressione più concisa con la quale un teologo dello spessore di Hans Urs von Balthasar poteva parlare dello Spirito Santo. Che lo Spirito Santo sia uno “Sconosciuto” può essere vero per almeno due motivi: il primo, di ordine teologico, è determinato dal fatto che mai come in questo caso siamo posti dinanzi al mistero. Egli è Spirito di Amore e riporta inevitabilmente alla sublimità dell’essenza stessa di Dio come l’ha rivelata Gesù Cristo. Il linguaggio umano trova forte il limite delle sue parole sempre imbrigliate all’interno di quella “gabbia” – per usare l’espressione di Ludwig Wittgenstein – che impedisce di dire ciò che costituisce l’essenza del mistero. Con ragione, quindi, i fratelli di Oriente suggeriscono che è meglio invocare lo Spirito piuttosto che parlare di lui; egli, infatti, è grazia che viene data dall’amore del Padre. Da questa prospettiva, dunque, è importante sottolineare che per avere una coerente intelligenza di questo mistero è determinante acquisire l’atteggiamento dello stupore e della ricezione silenziosa.
Il secondo motivo è di ordine maggiormente storico e dipende dal fatto che per lungo tempo la teologia ha dimenticato di tenere fisso lo sguardo sull’intelligenza dello Spirito Santo. Ne è scaturita una teologia debole perché priva della centralità del mistero trinitario e, quindi, frammentaria nell’esposizione dei diversi misteri di cui si compone la fede. L’emarginazione del tema dello Spirito alla sola sfera della spiritualità, ad esempio, ha impedito di raggiungere una coerente teologia dei ministeri e del laicato. Il recupero del posto centrale che è dovuto agli studi sullo Spirito Santo ha permesso di verificare, in questi ultimi decenni, quanto ritardo sia stato imposto alla tabella di marcia della teologia sia nel suo corrispondere alla missione ecclesiale che le appartiene sia nel dare voce alla forza della profezia.
La foto seguente è stata scattata nel Cenacolo al Monte Sion in Gerusalemme


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