La morte non si banalizza: riflessione sulla vicenda delle sorelle Kessler di don Danilo D’Alessandro
Non sono nessuno per giudicare chi, nel mistero del proprio dolore e della propria interiorità, arriva a una scelta estrema come quella di togliersi la vita. Il Signore solo conosce davvero il peso delle sofferenze, delle solitudini e delle paure che abitano il cuore umano.
E davanti alla morte delle sorelle Kessler, non posso che affidarle alla misericordia infinita di Dio, che guarda oltre i gesti e comprende ciò che noi non riusciremmo mai a vedere.
Proprio per questo, però, sento il dovere — come credente, come sacerdote e come uomo — di ribadire che questa scelta non può essere normalizzata, né presentata come un’opzione neutrale o “tra le tante”.
Questa sera, nella trasmissione Cinque Minuti condotta da Bruno Vespa, la vicenda è stata affrontata con un tono che, pur nelle intenzioni informative, rischiava di trasformare una tragedia umana in un argomento di conversazione privo della necessaria profondità.
Vedere un dramma esistenziale trattato con leggerezza, quasi col sorriso sulle labbra, come fosse un fatto di attualità tra gli altri, mi ha ferito interiormente. La morte volontaria non è mai una notizia “normale”: è sempre il segno di un dolore profondo che chiede rispetto, silenzio, pudore.
Perché per noi cattolici la vita non è disponibile
La Chiesa cattolica insegna con chiarezza — nella sua dottrina costante e nel Catechismo — che:
• La vita è un dono di Dio, affidato alla nostra responsabilità ma non alla nostra proprietà (Catechismo 2280).
• Il suicidio contraddice l’amore verso se stessi e verso quel Dio che dà senso e compimento alla nostra esistenza (Catechismo 2281).
• Tuttavia, la Chiesa riconosce che responsabilità e colpa possono essere fortemente attenuate da sofferenze gravi, disturbi psicologici, paura, angoscia (Catechismo 2282).
• E per questo non giudica mai la persona, ma la affida con speranza alla misericordia del Padre (Catechismo 2283).
Per noi cattolici, dunque, la scelta di morire non è un atto concepibile né accettabile sul piano etico e spirituale.
Ma allo stesso tempo, nessuno di noi può giudicare il cuore di chi soffre.
Una responsabilità culturale e comunicativa
Quando un suicidio viene presentato in televisione con leggerezza:
• senza il peso etico che richiede,
• senza un linguaggio di rispetto,
• senza un richiamo alla fragilità umana che c’è dietro,
si rischia di banalizzare il dolore e, ancor peggio, di proporre una narrativa pericolosa per i più vulnerabili.
La comunicazione ha una responsabilità enorme: può custodire la vita o, senza volerlo, ferirla.
Per questo è necessario trattare simili notizie con pudore, compassione e grande attenzione.
Conclusione
Non giudico le sorelle Kessler, né chiunque soffra fino a quel punto.
Le affido alla misericordia di Dio, che conosce ogni lacrima nascosta.
Ma non posso tacere quando vedo che una scelta tragica viene raccontata con toni leggeri, quasi normalizzata.
La vita è un dono sacro, fragile e prezioso.
E noi — come comunità cristiana e come società — siamo chiamati a custodirla, soprattutto quando è più ferita, più stanca, più sola.
La morte non si discute con il sorriso: si accompagna con rispetto.
E la sofferenza non si commenta: si accoglie, si sostiene, si cura.


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