L’arte vive oltre la morte degli artisti

L’arte vive oltre la morte degli artisti di don Danilo D’Alessandro

Oggi, con la notizia della scomparsa di Ornella Vanoni, ho avvertito un’emozione profonda — la stessa che provai quando ci lasciò Pino Mango. Due voci così diverse, ma entrambe capaci di attraversare lo spazio dell’anima di ciascuno di noi, al di là del qui e ora, oltre la dimensione materiale.

È facile piangere l’assenza fisica: il dolore, la perdita, il vuoto che sembrerebbe rimandare a un “addio”. Ma credo che la verità più bella — e consolante — sia un’altra: questi grandi artisti non se ne vanno mai davvero. La loro arte — la musica, il canto, la parola, la melodia — è qualcosa di vivo, radicato così profondamente nelle nostre interiorità che diventa parte della nostra stessa esistenza.

La Bibbia, nel libro del Siracide, invita a “lodare gli uomini illustri, i nostri antenati” (Sir 44,1), cioè coloro che, attraverso i doni ricevuti da Dio, hanno lasciato un segno nella storia e nella vita degli altri. E in fondo gli artisti sono questo: custodi di un talento che non appartiene solo a loro, ma che hanno messo al servizio del mondo. Perché, come ricorda San Paolo, “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29). La voce è un dono, e quando quel dono diventa consolazione, bellezza, speranza, allora tocca l’eternità.

Quando ascoltiamo Ornella, non sentiamo solo note: sentiamo una storia, una memoria, un sentimento che ha attraversato il tempo. La sua musica non è un reperto, ma un filo che ci unisce a lei, che parla a noi come se ci conoscesse, anche se non l’abbiamo mai incontrata personalmente. E così succede con Mango, ma anche con tanti altri artisti — da Modugno a Lucio Dalla, da Mia Martini a De André — che continuano a vivere nel modo in cui la loro arte ha abitato e trasformato la nostra memoria collettiva. Fanno ormai parte del nostro vissuto, della nostra identità emotiva e culturale.

Questa eredità è la prova che l’arte ha una dimensione ultraterrena: non è solo “ciò che è stato”, ma è anche “ciò che continua ad essere”, nel battito dei nostri cuore, nelle nostre emozioni, nei ricordi e nei momenti in cui una canzone ci tocca al punto da far vibrare qualcosa dentro. È quasi un sacramento laico: invisibile ma reale.

In un certo senso, ogni volta che riaccendiamo un loro brano, stiamo celebrando la loro presenza, e li facciamo vivere di nuovo. Non è solo nostalgia: è gratitudine e riconoscimento che quel genio che loro incarnavano non era un’etichetta, ma una forza che ha trasformato il mondo interiore di chi li ha ascoltati.

Infine, è importante ricordare a noi stessi e agli altri: non basta riconoscere i grandi talenti con parole formali o messaggi di circostanza. La grandezza di un artista non risiede solo nella tecnica o nel successo, ma nel segno invisibile che lascia su di noi, nell’anima della collettività. Quello che sopravvive non è solo il genio, ma ciò che quel genio ha seminato nel cuore di ogni ascoltatore.

Perciò, non diciamo solo “ci mancherà”: diciamo “ci accompagna”, perché la sua voce è già parte di noi, per sempre. E questo ci ricorda che, quando un dono viene condiviso, non muore: si moltiplica, e continua a generare vita.

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