Quando ero ragazzo e frequentavo l’oratorio della parrocchia San Giovanni Bosco di Milano, ricordo ancora con viva tenerezza don Gabriele Ca

Quando ero ragazzo e frequentavo l’oratorio della parrocchia San Giovanni Bosco di Milano, ricordo ancora con viva tenerezza don Gabriele Caccia, allora coadiutore della comunità. Era amato da tutti per il suo sorriso autentico, per la parola buona e per quella naturale capacità di farsi vicino ai giovani con semplicità e profondità insieme. Anche quando era viceparroco, l’allora parroco mons. Giovanni Merlini non era del tutto convinto che dovesse intraprendere la carriera diplomatica; eppure fu il cardinale Silvestrini a riconoscere in lui un profilo prezioso e ad avviarlo con saggezza a quel percorso. Una scelta che, col senno di poi, si è rivelata giusta e feconda.

Oggi don Gabriele – incontrato alla fine di gennaio di quest’anno durante il 60 della parrocchia san Giovanni Bosco di Milano – ormai mons. Caccia, è un diplomatico di lungo corso, ma non ha mai perduto ciò che lo rendeva speciale fin dai suoi primi passi nel ministero: una profonda interiorità, un amore sincero per la Chiesa e una capacità rara di unire competenza, discrezione e spirito evangelico. In lui la diplomazia non appare mai come semplice esercizio istituzionale, ma come forma alta di servizio ecclesiale, vissuta con umiltà e con il desiderio costante di edificare comunione.

La sua storia racconta bene come nella Chiesa i doni di una persona possano maturare nel tempo senza smarrire la radice originaria della vocazione. Caccia porta con sé la familiarità con il popolo di Dio, l’attenzione pastorale imparata in oratorio e il respiro universale della missione diplomatica. È proprio questa unione tra vicinanza umana e visione internazionale a rendere il suo servizio così significativo.

Nel suo cammino emerge una figura di sacerdote che, pur chiamato a ruoli di grande responsabilità, resta radicato nella preghiera, nel senso della Chiesa e nella disponibilità a servire. La sua è una testimonianza silenziosa ma eloquente: si può essere uomini delle istituzioni senza perdere il cuore del pastore; si può rappresentare la Santa Sede nel mondo mantenendo intatto lo sguardo del Vangelo.

Per questo la sua nomina negli Stati Uniti non è soltanto un fatto diplomatico, ma anche una chiamata ecclesiale di grande valore. In un tempo segnato da tensioni, incomprensioni e bisogno di dialogo, mons. Caccia potrà offrire non solo esperienza e intelligenza, ma anche quella spiritualità sobria e profonda che nasce da un lungo amore per Cristo e per la Chiesa.


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