Quando anche i sacerdoti si ammalano

Quando anche i sacerdoti si ammalano
di Don Danilo D’Alessandro

Nel 2020 la Conferenza Episcopale Francese ha avuto il coraggio di commissionare uno studio serio e approfondito sulla salute fisica e mentale dei sacerdoti diocesani in attività. Oltre seimila preti, appartenenti a più di cento diocesi, hanno accettato di raccontare il proprio stato di benessere e di fragilità.

I risultati meritano di essere ascoltati con attenzione. Se i casi di burnout conclamato risultano percentualmente contenuti, emerge invece un dato molto più significativo: una percentuale importante di sacerdoti manifesta sintomi depressivi, stati di affaticamento emotivo e forme di sofferenza psicologica spesso non riconosciute. Molti continuano a svolgere il proprio ministero con apparente normalità, ma vivono quella che gli specialisti definiscono depressione ad alto funzionamento. Si continua a celebrare, a predicare, a organizzare, ad ascoltare le sofferenze degli altri e a farsi prossimi alle persone, mentre interiormente cresce una profonda stanchezza dell’anima.

La ricerca francese ha avuto il merito di infrangere un tabù: anche i sacerdoti si ammalano. Anche i sacerdoti possono sperimentare la depressione, l’esaurimento emotivo, il senso di inadeguatezza e il peso di responsabilità che sembrano non avere fine.

In Italia, tuttavia, manca ancora un’indagine nazionale di analoga portata. Non sappiamo quanta sofferenza silenziosa abiti le nostre diocesi. E ciò che non viene conosciuto rischia di non essere nemmeno preso in considerazione.

Esiste poi un ulteriore elemento che non può essere ignorato. La cultura ecclesiale ha spesso alimentato, anche inconsapevolmente, l’immagine di un sacerdote sempre forte, sempre disponibile, sempre capace di reggere ogni peso. In questo contesto, confessare la propria fatica può apparire pericoloso. Si teme di essere giudicati deboli, non all’altezza, persino inadeguati al ministero ricevuto. E così molti preti imparano a soffrire in silenzio.

Anche le strutture ecclesiali sono chiamate a interrogarsi. La diminuzione del numero dei sacerdoti, l’aumento delle responsabilità pastorali e le continue emergenze delle comunità portano talvolta a privilegiare la funzionalità rispetto alla cura della persona. Il rischio è quello di avere sempre bisogno di un sacerdote operativo, senza domandarsi sufficientemente quale peso egli stia portando interiormente.

Quanti sacerdoti continuano ogni giorno a celebrare l’Eucaristia, a predicare la speranza, ad ascoltare le sofferenze degli altri, mentre nel silenzio combattono una propria battaglia interiore? Quanti indossano un sorriso che nasconde stanchezza, delusione, senso di solitudine o il peso di responsabilità divenute quasi insostenibili? La sofferenza di un sacerdote raramente fa rumore. Proprio per questo rischia di rimanere invisibile.

La questione diventa ancora più drammatica quando la sofferenza psicologica sfocia in gesti estremi. Anche in Italia non sono mancati casi di sacerdoti e religiosi che si sono tolti la vita. Sono vicende che hanno ferito profondamente le comunità ecclesiali e che spesso, proprio per il loro carattere doloroso, sono state vissute con imbarazzo, silenzio o persino rimozione.

Anche nella mia esperienza ecclesiale ho visto quanto possa essere difficile affrontare questi eventi. Alcuni anni fa, nella diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, un frate francescano si tolse la vita. Ciò che colpì non fu soltanto la tragedia della sua morte, ma anche la percezione che su quella vicenda si stendesse rapidamente un velo di silenzio. Perfino nella riunione del clero immediatamente successiva non vi fu un momento di preghiera esplicita per lui. Tutto sembrò passare come qualcosa di cui si faticava a parlare.

Non si scrivono queste righe per esprimere un giudizio su persone o circostanze che solo Dio conosce pienamente. Si scrivono perché questi eventi interrogano profondamente la coscienza ecclesiale. Ogni volta che un sacerdote o un religioso giunge a un tale livello di disperazione, tutta la Chiesa è chiamata a fermarsi e a domandarsi se abbia saputo ascoltare, accompagnare e custodire sufficientemente i suoi ministri. Il silenzio può nascere dal dolore, ma non può diventare una forma di rimozione. Le ferite, per poter guarire, devono anzitutto essere riconosciute.

Questo tema riguarda tutti.

Riguarda i sacerdoti, chiamati ad avere il coraggio di riconoscere la propria fragilità senza viverla come una sconfitta e senza vergognarsi di chiedere aiuto.

Riguarda i vescovi, ai quali è affidata non soltanto l’organizzazione pastorale delle diocesi, ma anche la custodia umana, spirituale e fraterna dei loro presbiteri.

Riguarda i laici, che possono diventare presenze capaci di vicinanza, di ascolto e di discreta attenzione, ricordando che anche il sacerdote, pur essendo padre nella fede, rimane un uomo con le sue ferite e i suoi limiti.

La fragilità dei sacerdoti non è un problema privato da nascondere. È una realtà umana che interpella l’intera Chiesa. Prendersi cura di chi ogni giorno si prende cura degli altri non è un lusso né una concessione. È un atto di responsabilità ecclesiale e, prima ancora, di autentica fraternità.

Forse la domanda che la ricerca francese consegna oggi alla Chiesa non è semplicemente quanti sacerdoti soffrano, ma se siamo disposti a costruire comunità nelle quali un prete possa dire con serenità: «Sono stanco», «Sto attraversando un momento difficile», «Ho bisogno di aiuto», senza sentirsi giudicato, etichettato o lasciato solo.

Una Chiesa che sa prendersi cura delle ferite dei suoi pastori è una Chiesa che testimonia con credibilità il Vangelo della compassione. E forse proprio da questa ritrovata capacità di custodirci reciprocamente potrà nascere un ministero sacerdotale più umano, più fraterno e, per questo, ancora più evangelico.


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