INVIDIOSO – INVIDIOSO – INVIDIOSO – INVIDIOSO – INVIDIOSO –
L'invidioso è sempre irrequieto, permaloso, triste, scontento, come ben si conosce dall'occhio livido, dai lineamenti contratti, dalla faccia smorta e scura: egli va ruminando odio, collera e vendetta; ne sono esempio i fratelli di Giuseppe, i quali concepirono contro il loro fratello un odio tale da volerne la morte, quando divennero gelosi di lui perché Giacobbe lo amava più di essi (Gen. XXXVII, 4).
L'invidia è un tormento perpetuo come l'inferno, ardente come il fuoco, divorante come la fiamma (Cant. VIII, 6); è un lento veleno che consuma le midolla delle ossa (Prov. XIV, 30); conduce alla miseria (Prov. XXVIII, 22); è la più crudele malattia, la più terribile morte del cuore. «O invidia, esclama il Crisostomo, sorgente della morte, malattia complicata, chiodo acutissimo nel cuore! (Ibid.)».
L'invidioso ha le pupille inferme, perché offese da ciò che è splendido e bello, la gloria, la virtù, la fama, il benessere degli altri lo inquieta e lo tormenta; l'invidia sua cresce col crescere della gloria e della virtù del prossimo. Domandato Socrate qual cosa sia di danno ai buoni e di tormento ai malvagi, rispose: La felicità dei cattivi è dannosa ai buoni; la prosperità dei buoni tormenta i cattivi per mezzo dell'invidia (Anton. in Meliss. lib. I, c. XXVI).
L'invidioso è doppiamente infelice: per i mali suoi e per i beni degli altri. Egli rende qualche volta, con la sua invidia, molto più grandi e fortunati coloro di cui è geloso; come si vide nei figli di Giacobbe, i quali furono, con la loro invidia e gelosia, la causa per cm il loro fratello Giuseppe fu innalzato a viceré di Egitto. «L'invidioso, come osserva S. Gregorio, è di animo pusillanime, di cuore gretto e vile, perché portando invidia agli altri, dimostra di essere inferiore a loro; fa vedere la sua piccolezza e povertà; che cosa è infatti invidiare, se non confessare che manca quella cosa di cui si ha invidia!» (Moral. lib. V). L’invidioso è dolente che altri abbia ciò che egli ha; gli dispiace di avere meno di un altro o che un altro abbia più di lui; si rattrista perché le sue sostanze non uguagliano quelle del suo emulo. «O somma ingiustizia della gelosia, esclama Palladio (Apud Stobaeum, serm. XXXVIII), l'invidioso perseguita il fortunato!».
« L'invidia, predica S. Bernardo, è il tarlo dell'anima; distrugge il buon senso, brucia le viscere, turba lo spinto, rode come cancro il cuore, alimenta col pestilenziale suo fiato ogni sorta di beni. L’invidioso converte l’altrui bene in suo peccato. O tu che ti mostri geloso dell’altrui benessere, bada di non distruggere il tuo! perché se la morte spirituale è compagna indivisibile dell'invidia, certamente tu non puoi essere invidioso e vivere (De inter. domo, c. XLII)».
L'invidia è veleno più pericoloso che l'amor proprio: esso incomincia a dare la morte a colui che lo vomita su gli altri e lo porta ai peggiori attentati. L'orgoglio è naturalmente ardimentoso e ama sfoggiare; ma l'invidia è ipocrita, si camuffa sotto ogni pretesto, lavora nel segreto e trama all'oscuro.

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