Misericordia, dono, lontananza-vicinanza
Dio dona continuamente la sua misericordia: è l'idea che ci guida in solennità. Cosa vuol dire Immacolata Concezione? Difficile risposta, troppo difficile: come spiegare che Dio può preservare una creatura dal peccato originale. Per provare ad essere semplici ci facciamo aiutare da alcune parole: misericordia, dono, lontananza-vicinanza. In queste abbiamo osato "racchiudere" il mistero dell'Immacolata.
Ascoltando la prima lettura ci veniva in mente proprio la parola misericordia, perché la risposta di Dio alla vicenda di Adamo ed Eva non è stata la condanna, ma una promessa, la promessa che da quella stessa fragilità di carne di donna nascerà, come abbiamo ascoltato domenica scorsa nel vangelo, uno più forte.
Immacolata, allora, ci siamo detti vuol dire: forza, radicalità, fermezza, coraggio. Chi è più forte? Adamo con la sua paura e il suo nascondersi, o Maria con il suo turbamento e il suo dire: Eccomi? Chi è più forte? Adamo che gioca a scaricare la responsabilità su Eva o Maria che accetta la responsabilità della maternità? Chi è più forte? Adamo, che non riconosce più in Eva un dono (diventa: la donna che tu mi hai posto a fianco…), oppure Maria che accetta di fondare la propria vita sulla fragilità della parola di Dio (avvenga di me quello che hai detto)? Dalla Vergine nascerà colui che il Battista definisce come più forte di me, forte perché fonderà la propria vita terrena sull'umiltà, sulla fragilità, sul dono, sulla disponibilità: tutti valori che, se ci pensate bene, possiamo riscontrare facilmente in Maria.
Da quella storia di peccato, ovvero di lontananza da Dio non nasce una condanna, ma nasce la storia della Salvezza, la storia della compassione e della misericordia di Dio con gli uomini: la storia della vicinanza di Dio, che in Gesù ha il suo compimento.
I versetti 14 e 15 di questo capitolo 3 del libro della Genesi sono intesi come un proto-evangelo che dice la futura sconfitta del signore del male e della morte ad opera di una discendenza della donna, ci aiutano ad andare contro la retorica spaventosa che vede la donna come sede propria della tentazione e della seduzione maligna! Al contrario: sembra che proprio a lei sia affidato il compito storico di una generazione nuova, come esito finale di una lotta tra lei e il serpente.
Una conferma a tutto questo ci viene, a mio avviso, dalla seconda lettura, nella quale Paolo fa entrare in scena tutti gli uomini. Ognuno è chiamato ad essere santo ed immacolato, ognuno è chiamato a fondare la propria vita sulla fragilità della Parola di Dio perché questa Parola Dio l'ha affidata alla fragilità della nostra carne. Ci siamo soffermati un po' su questa chiamata nelle nostre comunità e ci siamo detti che questa chiamata è un dono, un bel dono che Dio ci fa', il più bel dono che Dio ci possa fare perché Lui non ci regala delle cose ma ci regala la sua paternità. Siamo figli adottivi dice il testo, il che non significa che siamo "meno figli". La vicenda di Gesù infatti ci dice che ognuno di noi è fortemente voluto, desiderato, amato dal Padre. Chi adotta un bambino sa quali e quanti sacrifici, fatiche e coraggio sono necessari. Che bello per un papà e una mamma che adottano un bambino , poter fare questo paragone tra la loro vicenda e quella di Dio Padre con ognuno di noi.
Una parola, quella di Paolo, di una bellezza straordinaria che "quasi" ci pone sullo stesso piano di Maria, scelta per puro dono e preservata dal peccato per puro dono. E anche noi, come lei scelti prima della creazione del mondo per essere santi ed immacolati.
Possiamo sentire allora rivolte a noi le parole dell'angelo a Maria: Kaire, gioisci! Non si può non gioire quando Dio entra nella nostra vita. Kekaritomene, E. Ronchi traduce: amata per sempre, perché l'amore di Dio non conosce misura; il Signore è con te, la promessa di una presenza, di una vicinanza, di un accompagnamento, di una benedizione. Nella vita di Maria, nella vita di ogni uomo e di ogni donna si compie il cammino della misericordia di Dio.

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