Dal libro del Qoèlet

Dal libro del Qoèlet

Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.
Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male.
Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!

Il termine vanità (lett. “vapore”) indica la sterilità, il vuoto, la fugacità che l’uomo avverte, quando si focalizza nelle cose della terra e in queste cerca quella felicità verso cui il cuore lo sospinge.
L’uomo si domanda spesso che cosa sia la felicità, in che cosa consista, e risponde che consiste nel conseguire ciò che si desidera. Certamente è così, ma se il desiderio è per le cose della terra viste in una assolutizzazione, esse, una volta conseguite, danno la felicità? Qoèlet dice con forza di no. Le cose danno un’ebbrezza momentanea, e l’ebbrezza “consuma” la stessa ebbrezza. L’uomo non può saziarsi di cose finite; non può raggiungere un infinito riempiendo le sue giornate di sensazioni finite.
Contro possibili immediati rifiuti al suo esordio Qoèlet pone una domanda: “Quale guadagno viene all'uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?”.
L’accento della domanda è sul vantaggio e non su che cosa si può fare nella vita. Gli uomini peccatori hanno l’illusione di segnare di sé la terra, in modo incancellabile; ma una generazione va e una generazione viene, portando con sé la medesima voglia.
Ma “la terra resta sempre la stessa”. L’azione dell’uomo rimane dell’uomo; non ha il potere di cambiare la terra. Sulle opere dell’uomo regnano sovrane le leggi del creato. Le opere dell’uomo non rompono tali leggi; esse stesse sono rette dalle leggi del creato.
E il creato ha una operosità globale che sfugge all’uomo. Il sole sorge e tramonta; il vento gira e rigira; l’acqua evapora, e dalle nubi scende la pioggia. Sono cicli, eppure lavorano per un fine che Dio conosce, e che sfugge all’uomo.
La realtà è tanto ricca che mai l’occhio è sazio di guardare e l’orecchio di udire; cioè l’uomo non arriva mai a conoscere tutto; e non arriva con le parole ad esprimere pienamente la sua meraviglia di fronte alla grandezza delle cose che vede.
Gli uomini vorrebbero segnare di sé la storia umana, fare azioni totalmente nuove. Tanto nuove da essere all’origine di un nuovo corso delle cose. Ma questo non avviene. Sono nuove nella carica morale personale, nell'ingegnosità, ma non nuove in assoluto, come se fossero create dal nulla e avessero nuove leggi. L’uomo ha provato l’ebbrezza di librarsi in alto con il salto, poi si è elevato nell’aria con strumenti sempre più sofisticati, ha concepito le comunicazioni a distanza, prima con nuvolette di fumo, con specchi al sole, con piccioni viaggiatori, corrieri, poi con il telegrafo, e via dicendo, ma è rimasto uomo e la creazione è rimasta tale. Gli uomini si illudono di farsi un nome che sarà ricordato di generazione in generazione, ma Qoèlet presenta subito che questa è un’illusione. Certo, se uno è stato importante sarà ricordato, ma con ricordo sempre più sbiadito.
L’uomo rimane sempre una creatura; un essere relativo al suo Creatore.


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