Noi oggi diremmo che lo spirito profetico di Gesù suscitò in lui un moto incontenibile. In qualche modo “perse le staffe” davanti a questa profanazione. In questo egli conosce lo sdegno che troviamo nelle pagine di Isaia, Geremia, Amos e Michea. Mentre Gesù, nei Vangeli di Marco, Matteo e Luca, accusa di aver fatto della “casa di preghiera” una spelonca di ladri, Giovanni parla di “una casa di commercio”, cioè una bottega. Oggi ci troviamo a meditare una pagina che suscita in noi emozioni ed interrogativi. Nel Vangelo di Giovanni troviamo un testo molto diverso dagli altri tre evangelisti. Mentre la tradizione sinottica pone l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio alla fine della vita e del ministero di Gesù, Giovanni lo colloca agli inizi. Gli studiosi della Bibbia non hanno alcun dubbio circa la sostanziale storicità di questo energico e provocatorio intervento di Gesù. Egli, davanti allo spettacolo della degradazione del Tempio da casa di preghiera a luogo di affari, è preso dallo “zelo della casa del Signore”. Ma il redattore del Vangelo di Giovanni non vuole soltanto offrirci un’informazione storica: egli, collocando l’episodio all’inizio del Vangelo, intende conferirgli il significato di “una porta di ingresso”, di “una chiave di lettura” dell’intero evangelo. Per Giovanni questa è la cacciata dei venditori, è la “purificazione del tempio”, ma ancor più è la liberazione dal tempio. Il tempio, con le sue strutture e le sue gerarchie, con le sue regole e i suoi ritualismi, presume di essere la casa di Dio, il luogo centrale o addirittura esclusivo della fede. Questo linguaggio, che mette a nudo le perversioni del tempio, che lo desacralizza, non costituisce soltanto una motivata polemica contro le presunzioni e le oggettive ipocrisie delle “strutture religiose”, ma rappresenta un “manifesto della libertà” dal tempio. La fede non è perimetrata da qualcuno che “governa” gli spazi del sacro, che stabilisce chi è fuori e chi è dentro. Siamo liberi/e dal tempio e dai suoi funzionari perché la fede è oltre il tempio. Non è il caso di perdere tempo in sterili polemiche contro “i governatori e i sommi sacerdoti del tempio” e delle chiese, ma, senza escludere nessuno dal dialogo, occorre coltivare un cammino di fede che non accetti le categorie del fuori e del dentro dettate dall’alto, imposte dall’alto Il teologo cattolico Eugen Drewermann ce lo ricorda in modo semplice e tagliente: “Sta solo a noi vivere quel poco di verità che sentiamo, pensiamo, conosciamo e di cui, pertanto, siamo pure responsabili. Un singolo essere umano sarà pure fallibilissimo. Eppure merita infinitamente più fiducia di un Magistero che sbaglia tutto già per il fatto che pretende di essere infallibile. Nessuna libertà, finché crede di essere bisognosa di un permesso da parte di una qualche autorità ecclesiastica, può essere considerata reale. Nessuna obbedienza di gruppo…promuove l’umanità”. (La fede inversa,Edizioni La Meridiana, pag. 94)

Noi oggi diremmo che lo spirito profetico di Gesù suscitò in lui un moto incontenibile.
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