Mi piace talvolta pensare a voce alta, prendere distanza dalla realtà e cercare di meditarci sopra come colui che osserva il corso di un fiu

Mi piace talvolta pensare a voce alta, prendere distanza dalla realtà e cercare di meditarci sopra come colui che osserva il corso di un fiume senza finirvi dentro. Quando tocca gli altri la sofferenza, morale o fisica che sia non ci tocca veramente, tendiamo verso lo sminuire con un atteggiamento incoraggiante che non rispetta chi ci sta parlando o ci sta comunicando un suo malessere. Ci dicono: “non importa se parlano alle spalle, se ti hanno dileggiato o preso in giro… lascia perdere, non ci fare caso, mettiti tutto alle spalle”.
Non è così facile e la pedagogia dell’integrazione dei vissuti richiede tempo per inserire quanto accaduto in un percorso di senso e di significato che abbia valore per me prima che in sè, tanto più se i vissuti sono profondi e hanno toccato le fibre dell’anima allora ci vorranno tempi più lunghi.
La situazione diventa paradossale quando siamo noi a vivere direttamente certe situazioni: diventiamo autoritari, normativi, sentiamo il fastidio e il dolore che certi fatti provocano e proviamo fastidio quando qualcuno ci dice che stiamo esagerando, che stiamo facendo di un pelo una parrucca. Se poi attaccano la tua immagine pubblica, apriti cielo! La lesa maestà è dietro l’angolo. Un esercizio interessante è quello dì decorticare il ruolo, la posizione sociale, il riconoscimento altrui, per arrivare alla linfa e chiederti: perché ti fa male? Prendersi del tempo, per declinare il sentire e non il pensare o razionalizzare ci restituisce la verità dì quello che siamo. Questa verità spesso non ci piace e corriamo subito a ri-prenderci il ruolo che ci fa abitare la nostra zona comoda per accorgerci che la persona non c’è perché ha lasciato spazio al personaggio! Nei casi più gravi ti accorgi dì aver vissuto la vita degli altri e non la tua!


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