VERSO IL GIOVEDÌ SANTO
Riflessione sul dono del sacerdozio
«Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19)
Nel silenzio dell’Ultima Cena, Gesù ci ha donato il sacerdozio.
Un dono fragile e potente allo stesso tempo.
Consegnato a mani umane, perché l’Amore potesse continuare a spezzarsi e a donarsi.
Ma cosa vede il mondo in un sacerdote?
Un uomo che dovrebbe essere tutto:
carismatico ma invisibile, povero ma efficiente,
presente ovunque, ma senza vita propria.
Un asceta… ma anche un comunicatore, purché “non troppo”.
A volte sembriamo una casta privilegiata.
Altre, dei supereroi falliti.
O peggio ancora, colpevoli ancora prima di essere ascoltati.
Ci vorrebbero sposati, ma sempre disponibili.
Ci vorrebbero portabandiera, ma guai a farci notare.
E quando stiamo in confessionale… quel banco resta spesso vuoto.
Eppure lì, in quel silenzio, si consuma la verità del nostro ministero.
«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi…» (Gv 15,16)
In questo giorno santo, voglio restare davanti a questo mistero:
di un Dio che chiama sapendo già i miei limiti,
che lava i miei piedi prima ancora che io riconosca di averne bisogno.
E mentre contemplo il mio sacerdozio,
ringrazio i pochi amici veri che ho.
Quelli che hanno visto prima la mia umanità,
poi la mia vocazione.
Quelli che mi hanno rispettato, ma anche corretto,
con sincerità, con durezza, con amore.
Quelli che non si sono scandalizzati delle mie fragilità,
ma mi hanno accolto, così come sono.
Resto il parroco di tutti e l’amico di nessuno,
non per distanza, ma per rispetto.
Per tutelare quel mistero che ogni giorno mi viene consegnato:
le vostre vite, le vostre lacrime, i peccati, le confessioni mai dette.
«Questo è il mio corpo, che è dato per voi.» (Lc 22,19)
È in quel “dato per voi” che ogni prete si gioca tutto.
Anche se non viene compreso.
Anche se resta solo.
Anche se ama in silenzio.
Nel buio del Getsemani,
nell’acqua versata sui piedi,
nel pane spezzato…
continua a vivere il nostro sì.
Fragile, ma reale.

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