Una foto con il Papa… anche morto!

Una foto con il Papa… anche morto!

In questi giorni, sempre più spesso vedo pubblicate fotografie di persone in compagnia di Papa Francesco. Scatti che diventano quasi un manifesto della propria identità. Mi chiedo: qual è il bisogno che si nasconde dietro questa esposizione?

Forse è il desiderio di sentirsi riconosciuti, validati, visti. Forse è il tentativo di dire agli altri — e a sé stessi —: “Io c’ero. Io conto. Io sono vicino al Papa.” In un tempo in cui l’immagine ha più forza della parola, una foto può diventare simbolo di appartenenza, una scorciatoia per affermare la propria fede, il proprio impegno, la propria “vicinanza” al sacro.

Eppure, la vera prossimità non ha bisogno di prove. Il Vangelo ci ricorda che ciò che è autentico resta nascosto agli occhi del mondo e prezioso agli occhi di Dio. La fede non si misura in selfie, ma in gesti silenziosi. Il discepolo vero non si mette al centro, non si fotografa con il Maestro: lo segue, in silenzio.

E c’è un altro aspetto che mi ferisce profondamente: vedere persone che si fanno fotografare accanto al feretro di un Papa, davanti al corpo di un uomo che ha dato tutto sé stesso per la Chiesa. Non c’è più il pudore, né il rispetto per la morte. Invece di raccogliersi in preghiera, si scatta “l’ultimo selfie col morto”. Come se anche quel momento sacro, intimo, dovesse finire sui social, consumato come tutto il resto.

Non condanno chi pubblica, ma invito a una domanda più profonda: che cosa cerco davvero? Perché non riesco a vivere un momento sacro senza doverlo mostrare?

Che ogni incontro con la santità, e anche con il mistero della morte, sia occasione per tacere, per pregare, per lasciarsi cambiare. Perché l’eternità non ha bisogno di essere fotografata e alla fine sono sempre i nani che hanno bisogno di salire sulle spalle dei giganti… anche morti!

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