Non siamo numeri":
se i giovani rifiutano il colloquio orale, forse stanno solo gridando di essere ascoltati
di Don Danilo D'Alessandro
Mi fermo ad ascoltare ciò che, in questi giorni, si dice sulle studentesse e sugli studenti italiani che si ribellano al sistema scolastico. Alcuni li definiscono "viziati", altri "nullafacenti", altri ancora – in modo sprezzante e blasfemo – "merda". Parole che rivelano non solo un'incapacità di comprensione, ma un'inquietante deriva culturale: quella di un Paese che non sa più guardare i giovani come risorsa, ma solo come fastidio.
L'Italia appare ogni giorno di più come un "Paese per vecchi", dove il futuro è ostaggio della nostalgia, dell'autoritarismo e della paura. Ma quando i giovani protestano, anche con forme non perfette, non stanno distruggendo: stanno tentando di costruire un'alternativa. Ignorarli, o peggio umiliarli, è il modo migliore per condannarci tutti a una lenta agonia sociale.
La protesta contro l'esame orale: una ribellione che dice molto di più
Al centro della recente ondata di proteste c'è il rifiuto del colloquio orale dell'esame di maturità, da parte di alcuni studenti che vi hanno visto non tanto una prova di conoscenza, quanto una messa in scena. Un rituale anacronistico, in molti casi, che giudica più l'abilità retorica e la gestione dell'ansia che il reale percorso formativo compiuto.
Questa forma di dissenso – simbolica, pacifica, ma forte – nasce da motivazioni che vanno ascoltate:
Il colloquio come atto performativo, non formativo.
Non tutti gli studenti hanno le stesse competenze comunicative. Chi è più fragile, chi ha vissuto traumi, chi ha stili cognitivi diversi, spesso arriva all'orale non per esprimere ciò che sa, ma per sopravvivere all'imbarazzo, al panico, al giudizio.
Una valutazione percepita come arbitraria.
Il voto, soprattutto quello orale, viene vissuto come soggettivo, umorale, poco trasparente. Alcuni studenti denunciano il fatto che, nonostante il loro impegno, il voto finale dipende da simpatia, impressione, o aspettative preformate.
Un esame che non tiene conto del vissuto.
Molti giovani hanno attraversato negli ultimi anni pandemie, crisi ambientali, instabilità familiari, ansia sociale, eppure l'esame resta uguale. Come se il contesto non contasse, come se tutto ciò che hanno vissuto non avesse diritto di cittadinanza nel momento più "valutato" della loro adolescenza.
Una scuola che li giudica ma non li conosce.
Gli studenti avvertono un paradosso doloroso: si sentono invisibili tutto l'anno, poi all'improvviso sono messi sotto una lente che li scruta e li etichetta. Non si sentono formati, ma solo "pesati". E ciò che manca, nel processo educativo, è la relazione.
Il punto di vista degli insegnanti: tra frustrazione e solitudine
Molti docenti non sono contrari al cambiamento. Anzi, spesso sono i primi a sentire il peso di un sistema che li rende custodi di procedure più che educatori di coscienze. Devono valutare, spesso senza strumenti adeguati, senza tempo, senza riconoscimento.
Sono costretti a uniformarsi a criteri ministeriali freddi, distanti, impersonali.
Temono di essere messi sotto accusa se mostrano umanità, comprensione, elasticità.
Sono lasciati soli a fronteggiare studenti in crisi, famiglie assenti o pretenziose, dirigenze poco coraggiose.
Il vero problema: un'idea di scuola che non educa più
Alla radice della protesta non c'è solo l'orale della maturità. C'è una sfiducia crescente nella scuola come luogo di senso, di relazione, di crescita. I giovani sentono che si sta perdendo l'orizzonte educativo: che la scuola non insegna a vivere, ma a sopravvivere al giudizio. Che non accompagna, ma seleziona. Che non forma, ma etichetta.
Il sistema di valutazione attuale, fondato su numeri, griglie e medie aritmetiche, non misura la crescita personale, ma solo la prestazione tecnica. Non valorizza i talenti divergenti, non accoglie i ritmi diversi, non lascia spazio alla domanda di senso. È, in fondo, una macchina meritocratica senza misericordia, dove "merito" è spesso sinonimo di conformità.
Proposta: da valutazione a valorizzazione
Serve una rivoluzione culturale. E parte da un cambio di paradigma:
Dalla scuola del giudizio alla scuola della relazione.
Dalla prestazione all'autenticità.
Dall'uniformità alla personalizzazione.
La valutazione va ripensata come un dialogo educativo, non come un verdetto. Deve aiutare il ragazzo a riconoscere le sue forze, i suoi limiti, il suo cammino. Deve essere formativa, non punitiva. Deve diventare strumento di consapevolezza, non di gerarchia.
Quando un giovane si rifiuta di sostenere l'esame orale, non sta rifiutando la conoscenza, ma il modo in cui gli adulti gliela impongono. Sta gridando che vuole essere ascoltato, non schedato. Che vuole crescere, non essere esibito. Che non è un numero, ma una persona.
Ignorare questa protesta significa ignorare il cuore stesso della scuola.
E forse anche quello della nostra democrazia.


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