L’erba tagliata e la vergogna svelata: quando l’abitudine ci ruba gli occhi

L’erba tagliata e la vergogna svelata: quando l’abitudine ci ruba gli occhi

Ieri, sulla strada che porta dal campo d’aviazione dei Carabinieri a Favelloni, hanno tagliato l’erba alta ai bordi della carreggiata. Quello che è emerso da dietro i rovi e l’erba incolta è stato uno spettacolo sconcertante: sacchetti di plastica, bottiglie, rifiuti di ogni genere disseminati lungo la via, come se qualcuno li avesse seminati con indifferenza. Una discarica strisciante, visibile solo a chi ha ancora occhi per vedere.

Eravamo appena tornati da una gita con un gruppo di ragazzi. Un carabiniere del nucleo biodiversità ci aveva appena parlato con passione della bellezza degli habitat naturali, della fragilità degli ecosistemi e della responsabilità dell’uomo che, troppo spesso, li ferisce o li distrugge. Eppure, durante il tragitto di ritorno, nessuno dei ragazzi sul pullman ha fatto un commento su quello scempio ai bordi della strada. Nessuno stupore. Nessuno sdegno. Come se nulla fosse.

Questa assenza di reazione mi ha colpito più della sporcizia stessa. Mi ha interrogato. Com’è possibile che non vediamo più ciò che ci circonda? Che meccanismo interiore ci rende inerti, indifferenti, quasi ciechi di fronte al degrado?

La normalizzazione del brutto

La prima risposta che emerge è quella della normalizzazione: ciò che vediamo continuamente, anche se è brutto, finisce per diventare “normale”. Ci si abitua. Lo si integra nell’orizzonte delle cose inevitabili, come la pioggia o il traffico. È l’effetto della desensibilizzazione: il cervello umano, per economia, smette di reagire a ciò che si ripete senza conseguenze apparenti. Ma questa abitudine ha un prezzo: ci ruba la capacità di indignarci, di pensare criticamente, di reagire.

L’educazione emotiva ed estetica mancante

C’è poi una carenza più profonda: non educhiamo più al bello, e dunque non sappiamo più riconoscere il brutto. Viviamo in un tempo in cui l’estetica è spesso confusa con la superficie, con il “like”, con l’apparenza patinata. Ma l’estetica autentica non è un lusso da élite: è la capacità di cogliere l’armonia, la proporzione, la dignità delle cose. È un senso che va formato, come si forma il gusto musicale o la coscienza etica. Se non insegniamo ai nostri ragazzi che una strada pulita è segno di rispetto, e una piena di plastica è un grido di abbandono, non possiamo stupirci se non reagiscono.

La responsabilità collettiva negata

Un’altra radice del problema è la frammentazione della responsabilità. “Non è compito mio”, “non tocca a me”, “ci penserà il Comune”… e intanto il sacchetto resta lì. In questa logica diluita, nessuno si sente colpevole e nessuno si sente in dovere di fare qualcosa. È una forma di deresponsabilizzazione sociale, che uccide lentamente il senso civico.

L’indifferenza come patologia spirituale

Ma forse il nodo più profondo è spirituale. L’indifferenza è una malattia dell’anima. Nasce quando smettiamo di sentirci parte del mondo, connessi agli altri, responsabili del creato. Quando la vita diventa solo “mia”, e il resto un fastidio da ignorare. Il cristianesimo – e ogni umanesimo autentico – ci chiede esattamente il contrario: di sentire il dolore della terra e degli altri come nostro. Di non passare oltre. Di prenderci cura.

E allora?

L’erba tagliata ci ha mostrato il volto nascosto del nostro vivere: un paesaggio ferito dall’indifferenza. Ma non tutto è perduto. Se impariamo a guardare davvero, a insegnare a vedere, a prenderci cura anche delle piccole cose, possiamo ricominciare. Basta un gesto: un ragazzo che si china a raccogliere una bottiglia, un adulto che spiega perché non si getta una carta per terra, un parroco che scrive queste righe.

Il brutto ci circonda. Ma il bello – il bello vero, che è anche giusto, armonico e pulito – è ancora possibile. Basta avere occhi, cuore e mani pronti a costruirlo.


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