“La bellezza dimenticata del sacerdozio”
Qualche tempo fa un giovane prete si è tolto la vita. La notizia ha riempito per qualche giorno i titoli dei giornali, poi, come accade spesso, è caduta nel silenzio. Nessuno si è davvero fermato a capire. Né le ferite che quel gesto lasciava nella comunità, né le solitudini che forse lo avevano preceduto.
Oggi, invece, piangiamo un sacerdote maturo, il vicario generale della nostra diocesi, don Nunzio. Un uomo che ha formato generazioni di giovani, oggi padri e madri, professionisti, cristiani maturi. Un prete che ha seminato fede, cultura, passione per la vita. Eppure anche la sua morte rischia di passare in fretta: un post, una foto, un ricordo condiviso, e poi tutto si dissolve nel flusso di altre notizie, così come lo è stato per don Antonio Purita che ha servito per tanti anni la comunità di San Leoluca a Vibo Valentia. Passa qualche mese e tutto si dissolve, anche la
consistenza di una vita donata per anni nel servizio di una comunità.
Viviamo tempi in cui persino la morte è diventata “consumabile”: la si commenta, la si posta, ma raramente la si medita. È così anche per la vita dei sacerdoti. Ci si accorge di loro quando non ci sono più o quando si fa fatica a trovarne uno disponibile per una messa o un funerale. Ma il dramma non è solo la scarsità numerica: è il venir meno dello stupore davanti alla bellezza di una vocazione che ancora oggi può riempire una vita.
Io stesso sono succeduto a un parroco che ha servito la sua comunità per quarantotto anni. Don Raffaele…Dopo la sua morte, solo pochi si sono ricordati di lui; qualcuno ha fatto celebrare una messa in suffragio, poi il silenzio. Eppure dietro a quella lunga fedeltà c’era una vita spesa, giorno dopo giorno, per Dio e per il suo popolo: battesimi, confessioni, catechesi, ascolto, lacrime, sorrisi, solitudini. Tutto consumato in silenzio, come un cero davanti all’altare.
Essere preti oggi non è facile. Si cammina spesso tra incomprensioni, aspettative sproporzionate, solitudini interiori, e una società che sembra non avere più bisogno di noi. Ma è proprio questo il tempo in cui la sfida diventa più affascinante. Perché il Vangelo non smette di essere vero, anche quando non è di moda.
Il sacerdozio non è una carriera, ma un’avventura: quella di chi si lascia prendere da Cristo per essere segno della Sua presenza in mezzo alla gente. È la gioia di accompagnare una vita che rinasce nel perdono, di portare conforto a chi piange, di celebrare la speranza anche dove tutto sembra perduto. È vivere sapendo che, pur tra fatiche e cadute, ogni giorno si può dire con verità: “La mia vita ha un senso, perché è donata.”
Forse dovremmo tornare a dire ai giovani, senza paura e senza retorica, che vale la pena essere preti. Non perché il mondo lo capisca o lo celebri, ma perché Cristo continua a chiamare, e la Sua chiamata è ancora capace di dare pienezza, di riempire il cuore, di trasformare la vita in dono.
Il sacerdozio resta un mistero di bellezza fragile ma feconda. In un mondo che cambia, in una Chiesa che soffre, Dio continua a cercare cuori disposti a dire: “Eccomi.”
E chi risponde scopre che non c’è nulla di più umano, di più vero e di più pieno che appartenere totalmente a Lui.


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