XXIX Domenica del T.O.
La Fede sulla Terra: Una Ricerca Autentica
Quando il Signore tornerà, troverà la fede sulla terra? Ma di quale fede sta parlando? Spesso siamo abituati a pensare alla fede come a un semplice affidamento, a una fiducia. Invece, la fede è molto di più. La definizione più bella ce la fornisce il catechismo della Chiesa Cattolica: la fede è una virtù. E perché la fede cresca, è necessario che questa virtù venga esercitata. Non si tratta quindi di una questione di cose da fare, ma riguarda un ambito interiore, il proprio modo di essere, l'acquisizione stabile di una disposizione dell'animo. È un esercizio che dura tutta la vita.
Allora, quando il Signore tornerà, troverà la fede in quelle persone che si sono dedicate alla costruzione della propria vita interiore, in coloro che hanno la capacità di staccare gli occhi dalle cose del mondo per entrare in profondità e salire in altezza.
Fede: Dono o Risposta?
Spesso si dice che la fede è un dono. Ma non può essere solo un dono, perché se lo fosse, Dio sarebbe ingiusto, concedendolo ad alcuni e non ad altri. Chi non lo riceve non avrebbe dunque alcuna colpa. In realtà, Dio ha scritto una lettera bellissima, firmata con il sangue di suo Figlio, e questa Parola è arrivata a tutti. Troppo spesso, però, è una parola che lasciamo sugli scaffali delle biblioteche o nelle librerie delle nostre case, che ci limitiamo ad ascoltare quando veniamo a Messa la domenica. Questa lettera d'amore è accessibile a tutti: possiamo prenderla, leggerla e pregare su di essa.
La fede, quindi, non è solo un dono, non è solo una virtù. La fede è la libera risposta dell'uomo all'iniziativa gratuita di Dio. È la nostra risposta orientata all'amore, non perché abbiamo qualcosa da guadagnarci, anzi, forse c'è tutto da perdere. È la fede che ci permette di elevare il nostro sguardo e di comprendere la realtà in modo diverso.
L'Essenza della Preghiera Autentica
Anche la preghiera è un campo in cui spesso ci fermiamo alla superficie. Frequentiamo solo la prima stanza, quella della preghiera vocale, abituandoci a riempirci di formule, un po' come dei mantra, con una ripetitività continua e spesso senza l'adesione dell'intelligenza. Ripetiamo parole senza renderci conto di ciò che stiamo dicendo, e persino nella Messa tutto può diventare automatico.
Invece, la preghiera autentica è quella che scende in profondità, è l'acqua che si beve nel deserto, è la preghiera del cuore. Quella in cui non hai nulla da dire, in cui ti fermi e tuffi il tuo cuore nel silenzio. La più bella definizione di preghiera che io abbia incontrato, leggendo testi di spiritualità, è quella di un autore contemporaneo, fondatore della piccola fraternità di Charles de Foucauld, padre Andrea Gasparino. Nel suo testo "Maestro, insegnaci a pregare" dà una definizione bellissima: "Pregare è amare, amare è pregare". La prova del nove della propria vita di preghiera è molto semplice: vuoi sapere se stai pregando? Chiediti se stai amando. Vuoi sapere se stai amando? Chiediti se stai pregando. In questa polarità tra amare e pregare si racchiude tutta la vita cristiana, che è molto semplice. Spesso noi siamo bravissimi a complicarla, a riempirla di cose che non servono a niente. Andando all'essenziale, scopriamo che è fatta di poche, ma autentiche cose, tutte legate al cuore di una persona.
Il Rischio dell'Inautenticità e la Bellezza di Perdersi
Il grande rischio che posso correre io da prete, come voi da laici, è quello di essere convinti di essere bravi preti o bravi cristiani, vivendo la paura di indossare un abito esteriore che non corrisponde alla mia interiorità. Sarebbe come vivere una vita di coppia stando insieme, ma di fatto senza essersi mai veramente capiti, amati e accettati. Sarebbe terribile per un religioso o un sacerdote girarsi un giorno e chiedersi: "Ma io in tutto questo dove sono?".
Non si tratta di recitare una parte o di interpretare un ruolo, come in un teatro dove ognuno sceglie come rapportarsi a seconda del contesto. Si tratta di essere autenticamente se stessi. E quell'autenticità non significa essere migliori, ma ritrovarsi avendo il coraggio di perdersi. Perché se non provi a perdere, non senti il bisogno di redenzione, non hai bisogno di salvezza. Solo chi si sa perdere, si sa far redimere.
La Scuola del Vangelo: Alla Ricerca dell'Identità
La scuola del Vangelo è esattamente questa. La prima cosa che Gesù ha fatto all'inizio del suo ministero è stato capire chi era, quando è andato nel deserto, spinto dallo Spirito e tentato dal demonio. In quel momento, incalzato dalle domande, Gesù rispose sempre avendo nel cuore il volto del Padre, definendo che tipo di Messia avrebbe dovuto essere. Nel deserto di Giuda, Gesù scelse di amare fino alla fine, fino all'estremo. Il Vangelo scrive che poi Gesù si diresse con volto deciso verso Gerusalemme, cioè, tradotto in italiano, "con la faccia tosta".
Ma il demonio sarebbe ritornato per metterlo alla prova, sempre sulla sua identità. E infatti ritorna, non presentandosi da solo, ma parlando attraverso la rabbia della gente: "Se sei il figlio di Dio, scendi dalla croce!". Questa ricerca di identità ha segnato tutta la vita di Gesù, e segna anche la nostra. Lui ha cercato di capire chi era e come farsi conoscere, portandosi sempre dentro questa domanda.
Quando il Signore tornerà, troverà la fede sulla terra? Ci sarà qualcuno disposto a dire chi è Gesù per lui, qualcuno disposto a raccontare la propria esperienza con Lui? La verità profonda della vita sacerdotale, e in fondo di ogni vita cristiana, non sta nell'essere diventati qualcuno, ma nel piacere a Lui e nell'assomigliarGli. La verità per me è essere autenticamente un peccatore perdonato. Quando capisci questo, il resto è relativo. Non ti serve più nulla, perché sai di essere Suo, di appartenerGli, e ti basta. Non hai più bisogno di titoli, di carriera, né di una grande casa. Basta che Lui ti riconosca, e questo è tutto.
Un Modello: Il Volto di Cristo a Manoppello
Vorrei terminare con un'immagine che mi ha sempre colpito, quella di Papa Benedetto XVI. Oltre alla sua grande umiltà, ammiro la sua profonda intelligenza. Penso che sia un Papa che ha segnato la storia della Chiesa, anche se forse non ce ne rendiamo ancora conto. Subito dopo la sua elezione, il primo pellegrinaggio che fece fu semplice e solitario: andò al Santuario del Volto Santo di Manoppello.
Si fece portare in elicottero, fu accolto dal vescovo di Chieti, e andò a pregare in silenzio davanti alla sacra effigie del Volto di Cristo. In un libro delle firme, scrisse una frase che mi ha fatto sobbalzare, e che per me è stata toccante perché condensava il senso del suo pontificato. Scrisse: "il tuo volto
Io cerco Signore. Non nascondermi il tuo volto, Signore".
Bellissimo. L'unico, profondo desiderio di quest'uomo era quello di contemplare e mostrare il volto di Cristo, e aveva il timore che questo Volto fosse oscurato nel mondo. Ecco, questo è il nostro modello per camminare nella fede: andare, come fece lui, a pregare davanti a quel Volto. Se guardiamo a Lui, non ci sbaglieremo. Il nostro cammino è rivolgerci verso Cristo, e in questo, nient'altro conta.


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