Una Chiesa che cammina insieme: riflessione su laici, preti e futuro ecclesiale
di don Danilo D’Alessandro
Viaggiando in Messico, ho visto una diversa dimensione della fede, tanto nei laici quanto nei sacerdoti.
Ho incontrato comunità in cui i laici si occupano della gestione delle chiese in tutti i suoi aspetti: dalla manutenzione alla catechesi, dall’accoglienza alla liturgia. E i sacerdoti? Lì sembrano poter essere semplicemente preti. Non amministratori, non manager, non tuttofare. Solo preti.
Tornando in Italia, questa immagine mi ha fatto riflettere.
Da noi si parla spesso di “coinvolgimento dei laici”, ma troppo spesso resta un discorso teorico. Nella pratica, l’impostazione è ancora fortemente verticale: “Il parroco sono io e comando io”.
È un modo di pensare che, pur animato da buone intenzioni, tradisce un tratto clericale e poco evangelico, ben distante dalla visione sinodale e orizzontale del Concilio Vaticano II.
Anche il presbiterio, a volte, dà l’impressione di essere un reggimento di soldati stanchi, più che una fraternità di discepoli che condividono successi e fatiche. Si parla tanto di comunione, ma la solitudine e la stanchezza pastorale rimangono i grandi non detti di molti preti.
Un bilancio da fare: vent’anni di catechesi e pastorale
Negli ultimi vent’anni abbiamo investito molto in strategie pastorali, sussidi, progetti, piani triennali. Ma forse abbiamo perso qualcosa per strada.
Le nuove generazioni parlano un linguaggio completamente diverso, si muovono su coordinate antropologiche e culturali che non coincidono più con le nostre.
La fede, per molti, non è più una struttura, ma un’esperienza; non un dovere, ma una ricerca.
Ci siamo preoccupati di “insegnare” la fede, ma forse abbiamo smarrito l’arte di trasmetterla come vita.
Abbiamo spiegato i sacramenti, ma non sempre abbiamo permesso di incontrare Cristo nei sacramenti.
Il risultato è che la forma è rimasta, ma spesso si è svuotata della sostanza relazionale e simbolica che le dava vita.
Cosa ci impedisce di cambiare?
Forse ci blocca la paura: la paura di perdere il controllo, di non essere più “necessari”, di non sapere come fare.
Ma la vera forza della Chiesa non è mai stata nel controllo, bensì nella fiducia.
Fiducia nel Vangelo, fiducia nello Spirito, fiducia nelle persone.
Molti sacerdoti oggi vivono sotto il peso di una gestione pastorale e amministrativa che li consuma.
Molti laici, d’altro canto, si sentono sempre “ospiti” in casa loro.
E così la Chiesa rischia di non essere più “popolo di Dio in cammino”, ma una struttura in difesa del proprio equilibrio.
Verso una Chiesa più sinodale e fraterna
Per ricominciare, non servono nuove strategie ma un nuovo stile di relazione.
Alcune scelte potrebbero segnare un cambio reale di passo:
• Passare dal controllo alla fiducia.
Non si tratta di delegare, ma di condividere. I laici non sono “aiuti del parroco”, ma parte viva del corpo ecclesiale. La corresponsabilità non è un optional, è una forma di comunione.
• Ritrovare la fraternità presbiterale.
I preti hanno bisogno di spazi di ascolto, non solo di riunioni. La fraternità è il primo segno di credibilità del Vangelo.
• Rendere la catechesi un’esperienza e non un corso.
La fede si comprende solo se si vive. Occorre tornare alla mistagogia: accompagnare, non istruire soltanto.
• Riformare il linguaggio ecclesiale.
Parlare di fede oggi significa saper tradurre il mistero in parole e gesti che toccano la vita. Dalla predica alla narrazione, dal monologo al dialogo, dal concetto all’immagine.
• Vivere la sinodalità come stile di vita.
Non un evento da celebrare, ma un modo quotidiano di ascoltarsi e discernere insieme. La Chiesa non cresce quando comanda, ma quando ascolta e si lascia interpellare.
Il futuro: tornare al Vangelo, non al passato
Il Messico mi ha ricordato che la Chiesa è viva quando è povera, concreta e vicina alla gente.
Quando i laici sentono di essere parte di una missione comune e i preti possono tornare a essere padri, non funzionari.
Quando la fede non è un codice, ma un incontro.
Il futuro della Chiesa non passa per l’efficienza organizzativa, ma per una conversione spirituale: dal potere al servizio, dalla gestione alla comunione, dal clericalismo alla corresponsabilità.
Come ricorda la Lumen Gentium, “la Chiesa è, in Cristo, come un sacramento, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1).
Se perderemo questa consapevolezza, la Chiesa diventerà solo un’istituzione tra le altre; ma se sapremo ritrovarla, tornerà a essere quella che Paolo VI, in Ecclesiam Suam, chiamava con parole profetiche:
una Chiesa che si comprende solo nel dialogo, che cresce nella carità e si rinnova continuamente nell’amore di Cristo.


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