Il sì eterno di Sanremo e il no breve della guerra
Per alcuni giorni, il ritmo del nostro Paese si è fermato davanti a un palco, a luci, musica e a un unico grande “sì”. Sanremo ha incoronato una canzone che parla di matrimonio davanti a Dio, di promessa indissolubile, di una coppia che si dice “per sempre sì” come se il tempo non dovesse mai spezzare quel legame. È un inno antico, quasi fuori tempo, ma che oggi trova un consenso diffuso proprio perché la realtà sembra non offrire più alcuna certezza. La tradizione, la famiglia, la fede, la fedeltà diventano immagini di rassicurazione, iconografie confortanti in un mondo in balia di cambiamenti radicali. E il pubblico, rapito dal rito collettivo, sembra dire a sé stesso: almeno questo “sì” possiamo ancora crederlo.
Nel frattempo, però, intorno a noi si profila un altro scenario: quello di una logica di guerra preventiva, di strategie di logoramento, di attacchi non solo ai corpi ma alle infrastrutture, alle reti energetiche, ai sistemi civili. La minaccia non è solo la bomba, ma la paralisi: città prive di luce, fabbriche ferme, ospedali senza energia, case svuotate del minimo indispensabile. La guerra moderna non vuole solo vincere, vuole spezzare il tessuto vitale della società, trasformare la vita quotidiana in un’attesa di emergenza. In questo contesto, l’energia diventa non solo una risorsa, ma un’arma e un obiettivo: chi controlla le fonti di energia, controlla il potere, la mobilità, la sopravvivenza stessa delle comunità.
Tra questi due poli – il sì eterno di Sanremo e il no breve, ma devastante, della guerra – vive la nostra contemporaneità. Un mondo dove siamo abituati a vivere il dramma “allegramente”, come se si trattasse di un reality show, di un flusso continuo di immagini, analisi geopolitiche, commenti su social, citazioni religiose, ma senza più la capacità di uscire davvero dalla corrente. Guardiamo, commentiamo, ci indigniamo, preghiamo, condividiamo slogan sulla pace, ma spesso senza tradurre quella stessa emozione in scelte concrete, in presa di responsabilità, in cambiamento di stile di vita.
Qui emerge il punto più delicato: la preghiera che non si traduce in impegno. È come se volessimo chiedere a Dio la fine della guerra, la pace universale, la pace nel cuore, ma senza toccare il nostro rapporto con il potere, con il denaro, con il consumo, con la solidarietà concreta. La preghiera diventa così un gesto privato, quasi domestico, che ci fa sentire “buoni” mentre il mondo continua a produrre armi, disuguaglianze, sfruttamento. La spiritualità rischia di ridursi a un’esperienza estetica, a un rituale emotivo, a una consolazione personale, senza che ci chieda nulla di radicalmente diverso nella nostra vita.
Ma la fede autentica non è solo invocazione: è anche conversione. È cambiare il modo in cui viviamo, relazioniamo, consumiamo, scegliamo. È capire che la visione tradizionale di amore, famiglia, matrimonio, fede – quella che celebriamo davanti allo schermo a Sanremo – non può stare separata da una responsabilità verso l’altro minacciato, ferito, escluso. Se il “sì” dell’amore vale davanti a Dio, deve anche tradursi nel “no” alla violenza, al militarismo, alla logica del profitto che nutre la guerra. La coerenza non è solo spirituale: è etica, politica, economica.
Forse il vero interrogativo che ci resta è questo: come possiamo riconnettere il sì eterno che celebriamo in un palco luminoso con il coraggio di dire un “no” lungo, deciso, ostinato alla guerra, al dolore, alla distruzione del creato? Come possiamo trasformare la preghiera in impegno, il rito in responsabilità, la nostalgia per la tradizione in profezia di pace? Non si tratta di rifiutare Sanremo, o di demonizzare la cultura popolare, ma di non lasciare che il suo “sì” si isoli in un’isola emotiva, mentre il resto del mondo si arrende alla logica del conflitto. La vera sfida è abitare entrambi i poli – musica e profetismo, tradizione e attivismo, preghiera e azione – senza distrazione, senza fuga, senza la facile consolazione di chi pensa che pregare basti a cambiare il mondo.


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