Maschile e femminile oltre la contrapposizione di Don Danilo D’Alessandro
Spesso oggi vediamo eventi interamente declinati al femminile: racconti di imprese fatte da donne, panel di sole relatrici, moderazioni affidate esclusivamente a figure femminili. Questa scelta nasce dal desiderio di correggere una lunga storia di invisibilità delle donne nello spazio pubblico, dove la parola autorevole è stata per secoli quasi solo maschile. Tuttavia, quando il femminile viene proposto soprattutto come riscatto “contro” il maschile, si rischia di restare prigionieri della stessa logica dicotomica che si vorrebbe superare.
La fase del riscatto e i suoi limiti
La prospettiva storica aiuta a capire perché oggi il pendolo sembra spostarsi verso eventi e narrazioni “solo donne”. Per molto tempo, le biografie femminili sono state escluse dai libri di storia, dalla memoria pubblica e dai luoghi decisionali; le riflessioni sul genere sono nate proprio per mettere in luce questa rimozione. In questo contesto, panel interamente femminili e campagne che rivendicano la presenza delle donne hanno avuto e hanno tuttora una funzione simbolica importante: dire che la competenza non è appannaggio esclusivo degli uomini.
Quando però questo schema diventa il modello narrativo ordinario, il rischio è quello di ribaltare solo i poli, senza cambiare la struttura. Il maschile, per reazione, tende a percepirsi non tanto chiamato a una conversione dello sguardo, quanto messo sotto accusa in blocco. Si crea così un clima in cui alcuni uomini si sentono giudicati non per ciò che fanno, ma per ciò che sono, o per ciò che altri hanno fatto prima di loro: e questo genera difesa, chiusura, talvolta rancore, invece che disponibilità al cambiamento.
La trappola del binarismo: amici o nemici
Il discorso pubblico sul genere, amplificato dai social, inclina spesso verso un linguaggio polarizzato: da una parte le donne come vittime per definizione, dall’altra gli uomini come colpevoli a priori. Così, la legittima denuncia delle ingiustizie rischia di trasformarsi in “caccia alle streghe” contro gli uomini, dove ogni dissenso viene letto come segno di misoginia.
Questa dinamica si iscrive in una logica di conflitto identitario: ci si definisce per opposizione, più che per vocazione positiva. Se l’uomo è visto solo come oppressore, diventa difficile chiamarlo a un cambiamento autentico, perché si sente semplicemente squalificato. Se la donna è vista solo come vittima, diventa altrettanto difficile riconoscere la sua forza, la sua responsabilità, la sua capacità di essere soggetto e non solo oggetto della storia.
Maschile e femminile come realtà relazionali
La differenza fra uomini e donne è al tempo stesso corporea e sociale: esistono corpi sessuati, ma esistono anche ruoli, aspettative, immagini culturali che variano nel tempo e nei contesti. L’errore non sta nel riconoscere la differenza, ma nel trasformarla in gerarchia o in conflitto permanente.
Una visione più matura guarda al maschile e al femminile come realtà relazionali, chiamate a comporsi in forme sempre nuove: in famiglia, nel lavoro, nella vita pubblica. In questa prospettiva non si tratta di sostituire una supremazia con un’altra, ma di imparare a pensare uomini e donne come alleati nella costruzione di una stessa casa comune, dove nessuno è “secondo piano” e nessuno è “padrone assoluto”.
Linguaggio e rappresentazioni: inclusivo, non punitivo
Il modo in cui parliamo di genere non è neutro: le parole veicolano immaginari, riconoscimenti, possibilità. Per decenni il maschile sovraesteso ha reso meno visibili le donne, soprattutto nei ruoli di responsabilità, e la richiesta di un linguaggio più inclusivo nasce da qui. Per questo si invitano istituzioni e media a usare nomi di professione al femminile, formule che nominino esplicitamente uomini e donne, o perifrasi che mettano al centro le persone.
Allo stesso tempo, la discussione su simboli come schwa o asterischi ha mostrato come il linguaggio inclusivo possa diventare, se esasperato, un nuovo terreno di scontro. Alcuni lo vivono come marchio ideologico, altri ne sottolineano i limiti in termini di leggibilità e accessibilità, ad esempio per anziani, persone con dislessia o per chi utilizza lettori vocali. Un approccio equilibrato invita a usare anzitutto le risorse già presenti nella lingua in modo sobrio e chiaro, senza trasformare il linguaggio in un banco di prova morale, ma in un gesto quotidiano di rispetto verso tutti.
Femminicidio e violenza: raccontare la complessità
Anche il tema del femminicidio è esemplare per capire come le parole possano illuminare o semplificare eccessivamente la realtà. I dati mostrano che, nel nostro Paese, le donne uccise in ambito familiare o di relazione sono una quota importante degli omicidi complessivi, e questo giustifica l’uso di una parola specifica per descrivere una violenza legata anche a modelli culturali di possesso e controllo. Nominare il femminicidio significa riconoscere che non si tratta di fatti isolati, ma del frutto amaro di una struttura culturale che per lungo tempo ha considerato la donna “proprietà” dell’uomo.
Ma la violenza nelle relazioni è più complessa: esistono uomini vittime di violenza fisica, psicologica o economica, spesso poco riconosciuti proprio perché lo stereotipo li vuole sempre e solo come aggressori. Ignorare questa realtà non aiuta nessuno: né le donne, che restano sole di fronte a un fenomeno culturale più ampio di violenza e disumanizzazione, né gli uomini che vivono esperienze di sopraffazione senza trovare parole per dirle.
Una narrazione integrata invita a tenere insieme entrambe le dimensioni: riconoscere il femminicidio come fenomeno specifico, radicato in strutture storiche di disuguaglianza, e insieme non dimenticare che la violenza non è iscritta per natura in un sesso, ma nasce da fragilità, abusi di potere, storie ferite che possono coinvolgere uomini e donne in ruoli diversi.
Verso una grammatica della reciprocità
A partire da queste considerazioni, è possibile proporre uno sguardo diverso, meno segnato dall’opposizione e più dalla reciprocità.
Innanzitutto, valorizzare le iniziative che danno la parola alle donne non come occasione per “pareggiare i conti” con gli uomini, ma come tappa di un cammino verso luoghi realmente condivisi. L’obiettivo ultimo non può essere quello di sostituire panel tutti maschili con panel tutti femminili, ma quello di abituarci a tavole in cui uomini e donne siedono insieme, da soggetti diversi ma equivalenti in dignità e competenza.
In secondo luogo, riconoscere le ferite storiche delle donne senza negare che anche gli uomini stiano vivendo una crisi dei ruoli tradizionali: molti fanno i conti con aspettative contrastanti, solitudini affettive, difficoltà a esprimere fragilità senza sentirsi meno “uomini”. Ricerche e riflessioni sociologiche parlano esplicitamente di “maschi in crisi”, invitando ad andare oltre la frustrazione e il risentimento per immaginare modi nuovi di essere uomini, non più fondati sul dominio ma sulla cura e sulla corresponsabilità.
Infine, sul piano del linguaggio, si tratta di scegliere parole che aprano spazi di incontro e non di squalifica reciproca: un linguaggio inclusivo che non umilia nessuno, che non usa le etichette come armi, che sa nominare sia le ingiustizie subite dalle donne sia le vulnerabilità maschili. Non si tratta di appiattire le differenze, ma di imparare a raccontarle dentro un orizzonte comune, dove il maschile non ha bisogno di sentirsi minacciato dal femminile, e il femminile non ha bisogno di mettersi in scena contro il maschile per affermare la propria dignità.
In questo orizzonte è possibile parlare di femminile senza contrapporlo al maschile: come di una modalità originaria e imprescindibile dell’umano, che insieme al maschile concorre a dire qualcosa del mistero della persona. Una società che saprà fare questo passaggio – dalle categorie della rivalità a quelle della reciprocità – sarà una società più giusta non solo per le donne, ma anche per gli uomini.


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