È la volontà di Dio”. Ma chi può dirlo con certezza?

“È la volontà di Dio”. Ma chi può dirlo con certezza?

di Don Danilo D’Alessandro

In questi giorni sto leggendo il libro Undicesimo: non pensare di Fabio Barbero. Non desidero farne una recensione, né entrare nel merito della vicenda personale dell’autore. Ogni esperienza va accolta con rispetto e prudenza. Tuttavia, la lettura di questo libro mi offre l’occasione per una riflessione che ritengo importante per la vita della Chiesa e per il cammino di ogni credente.

La domanda è semplice, ma decisiva.

Quando una guida spirituale afferma: «Questa è la volontà di Dio», da dove nasce questa certezza?

È una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci più spesso.

La tradizione spirituale della Chiesa è sempre stata estremamente prudente su questo punto. I grandi maestri del discernimento, da sant’Ignazio di Loyola a santa Teresa d’Avila, da san Giovanni della Croce a san Francesco di Sales, non hanno mai insegnato che una guida spirituale possa conoscere con assoluta certezza la volontà di Dio per la vita di un’altra persona.

Il discernimento non è una rivelazione privata permanente. È un cammino di ricerca, di ascolto, di preghiera, di confronto con la Parola di Dio, con il Magistero della Chiesa e con la propria coscienza illuminata dalla grazia.

Nessun sacerdote, nessun fondatore, nessun direttore spirituale possiede una sorta di accesso privilegiato alla mente di Dio.

Può consigliare.
Può aiutare.
Può correggere.
Può mettere in guardia.
Può condividere la propria esperienza.
Ma non può sostituirsi allo Spirito Santo.

Esiste una differenza enorme tra dire: «Questa è certamente la volontà di Dio» e dire: «Alla luce del Vangelo, della tradizione della Chiesa e del discernimento che stiamo compiendo insieme, questa mi sembra la strada più conforme alla volontà del Signore».

La prima affermazione rischia di chiudere ogni spazio alla libertà della coscienza.
La seconda, invece, lascia aperto quello spazio sacro nel quale Dio continua a parlare personalmente a ciascuno.

Il Concilio Vaticano II definisce la coscienza «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio». Se è così, nessuno può entrare in quel luogo al posto del Signore.
Nemmeno il più santo dei direttori spirituali.
Per questo una vera guida non cerca mai di creare dipendenza. Al contrario, accompagna la persona fino a renderla sempre più libera, più matura, più capace di riconoscere personalmente la voce di Dio.

Il successo di una guida spirituale non si misura dal numero di persone che dipendono da lei, ma dal numero di persone che, grazie al suo aiuto, hanno imparato a camminare con le proprie gambe nella fede.

È questo il grande stile di Gesù.

Egli non ha mai chiesto ai suoi discepoli di rinunciare alla propria coscienza. Ha educato la loro libertà, ha posto domande, ha corretto con pazienza, ha invitato a riflettere, ha rispettato perfino chi sceglieva di allontanarsi da Lui.

La fede cristiana non è l’annullamento della coscienza, ma la sua piena maturazione.

Per questo motivo diffido sempre di chi parla troppo facilmente “a nome di Dio”, soprattutto quando pretende di conoscere con precisione assoluta ciò che Dio vuole per la vita degli altri.

L’autentica autorità spirituale è sempre umile. Sa che il primo protagonista del discernimento è lo Spirito Santo e che la guida è soltanto un umile collaboratore della grazia.

Forse dovremmo imparare tutti a sostituire un’espressione con un’altra.
Meno: «Io so qual è la volontà di Dio per te.»
Più: «Cerchiamo insieme la volontà di Dio.»
Può sembrare una piccola differenza.
In realtà, è la differenza tra chi accompagna una persona verso Cristo e chi, anche senza volerlo, rischia di occupare il posto che appartiene soltanto a Cristo.


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