Il discernimento non è rinunciare alla propria coscienza

IL DISCERNIMENTO NON È RINUNCIARE ALLA PROPRIA COSCIENZA

«Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21).

Nella vita spirituale si parla spesso di discernimento e di obbedienza. Sono parole preziose della tradizione cristiana, ma proprio per questo devono essere comprese correttamente.
Discernere non significa semplicemente fare ciò che qualcuno ci dice di fare.
La guida spirituale può accompagnare, illuminare, correggere, porre domande anche scomode e aiutare una persona a vedere ciò che, da sola, fatica a riconoscere. Ma il suo compito non è sostituirsi alla coscienza della persona che accompagna.
Una vera guida spirituale non dice semplicemente: «Devi fare così perché te lo dico io».
Aiuta piuttosto la persona a comprendere perché una determinata scelta possa essere più conforme al Vangelo, più prudente, più libera, più vera.
C’è infatti una differenza fondamentale tra guidare una coscienza e sostituirsi a una coscienza.
Il discernimento cristiano non è un ordine impartito dall’alto. È un cammino nel quale la persona viene aiutata a riconoscere, davanti a Dio, ciò che è vero e ciò che è bene.
Questo non significa che una guida spirituale debba sempre dirci ciò che desideriamo sentirci dire. Al contrario: talvolta una parola autentica può contrariarci, correggerci e persino chiederci di rinunciare a qualcosa a cui siamo profondamente legati.

Ma proprio qui emerge la differenza.
L’autorevolezza spirituale non ha paura della ragionevolezza.
Una guida autentica può spiegare le ragioni del proprio consiglio, indicare i criteri evangelici che lo sostengono, lasciare spazio alle domande e accettare che la persona abbia bisogno di tempo per comprendere.
L’obbedienza cristiana, infatti, non è annullamento dell’intelligenza.
Non significa: «Non devi capire, devi soltanto obbedire».
Significa piuttosto imparare ad ascoltare con umiltà, lasciandosi anche mettere in discussione, senza però rinunciare alla responsabilità personale davanti a Dio.
Quando invece una relazione spirituale pretende obbedienza semplicemente in forza dell’autorità di chi parla; quando le domande vengono considerate segno di ribellione; quando chiedere le ragioni di un’indicazione viene interpretato come mancanza di fede; quando il rapporto genera dipendenza anziché maturità, allora bisogna interrogarsi seriamente.
Perché lo scopo dell’accompagnamento spirituale non è creare persone dipendenti dalla propria guida, ma cristiani capaci di camminare responsabilmente davanti a Dio.
Una buona guida non desidera diventare indispensabile.
Desidera che l’altro cresca.
Non lega a sé: conduce a Cristo.
Non occupa la coscienza: la educa.
Non pretende di decidere ogni cosa: offre criteri per imparare a scegliere.
Non chiede fiducia per evitare le domande: insegna a porre le domande giuste.
E soprattutto non confonde mai la propria volontà con la volontà di Dio.
Questo è un punto delicatissimo.
Dire a una persona: «Dio vuole che tu faccia questo perché io te lo dico» è qualcosa di enormemente serio. Nessuna guida spirituale dovrebbe utilizzare con leggerezza il nome di Dio per dare un’autorità assoluta alle proprie valutazioni personali.
Il vero accompagnamento spirituale conserva sempre una profonda umiltà: propone, illumina, verifica, ammonisce quando necessario, ma sa anche distinguere ciò che appartiene alla fede e alla morale cristiana da ciò che costituisce un proprio giudizio prudenziale.
Il discernimento autentico, allora, non produce persone che hanno continuamente bisogno di qualcuno che dica loro cosa fare.
Produce coscienze mature.
Persone capaci di pregare, ascoltare, confrontarsi, ragionare, verificare i frutti delle proprie scelte e assumersi responsabilmente le proprie decisioni davanti a Dio.
Perché la vera autorità spirituale non diminuisce la libertà. La educa.
E una guida spirituale è veramente feconda non quando può dire: «Questa persona fa tutto ciò che le dico», ma quando può finalmente riconoscere:
«Questa persona ha imparato a cercare sinceramente la volontà di Dio».


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