Quando la pretesa di smascherare il male diventa essa stessa violenza

QUANDO LA PRETESA DI SMASCHERARE IL MALE DIVENTA ESSA STESSA VIOLENZA

Il gesto sacrilego di Medjugorje, la possibile fragilità dell’autore e gli attacchi continui contro i veggenti
di Don Danilo D’Alessandro

Le immagini provenienti dalla Collina delle Apparizioni di Medjugorje suscitano dolore e profonda inquietudine.

Una persona ha raggiunto uno dei luoghi più cari alla preghiera di milioni di fedeli portando con sé una tanica, un bastone e quanto appariva necessario per imbrattare, danneggiare e profanare i simboli religiosi presenti.

La statua della Madonna è stata deturpata con vernice nera e sono comparse scritte offensive, accompagnate da accuse rivolte ai veggenti, indicati come truffatori e artefici di un inganno.

Si tratta di un gesto grave, pericoloso e inaccettabile.

Non può essere ridotto a una semplice manifestazione di dissenso nei confronti delle presunte apparizioni. La critica, anche severa, si esprime attraverso lo studio, il confronto, la parola e l’argomentazione. Quando, invece, si passa alla distruzione, all’oltraggio dei simboli sacri e all’intimidazione, non siamo più nel campo del libero giudizio, ma in quello della violenza.

Allo stesso tempo, osservando la modalità dell’azione e il contenuto delle scritte, nasce spontaneamente una domanda: ci troviamo davanti soltanto a un provocatore oppure davanti a una persona profondamente fragile, prigioniera di una convinzione divenuta assoluta?

Non possiamo formulare diagnosi a distanza.

Sarebbe scorretto e irresponsabile attribuire a una persona una precisa patologia senza una valutazione clinica, senza conoscerne la storia e senza escludere altre possibili cause.

Possiamo però rilevare alcuni aspetti del comportamento che meritano attenzione.

L’autore sembra essersi attribuito il compito di “smascherare” pubblicamente i veggenti, rappresentandoli come artefici di un imbroglio e di una truffa.

Quando una persona non si limita ad avere un’opinione critica, ma si percepisce come investita di una missione speciale, superiore a ogni regola, può essersi creato un universo mentale chiuso, nel quale ogni fatto viene interpretato come conferma delle proprie convinzioni.

Si potrebbe parlare, con tutte le necessarie cautele, di una possibile idea persecutoria o di una convinzione religiosa vissuta in forma delirante.

Non sarebbe la religione in sé a essere patologica. La fede autentica non è malattia e non lo è neppure il dubbio sull’autenticità di un’apparizione.

Il problema nasce quando una convinzione diventa rigida, impermeabile al confronto e capace di giustificare azioni dannose verso persone, cose e luoghi.

In tali condizioni, il soggetto può arrivare a considerarsi il solo depositario della verità. Gli altri non sono più persone con cui confrontarsi, ma nemici da combattere, complici di una frode o strumenti di un male che egli ritiene di dover distruggere.

Anche un’azione accuratamente preparata non esclude necessariamente una grave fragilità psichica. Una persona può organizzare razionalmente i mezzi necessari per perseguire un obiettivo che nasce da una rappresentazione alterata della realtà.

Spetterà naturalmente alle autorità e agli specialisti stabilire le responsabilità e verificare le effettive condizioni della persona.

La fragilità, qualora fosse accertata, non rende il gesto meno grave e non elimina automaticamente la responsabilità. Impone però di guardare alla persona non soltanto come a un nemico da odiare, ma anche come a qualcuno che potrebbe avere bisogno di essere fermato, custodito e curato.

NON È IL PRIMO ATTACCO CONTRO I VEGGENTI

Quanto accaduto non nasce in un vuoto storico.

Sin dagli inizi degli avvenimenti di Medjugorje, i giovani che affermavano di vedere la Madonna furono interrogati, sorvegliati e sottoposti a forti pressioni.

Negli anni successivi gli attacchi hanno assunto forme diverse: critiche, accuse di interesse economico, insinuazioni sulla vita personale, campagne denigratorie, aggressioni verbali e una continua esposizione mediatica.

È necessario fare una distinzione fondamentale.

Il discernimento ecclesiale e la critica documentata sono legittimi e necessari. Nessuno è obbligato a credere alle apparizioni.

Si può esprimere una posizione critica nei confronti di Medjugorje senza per questo offendere, perseguitare o delegittimare umanamente i veggenti.

Una cosa è esaminare fatti, messaggi e testimonianze. Un’altra è costruire processi sommari, diffondere odio o colpire simbolicamente e materialmente le persone.

I veggenti di Medjugorje sono stati per oltre quarant’anni al centro di una controversia mondiale.

Sono stati chiamati bugiardi, manipolatori, visionari, fanatici e truffatori.

La loro vita privata, le loro abitazioni, le loro condizioni economiche e ogni loro parola sono state analizzate, interpretate e spesso utilizzate come armi contro di loro.

La critica è un diritto.
L’odio non lo è.
Il discernimento è un dovere.
La persecuzione non lo è.
La ricerca della verità non autorizza mai la violenza.

Chi pretende di difendere Dio distruggendo una statua della Madonna, chi sostiene di combattere l’inganno attraverso il fuoco, la profanazione e l’offesa, finisce per contraddire con i propri gesti la verità che afferma di voler servire.

NON RISPONDERE ALL’ODIO CON ALTRO ODIO

La reazione dei credenti non può essere una caccia all’uomo.

Non dobbiamo rispondere alla profanazione con il desiderio di vendetta, né alla possibile ossessione dell’autore con un’ossessione contraria.

Occorre chiedere giustizia, sicurezza e chiarezza.

Occorre proteggere i luoghi di preghiera e impedire che simili gesti si ripetano, soprattutto alla vigilia del Festival dei giovani, quando migliaia di ragazzi raggiungeranno Medjugorje da ogni parte del mondo.

Ma occorre anche pregare per chi ha compiuto questo atto.

Pregare non significa giustificare.

Significa rifiutarsi di lasciare che il male compiuto dall’altro entri anche nel nostro cuore.

Significa chiedere che la verità emerga, che il responsabile sia fermato e che, qualora sia realmente prigioniero di una grave fragilità, possa ricevere l’aiuto di cui ha bisogno.

Medjugorje ha conosciuto opposizioni politiche, polemiche ecclesiali, accuse, ironie, sospetti e campagne denigratorie.

Ora conosce anche la ferita di un gesto apertamente sacrilego.

Eppure la sua risposta non può cambiare: preghiera, digiuno, conversione, confessione, Eucaristia e pace.

Le statue possono essere imbrattate.
Le pietre possono essere danneggiate.
I nomi dei veggenti possono essere trascinati ancora una volta nel fango.

Ma nessuna vernice, nessun fuoco e nessuna parola offensiva possono distruggere la fede autentica di chi cerca Cristo con cuore sincero.

È proprio in momenti come questo che la Regina della Pace sembra rivolgere a tutti una domanda decisiva:

vogliamo diventare prigionieri dello stesso odio che condanniamo, oppure vogliamo essere, anche dentro questa ferita, strumenti di pace?


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