Dopo il 6 agosto, all’ombra della Curia.
di don Danilo D’Alessandro
Questa sera ho letto con attenzione l’articolo di Domenico Marrone, “Rapporto vescovo-preti nella Chiesa di oggi”, pubblicato su SettimanaNews:
https://www.settimananews.it/ministeri-carismi/rapporto-vescovo-preti-nella-chiesa-di-oggi/
L’ho letto una prima volta. Poi sono tornato su alcuni passaggi. E, terminata la lettura, mi sono accorto che quelle parole non mi avevano lasciato soltanto delle riflessioni nella mente: mi erano arrivate nel cuore alcune domande.
Domande che riguardano la Chiesa che amiamo, il ministero che viviamo, le nostre relazioni, il modo in cui esercitiamo l’autorità e quello in cui viviamo l’obbedienza.
Domande che, almeno per me, hanno assunto un significato ancora più particolare dopo il 6 agosto.
Ci sono date che passano sul calendario e date che, invece, continuano a lavorarti dentro.
Il 6 agosto è una di quelle.
Liturgicamente è il giorno della Trasfigurazione: il giorno in cui, sul monte, il volto di Cristo cambia d’aspetto e i discepoli intravedono, per un istante, la luce nascosta dentro la sua umanità.
Ma poi bisogna scendere dal monte.
E forse è proprio quando si scende dal monte che comincia la parte più difficile del Vangelo.
All’ombra della Curia, dopo il 6 agosto, mi rimane allora una domanda che non riesco facilmente ad allontanare: che cosa significa davvero esercitare l’autorità nella Chiesa?
E, dall’altra parte, che cosa significa obbedire?
Sono domande che non possono essere liquidate con qualche citazione canonica né risolte contrapponendo chi comanda a chi deve obbedire. Perché nella Chiesa l’autorità non dovrebbe mai essere semplicemente potere e l’obbedienza non dovrebbe mai diventare semplicemente sottomissione.
Le provocazioni proposte da Marrone nel suo intervento sul rapporto tra vescovo e presbiteri toccano, a mio avviso, un nervo scoperto della vita ecclesiale contemporanea.
Possiamo riorganizzare le parrocchie, accorpare comunità, ridistribuire incarichi, elaborare progetti pastorali, convocare consigli e scrivere documenti. Ma, se perdiamo la qualità delle relazioni, rischiamo di costruire strutture ecclesiasticamente impeccabili dentro le quali le persone si sentono sempre più sole.
Ed è questo il punto.
Prima del ruolo viene la persona.
Prima del vescovo c’è un uomo, un battezzato, un fratello.
Prima del sacerdote c’è un uomo, un battezzato, un fratello.
E nessuna ordinazione cancella questa fraternità originaria.
Il sacramento dell’Ordine distingue le responsabilità, non istituisce caste. Configura a Cristo per il servizio del suo popolo, non autorizza qualcuno a possedere la vita dell’altro.
Per questo il rapporto tra un vescovo e i suoi sacerdoti non può essere assimilato a quello tra un dirigente e i propri dipendenti.
Un presbiterio non è un organigramma.
Un sacerdote non è una casella da spostare.
Non è una risorsa da utilizzare finché funziona e da mettere ai margini quando diventa scomoda.
Non è neppure la somma dei suoi successi pastorali, dei suoi errori, del consenso che raccoglie o delle difficoltà che provoca.
È una storia.
È una vocazione.
È un uomo che un giorno ha consegnato la propria vita e che, proprio per questo, merita di essere ascoltato anche quando deve essere corretto.
Soprattutto quando deve essere corretto.
Perché la correzione cristiana non umilia: prova a rialzare.
Non colpisce alle spalle: guarda negli occhi.
Non parla dell’altro quando può parlare con l’altro.
Non utilizza il silenzio come punizione, l’ambiguità come strumento di governo o la distanza come esercizio dell’autorità.
E qui arriviamo alla questione dell’obbedienza.
Ogni sacerdote conosce bene quella promessa pronunciata nel giorno dell’ordinazione: rispetto e obbedienza al proprio vescovo e ai suoi successori.
È una promessa seria.
Ma proprio perché è seria non può essere banalizzata.
L’obbedienza ecclesiale non è servilismo.
Non è rinuncia alla coscienza.
Non è sospensione dell’intelligenza.
Non significa che chi obbedisce debba smettere di porre domande, di chiedere ragioni, di manifestare sofferenza o persino di esprimere rispettosamente un dissenso.
Altrimenti non formeremmo uomini liberi alla sequela di Cristo, ma esecutori.
E Cristo non ha formato esecutori.
Ha formato discepoli.
C’è una differenza enorme.
Un’autorità autenticamente cristiana non dovrebbe avere paura della libertà dell’altro. Dovrebbe, al contrario, generarla.
Un sacerdote che può parlare liberamente con il proprio vescovo, anche quando non è d’accordo con lui, non è necessariamente un sacerdote ribelle.
Potrebbe essere semplicemente un uomo che prende sul serio la propria coscienza e la propria appartenenza alla Chiesa.
Allo stesso modo, un vescovo che ascolta non è un vescovo debole.
L’ascolto non diminuisce l’autorità.
La rende credibile.
Naturalmente, alla fine qualcuno dovrà decidere. E nella Chiesa esistono responsabilità differenti che non possono essere confuse.
Ma una cosa è decidere dopo aver ascoltato; altra cosa è comunicare una decisione già presa facendo dell’ascolto una formalità.
Una cosa è esercitare l’autorità; altra cosa è esercitare il potere.
Una cosa è chiedere obbedienza; altra cosa è pretendere sudditanza.
Una cosa è correggere; altra cosa è delegittimare.
Una cosa è dire: “Questa tua scelta è sbagliata”.
Altra cosa è far sentire all’altro: “Tu sei sbagliato”.
È in questo passaggio quasi impercettibile che possono nascere ferite profondissime.
Ferite che spesso non fanno rumore.
Perché i preti imparano presto a tacere.
Tacciono per rispetto.
Tacciono per prudenza.
Tacciono per non creare scandalo.
Tacciono perché temono di essere considerati problematici.
Tacciono perché sanno che, in certi ambienti ecclesiastici, una parola detta nel momento sbagliato può accompagnarti per anni.
E così, paradossalmente, proprio una comunità che predica la comunione può diventare un luogo nel quale si ha paura di parlare.
Questo dovrebbe interrogarci tutti.
Anche perché esiste una forma particolarmente dolorosa di comunicazione ecclesiastica: quella indiretta.
Le frasi dette senza nominare nessuno, ma facendo capire abbastanza.
I richiami generici nei quali ciascuno cerca di riconoscere il destinatario.
Le confidenze che diventano commenti.
Le impressioni che, passando di bocca in bocca, finiscono per trasformarsi in giudizi.
È quella modalità che Marrone definisce efficacemente uno stile “carbonaro”.
Ma la fraternità evangelica percorre la strada opposta.
Se tuo fratello ha sbagliato, va’ e ammoniscilo fra te e lui.
Gesù non dice: fallo sapere.
Dice: va’ da lui.
Forse dovremmo ripartire proprio da questa elementare grammatica evangelica.
Parlarci.
Guardarci.
Dirci anche le cose difficili.
Accettare persino che l’altro possa avere una parte di ragione.
Perché nessuno, neppure quando esercita un’autorità sacra, possiede in esclusiva la volontà di Dio.
La volontà di Dio si cerca.
Si discerne.
Si prega.
Si confronta.
E qualche volta si scopre proprio attraverso la parola scomoda di chi avevamo considerato un problema.
Questo vale per il sacerdote nei confronti del vescovo, ma vale altrettanto per il vescovo nei confronti del sacerdote.
Nessuno può rivendicare il Vangelo contro l’altro.
Il Vangelo giudica entrambi.
Ed è forse questo che significa davvero essere Chiesa.
Non una comunità senza conflitti, perché sarebbe irreale.
Ma una comunità nella quale il conflitto non cancella la fraternità.
Dove posso dissentire da te senza distruggerti.
Dove posso correggerti senza umiliarti.
Dove posso esercitare l’autorità senza possederti.
Dove posso obbedire senza cessare di essere un uomo libero.
Dove una decisione difficile non diventa necessariamente una condanna della persona che deve accoglierla.
Dopo il 6 agosto, allora, rimango davanti all’immagine della Trasfigurazione.
Sul monte i discepoli vorrebbero costruire tre tende e rimanere lì.
Gesù invece li riporta a valle.
Perché il cristianesimo non si misura nella luce del Tabor, ma nella capacità di portare quella luce dentro le relazioni più difficili.
Anche dentro una Curia.
Anche dentro un presbiterio.
Anche dentro il rapporto, talvolta meraviglioso e talvolta dolorosissimo, tra un vescovo e un sacerdote.
Forse la vera domanda, alla fine, non è chi abbia avuto ragione.
La domanda cristiana è molto più esigente:
dopo quello che è accaduto, siamo ancora capaci di riconoscerci fratelli?
Perché si può avere ragione e perdere un fratello.
Si può far rispettare una norma e ferire una persona.
Si può ottenere obbedienza senza avere conquistato il cuore.
Si può perfino governare perfettamente una diocesi e non riuscire più a generare fraternità.
E allora qualcosa si è spezzato.
Per questo mi rimane dentro una delle intuizioni più belle della riflessione di Marrone: “la stima è la forma adulta della carità”.
Stimare qualcuno non significa dargli sempre ragione.
Significa continuare a riconoscerne la dignità anche quando sbaglia.
Significa non usare la sua fragilità contro di lui.
Significa custodirne il nome quando non è presente.
Significa avere il coraggio di parlargli prima di parlare di lui.
Significa, soprattutto, ricordarsi che un giorno passeranno gli incarichi, finiranno i mandati, cambieranno i vescovi, cambieranno i parroci, si svuoteranno gli uffici e altri occuperanno le nostre stanze.
Resterà soltanto ciò che saremo stati gli uni per gli altri.
Dopo il 6 agosto, all’ombra della Curia, è forse questa la domanda che vale la pena portarsi dietro:
quando tutto sarà passato, ci ricorderemo di essere stati fratelli?


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