Meditazione davanti al SS.mo
Verso l’Assunta – Terza meditazione del triduo
Smettere di fare i conti: dal “mi devi” al “tutto mi è stato donato”
Siamo arrivati all’ultimo tratto del nostro cammino di preparazione alla festa dell’Assunzione.
Domani sera, con i Primi Vespri, non saremo più semplicemente nell’attesa: entreremo già nella festa. E forse proprio per questo il Vangelo di oggi ci consegna una parola capace di preparare davvero il cuore a ciò che celebreremo: perdono.
L’Assunzione ci parla di una donna interamente libera per Dio, una donna nella quale nulla trattiene più il cuore verso il basso. E allora viene spontanea una domanda: che cosa appesantisce ancora il nostro cuore?
Gesù nel Vangelo di oggi parla di debiti.
Pietro gli domanda quante volte dovrà perdonare il fratello. E Gesù gli risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».
Poi racconta di un servo al quale viene condonato un debito immenso, ma che, appena uscito, incontra un compagno che gli deve molto meno e gli dice:
«Paga quello che mi devi».
Forse queste parole attraversano molto più spesso di quanto immaginiamo la nostra vita interiore.
“Mi devi delle scuse.”
“Mi devi una spiegazione.”
“Mi devi riconoscenza.”
“Dopo tutto quello che ho fatto per te…”
“Prima o poi dovrai capire quello che mi hai fatto.”
Ed è qui che una suggestione dell’insegnamento di Gurdjieff, trasmesso da Ouspensky, un libro che sto leggendo in questi giorni, diventa provocatoria anche per noi cristiani.
Gurdjieff parla della tendenza dell’uomo a vivere continuamente in quella che chiama “considerazione interiore”: osserviamo quanto gli altri ci considerano, quanto ci rispettano, quanto ci riconoscono; registriamo ciò che abbiamo dato e ciò che abbiamo ricevuto.
In pratica, costruiamo dentro di noi un libro dei conti.
Io ho fatto questo per te. Tu non hai fatto altrettanto.
Io ti sono stato vicino. Tu non c’eri.
Io ti ho perdonato. Tu mi hai ferito ancora.
E lentamente l’altro diventa un debitore.
Il Vangelo, però, porta questa intuizione molto più lontano.
Gesù non dice semplicemente: “Liberati dal rancore perché ti fa stare male”.
Gesù cambia completamente il punto di osservazione:
prima di guardare ciò che gli altri devono a te, guarda ciò che è stato condonato a te.
Il servo della parabola ricorda perfettamente i cento denari che gli devono, ma dimentica i diecimila talenti che gli sono stati perdonati.
Ed è forse una fotografia impressionante della nostra memoria.
Ricordiamo una parola pronunciata contro di noi molti anni fa e dimentichiamo centinaia di parole buone ricevute.
Ricordiamo chi ci ha abbandonato e dimentichiamo chi ci è rimasto accanto.
Ricordiamo ciò che ci è stato tolto e dimentichiamo ciò che gratuitamente ci è stato donato.
Il passaggio evangelico è allora questo:
dal “mi devi” al “quanto ho ricevuto”.
Ed è proprio qui che, alla vigilia della festa, possiamo guardare Maria.
Il Magnificat è l’esatto contrario del libro dei conti.
Maria non dice: “Ecco quello che ho fatto per Dio”.
Dice:
«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente».
Maria vive nella memoria del dono.
Forse è anche per questo che è così libera.
Persino ai piedi della Croce, dove avrebbe avuto umanamente mille motivi per rivendicare, non pronuncia parole di rancore.
Non chiede:
“Dove sono quelli che Gesù ha guarito?”
“Dove sono quelli che ha sfamato?”
“Dove sono gli amici che gli avevano promesso fedeltà?”
Maria semplicemente sta.
Non perché il male non faccia male.
Non perché la sofferenza sia cancellata.
Ma perché non permette al male ricevuto di trasformarsi nel male custodito.
Ed è questo uno dei significati più profondi del perdono.
Perdonare non significa dire che non è successo nulla.
Non significa rinunciare alla giustizia.
Non significa obbligatoriamente ricostruire ogni rapporto.
Ci sono situazioni nelle quali sono necessarie distanze, confini e prudenza.
Perdonare significa però decidere:
“Quello che mi hai fatto non avrà l’ultima parola sulla mia vita”.
Finché continuo a dire interiormente a qualcuno “paga quello che mi devi”, rimango in qualche modo legato a quella persona.
Aspetto che capisca.
Aspetto che chieda scusa.
Aspetto che riconosca il male.
Aspetto che mi restituisca qualcosa.
Ma potrebbe non accadere mai.
E allora rischio di affidare la mia pace proprio alla persona che mi ha ferito.
Il perdono rompe questo vincolo.
Dice:
“Non aspetterò che tu cambi perché io possa ricominciare a vivere”.
E qui, a Lourdes, questa parola assume una forza particolare.
Davanti alla Grotta portiamo tante richieste di guarigione.
Ma non tutte le nostre ferite sono visibili.
Ci sono malattie della memoria.
Ci sono ferite familiari.
Tradimenti. Umiliazioni. Abbandoni.
Parole che continuiamo a ripeterci interiormente dopo anni.
E forse, nell’ultima giornata del nostro triduo, la domanda più vera da portare alla Vergine è questa:
Chi considero ancora mio debitore?
Chi deve ancora “pagarmi” qualcosa?
Da chi attendo ancora una spiegazione?
Un riconoscimento?
Delle scuse?
Quale processo continuo a celebrare nel tribunale segreto del mio cuore?
Forse questa sera possiamo fare un gesto interiore molto semplice:
consegnare a Maria il nostro libro dei conti.
Pagina dopo pagina.
Nome dopo nome.
Ferita dopo ferita.
Perché domani sera entreremo nella festa dell’Assunta.
E l’Assunzione è una festa di leggerezza.
Maria sale.
Il rancore, invece, ci trattiene.
Il risentimento ci trattiene.
La necessità di avere sempre l’ultima parola ci trattiene.
La contabilità dell’amore ci trattiene.
Maria ci indica un’altra strada:
ricordare più la grazia ricevuta che il torto subito.
Forse non riusciremo immediatamente a perdonare tutto.
Ci sono ferite che hanno bisogno di tempo.
Ma possiamo almeno pregare:
“Signore, ancora non riesco a perdonare, ma non voglio più vivere prigioniero di questa ferita.
Non voglio più ripetere dentro di me: ‘Paga quello che mi devi’.
Fammi ricordare invece quanto io stesso sono stato perdonato.
Fammi passare dal ‘mi devono’ al ‘quanto mi hai donato’.”
E allora il triduo può terminare con una domanda che ciascuno può portare questa sera davanti alla Grotta:
Che cosa devo lasciare a terra per poter celebrare domani Maria che sale verso il cielo?
Forse una ferita.
Forse un rancore.
Forse il nome di qualcuno.
Forse una vecchia cambiale che continuiamo ostinatamente a presentare.
Maria Assunta ci precede verso una libertà nella quale non esistono più contabilità dell’amore.
E ci invita, già da questa sera, a cominciare a salire con lei.
Dal “mi devi” al “tutto mi è stato donato”.


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