Tra Gerusalemme e Lourdes: alla vigilia dell’Assunta
Questa sera, 14 agosto, alla vigilia della solennità dell’Assunzione, mi trovo a Lourdes.
E proprio da questa terra, segnata dalla preghiera, dalla sofferenza, dalla speranza e dalla presenza materna di Maria, il pensiero corre inevitabilmente verso un’altra terra: Gerusalemme.
Perché, per comprendere davvero l’Assunzione, bisogna forse tornare là dove tutto, per noi cristiani, parla di Pasqua.
La tradizione della Chiesa di Gerusalemme conserva da secoli la memoria degli ultimi giorni terreni della Madre del Signore. Sul Monte Sion si venera la Dormitio Mariae, la Dormizione di Maria; nella valle del Cedron, ai piedi del Monte degli Ulivi, si custodisce invece l’antica memoria della sua sepoltura.
Una parola, quella della Dormitio, che possiede una forza straordinaria.
Dormire.
La Chiesa antica ha amato utilizzare questa immagine parlando della morte dei credenti. Non per negarne il dramma, ma perché dopo la Risurrezione di Cristo la morte non può più essere considerata l’ultima parola pronunciata sulla vita dell’uomo.
E in Maria tutto questo raggiunge una pienezza particolare.
La Chiesa, proclamando il dogma dell’Assunzione, ha scelto con grande sapienza di non definire ciò che non era necessario definire. Non ha stabilito dogmaticamente se Maria sia morta o meno. Ha affermato qualcosa di molto più importante: terminato il corso della sua vita terrena, Maria è stata assunta alla gloria celeste in anima e corpo.
Ed è precisamente qui che la tradizione della Dormitio e la fede nell’Assumptio possono incontrarsi senza alcuna contraddizione.
La Dormizione contempla il compimento della vita terrena di Maria.
L’Assunzione contempla ciò che Dio opera in lei.
Maria entra, con tutta la sua persona, nella gloria del Figlio risorto.
E allora la festa del 15 agosto smette di essere soltanto una celebrazione mariana e diventa una delle più grandi affermazioni cristiane sul destino dell’uomo.
Maria assunta non ci racconta soltanto ciò che è accaduto a lei.
Ci mostra ciò che Dio desidera compiere in noi.
Il cristianesimo, infatti, non annuncia la salvezza di una parte dell’uomo.
Non siamo anime accidentalmente imprigionate dentro un corpo da abbandonare un giorno.
Noi siamo corpo, storia, relazioni, memoria, ferite, affetti.
E Maria assunta in cielo, in anima e corpo, proclama che nulla di ciò che appartiene autenticamente alla nostra umanità è destinato ad andare perduto.
Il nostro corpo non è destinato al nulla.
Le nostre lacrime non sono inutili.
Le ferite che portiamo dentro non saranno l’ultima definizione della nostra esistenza.
Il bene compiuto nel silenzio non scomparirà.
L’amore donato non sarà cancellato.
Persino quella carne che oggi conosce malattia, fragilità, vecchiaia e morte è chiamata alla redenzione.
Ed è forse proprio questo il messaggio dell’Assunta di cui abbiamo bisogno oggi.
Viviamo in un tempo nel quale il corpo umano continua a essere umiliato, ferito, violato.
Vediamo i corpi delle vittime delle guerre.
I corpi dei bambini.
I corpi dei malati.
I corpi dei migranti.
I corpi di uomini e donne considerati troppo spesso numeri, problemi, statistiche.
E proprio dentro questa storia la Chiesa, il 15 agosto, osa compiere un gesto quasi provocatorio:
ci mostra il corpo glorificato di una donna.
Maria.
Una donna della nostra stessa umanità.
Una figlia della terra.
E dice: guardate.
Questo è il progetto di Dio sull’uomo.
Questa è la dignità alla quale siamo chiamati.
Questa è la destinazione ultima della creatura umana.
Per questo l’Assunzione non è una fuga dal mondo.
È esattamente il contrario.
È la dichiarazione che questa nostra umanità è così preziosa davanti a Dio da essere destinata alla gloria.
Maria non sale al cielo per allontanarsi dalla terra.
Maria assunta ci mostra dove è destinata la terra.
Ed è qui che Lourdes, questa sera, mi parla in modo particolare.
Davanti alla Grotta passano continuamente persone che portano addosso la fragilità dell’esistenza.
Malati.
Famiglie ferite.
Genitori che pregano per i figli.
Persone che chiedono una guarigione.
Altre che hanno compreso che forse quella guarigione non arriverà nel modo sperato.
Ci sono lacrime silenziose che nessuna fotografia potrà mai raccontare.
Ci sono preghiere che rimangono senza parole.
Lourdes non promette che ogni malattia sarà guarita.
E sarebbe persino ingiusto ridurre Lourdes alla ricerca del miracolo fisico.
Lourdes annuncia qualcosa di ancora più profondo:
nessuna vita consegnata a Dio andrà perduta.
Ed è precisamente quello che domani celebreremo nell’Assunta.
Maria è già là dove noi speriamo di arrivare.
Lei è il segno che la promessa pasquale non è un’idea, ma una realtà.
Cristo è risorto.
E la sua Risurrezione comincia già a manifestare i suoi frutti nell’umanità.
Maria è il primo grande segno di questa umanità redenta.
Per questo, alla vigilia del 15 agosto, mi piace immaginare un filo invisibile che unisce Gerusalemme e Lourdes.
Gerusalemme custodisce la memoria della Dormitio.
Lourdes continua a mostrarci Maria accanto all’umanità che soffre.
E la Chiesa proclama l’Assumptio: la Madre del Signore vive interamente nella gloria del Figlio.
Tre immagini che diventano una sola grande professione di speranza.
Forse è proprio questo che dovremmo portarci dentro domani.
Non una devozione sentimentale.
Non una Maria lontana dalla nostra storia.
Ma una donna che ci precede.
Una Madre che ci mostra il futuro.
Una creatura nella quale Dio ha già realizzato ciò che promette alla Chiesa intera.
E allora, davanti alla sofferenza del mondo, davanti alle nostre paure, davanti perfino alla morte, possiamo ancora avere il coraggio di ripetere:
la morte non avrà l’ultima parola.
Il male non avrà l’ultima parola.
La tomba non è la destinazione definitiva dell’uomo.
Siamo fatti per la vita.
Siamo fatti per la comunione.
Siamo fatti per la Risurrezione.
E questa sera, da Lourdes, alla vigilia dell’Assunta, guardando Maria possiamo forse comprendere un poco meglio anche noi stessi.
Il cielo non è la negazione della terra.
È il compimento della sua promessa.


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