San Rocco, la festa e il rischio di dimenticare il Vangelo

San Rocco, la festa e il rischio di dimenticare il Vangelo di Don danilo D’Alessandro

Quando la devozione diventa spettacolo, appartenenza e prestigio, ma non genera carità

Oggi, 16 agosto, in moltissimi paesi della nostra diocesi e della Calabria si celebra San Rocco. E lo si celebra in grande: luminarie, bande musicali, giganti che corrono al suono dei tamburi, fiori, statue rivestite a festa, solenni celebrazioni liturgiche, processioni interminabili, strade piene di gente. In tanti paesi San Rocco è diventato quasi l’ultimo grande elemento identitario della comunità. C’è chi, emigrando, ha portato con sé persino la festa, riproponendo altrove le stesse usanze, la stessa processione e talvolta perfino una copia della statua del proprio paese. È memoria, è appartenenza, è storia. E tutto questo merita rispetto.

Ma proprio per questo c’è una domanda che oggi non possiamo più evitare: che cosa è rimasto del vero San Rocco?

San Rocco non era una luminaria, non era una banda, non era una statua ricoperta di fiori. Non era una medaglia appuntata sul petto, una fascia, una mantellina, una divisa o una precedenza conquistata nella processione. San Rocco era la carità fatta carne. Era un uomo che davanti alle piaghe degli altri non si voltava dall’altra parte: si piegava, toccava, curava, serviva, condivideva.

E allora permettetemi oggi una parola scomoda. Il 16 agosto, in certi ambienti, è anche il giorno delle patacche. Delle medaglie tirate fuori dal cassetto una volta all’anno. Delle insegne indossate non come richiamo al servizio, ma come elemento di distinzione. Delle confraternite vissute qualche volta più come piccoli luoghi di prestigio che come scuole di preghiera, penitenza e carità. Delle persone che hanno bisogno di essere viste, riconosciute, collocate davanti agli altri.

Ma una medaglia che non richiama alla carità è soltanto metallo. Una veste confraternale che non conduce al servizio è soltanto un costume. Un posto privilegiato davanti alla statua che non corrisponde a un posto accanto al povero non è onore: è teatro. E di teatro religioso, nelle nostre terre, ne abbiamo visto fin troppo.

Per venticinque anni ho sentito ripetere alla fine delle feste: «Quest’anno la processione è riuscita benissimo». Perché? Perché c’era tanta gente, perché la strada era piena, perché la banda era brava, perché le luminarie erano spettacolari, perché la statua era bellissima. Quasi mai ho sentito domandare: quanta gente ha pregato davvero? Quante persone si sono confessate? Quanti hanno deciso di cambiare vita? Quante riconciliazioni sono nate? Quanti poveri sono stati aiutati? Quanti anziani sono stati visitati? Quante famiglie in difficoltà hanno trovato una comunità capace di farsi prossima? Quanti giovani hanno incontrato Cristo? Quante persone, dopo aver seguito San Rocco per le strade, hanno deciso di seguirne almeno un poco l’esempio?

Questi sarebbero i veri numeri di una festa riuscita. Non le presenze in processione.

Ci sono persone che pretendono il “banchetto” davanti alla propria casa perché «hanno il voto». E se il Santo non si ferma proprio lì si offendono. Poi per dodici mesi non entrano in chiesa. Il voto a San Rocco sembra intoccabile; quello fatto a Cristo nel Battesimo, nella Cresima, nella Prima Comunione sembra invece tranquillamente dimenticabile. C’è qualcosa che non torna.

Come non torna una devozione capace di spendere migliaia di euro per tre giorni di festa e incapace magari di accorgersi che a cento metri dalla chiesa c’è una famiglia che non riesce a pagare una bolletta. Bilanci che si riempiono per pagare luminarie, impresari, cantanti, spettacoli e fuochi. Tutto legittimo, quando c’è misura. Ma la domanda cristiana rimane: quanto abbiamo destinato alla carità?

Perché se possiamo permetterci una festa imponente ma non riusciamo ad alleviare neppure una situazione di povertà nel nostro paese, qualcosa nella nostra religiosità si è ammalato. Abbiamo onorato l’immagine e dimenticato il Santo. Abbiamo decorato il legno e trascurato la carne ferita di Cristo.

Poi ci sono gli immancabili specialisti delle feste. I faccendieri. Quelli che sanno tutto: come deve passare la processione, dove deve fermarsi, chi deve stare davanti, chi deve portare la statua, chi deve cantare, chi deve parlare, chi deve comandare. Organizzano tutto, tranne la propria conversione. Sanno dirigere una processione, ma non sempre sanno stare in silenzio davanti al Santissimo. Sanno discutere per un metro di percorso e magari non trovano dieci minuti per pregare.

Questo è uno dei mali endemici delle nostre terre: una religiosità che rischia continuamente di diventare appartenenza sociale senza conversione, folklore senza Vangelo, potere senza servizio, tradizione senza Cristo.

La Calabria non ha bisogno di meno tradizioni. Ha bisogno di tradizioni evangelizzate. Non abbiamo bisogno di distruggere le feste, ma di restituire loro un’anima. Luminarie, bande, processioni, fiori, musica e tradizioni possono essere bellissimi, ma devono restare la cornice. Cristo è il quadro.

E la domanda ultima non sarà mai: «Quanta gente c’era dietro San Rocco?». La domanda sarà: «Quanto sei cresciuto nell’amore?». Quanto hai imparato a perdonare? Quanto sei diventato capace di condividere? Quanto la tua comunità è diventata missionaria? Quanto si è aperta al territorio? Quanto sa ascoltare il dolore? Quanto sa riconoscere chi è rimasto indietro?

E quanto è capace di non lasciare tutto sulle spalle del parroco, aspettando che sia sempre lui a pensare, organizzare, pregare, aiutare, cercare i poveri, visitare gli ammalati e tenere in piedi ogni cosa? Perché anche questa è una malattia delle nostre comunità: tutti devoti, purché sia qualcun altro a vivere il Vangelo.

Dico anche una cosa personale. Sono felice di non dover più vivere certe dinamiche. Perché a lungo andare possono logorare interiormente anche un sacerdote. Essere trasformato nell’attore principale di uno spettacolo religioso, quando il cuore vorrebbe portare le persone altrove, verso Cristo, verso la preghiera, verso la conversione, verso i poveri, può diventare doloroso. Arriva il momento in cui bisogna avere il coraggio di dirlo: non voglio essere il cerimoniere dell’ipocrisia religiosa. Voglio essere sacerdote di Gesù Cristo.

E credo che San Rocco non chiederebbe altro.

Oggi, allora, portiamolo pure in processione. Mettiamo i fiori. Accendiamo le luminarie. Suonino le bande. Corrano i giganti. Ma quando San Rocco passerà davanti a noi facciamoci una domanda: se scendesse davvero da quella statua, dove andrebbe?

Probabilmente non cercherebbe il palco d’onore. Non chiederebbe chi è il priore. Non controllerebbe chi porta la medaglia più bella. Andrebbe dall’ammalato, dal povero, dall’anziano solo, dalla famiglia spezzata, dal carcerato, dal dipendente, da chi non ha lavoro, da chi vive ai margini, da chi tutti evitano.

E forse guarderebbe noi, pieni di medaglie e di fiori, e ci direbbe semplicemente: «Adesso venite con me».

Quella sarebbe finalmente la vera processione.

Perché il Vangelo non ci chiede di amare San Rocco. Ci chiede di amare come San Rocco.

E alla fine resterà una sola domanda, quella che nessuna luminaria potrà nascondere: quanto sei cresciuto nell’amore?


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