Questa mattina mi è arrivata questa fotografia

Questa mattina mi è arrivata questa fotografia.
L’ho guardata a lungo. E mi sono commosso.
Siamo di spalle: io e mia sorella Michela. Camminiamo insieme, mano nella mano, verso la statua della Madonna Incoronata, a Lourdes.
Non guardiamo l’obiettivo. Non sappiamo nemmeno che qualcuno ci sta fotografando. Ed è forse proprio per questo che questa immagine mi sembra così vera.
Perché dentro quei pochi passi c’è, in qualche modo, tutta la nostra vita.
Da tanti anni cammino accanto a Michela. O forse dovrei dire che camminiamo l’uno accanto all’altra, perché ci sono persone che sembrano dipendere da noi e che, invece, senza accorgercene, diventano loro a sostenerci.
La fragilità rende necessario affidarsi. Ci sono mani che devono essere cercate, passi che devono adattarsi, tempi che non possono essere forzati, decisioni che qualcuno deve assumere anche per chi non riesce a farlo completamente da solo.
E questo comporta responsabilità. Comporta fatica. Comporta rinunce che spesso nessuno vede.
Comporta quella domanda silenziosa che conoscono bene tanti fratelli, tante sorelle, tanti genitori e tante famiglie: “Chi si prenderà cura di lei? Chi veglierà su di lui? Chi sarà accanto quando io non potrò esserci?”
Ma sarebbe terribilmente ingiusto raccontare soltanto questa parte.
Perché chi vive accanto a una persona fragile conosce anche un altro mistero.
Scopre che, mentre tu pensi di essere quello che dona, ricevi infinitamente di più.
Michela dipende da me per molte cose.
Ma io, forse, dipendo da lei per alcune delle cose più importanti della vita.
Per ricordarmi che l’amore non ha bisogno di complicate spiegazioni. Che un abbraccio può essere vero senza avere secondi fini. Che la gioia può nascere da cose piccolissime. Che si può essere felici semplicemente perché una persona amata è accanto a noi.
E soprattutto che esistono ancora sentimenti senza calcolo, senza diplomazia, senza convenienza, senza maschere.
Chi vive una particolare fragilità spesso non conosce certi sofisticati meccanismi con cui noi adulti impariamo a difenderci, a nasconderci, a misurare le parole, perfino a dosare l’affetto.
Ama. Si arrabbia. Sorride. Soffre. Ti cerca. Ti perdona. Ti stringe la mano.
E lo fa con una verità disarmante. Senza filtri.
Guardando questa fotografia mi sono accorto che la mano che stringe quella di Michela non racconta soltanto la mia protezione nei suoi confronti.
Racconta anche la mia necessità di lei.
Perché ci sono mani che prendiamo per accompagnare qualcuno e che, lungo il cammino, scopriamo essere diventate il nostro sostegno.
Forse è questo uno dei misteri più grandi della fragilità umana: costringe a dipendere gli uni dagli altri e distrugge l’illusione che qualcuno possa bastare a se stesso.
A Lourdes tutto questo assume un significato ancora più profondo.
Camminiamo verso Maria.
E mentre guardo questa fotografia penso che forse tutta la vita sia racchiusa proprio in questa scena: due persone che si tengono per mano, ciascuna con la propria fragilità, e camminano verso una Madre.
Non so chi stia accompagnando chi.
So soltanto che continuiamo a camminare.
E a tutti quei fratelli e quelle sorelle che ogni giorno si prendono cura di una persona fragile vorrei dire: conosco almeno un poco il peso delle vostre responsabilità, le vostre paure, le domande sul futuro, la stanchezza che qualche volta non avete nemmeno il coraggio di confessare.
Ma conosco anche il privilegio nascosto dentro questa storia.
Perché essere scelti dalla vita per custodire qualcuno significa entrare in una scuola nella quale non esistono diplomi, ma si impara lentamente ciò che davvero conta: la fedeltà, la pazienza, la tenerezza, la gratuità, la presenza.
E soprattutto si impara che una persona non vale per quanto produce, per quanto comprende, per quanto è autonoma o per quanto riesce a restituire secondo i criteri del mondo.
Una persona vale semplicemente perché esiste ed è amata.
Michela forse non potrà mai restituirmi tutto ciò che faccio per lei secondo la contabilità degli uomini.
Ma ogni giorno mi restituisce qualcosa che nessun conto corrente potrebbe contenere: amore incondizionato, autenticità e verità.
E guardando questa fotografia penso che, quando un giorno arriveremo alla fine del nostro cammino, forse Dio non ci domanderà quanta strada abbiamo percorso.
Ci domanderà soltanto: “Avete camminato insieme?”
Io spero di poter guardare Michela, stringerle ancora la mano e rispondere:
Sì, Signore. Abbiamo camminato insieme. E molte volte, mentre credevo di accompagnarla, era lei che stava conducendo me verso di Te.


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