IL GIOCO DEI “RIPORTATI”: QUANDO IL PETTEGOLEZZO PRENDE IL POSTO DELLA VERITÀ
Ci sono mali che attraversano gli ambienti ecclesiastici da così tanto tempo da essere diventati quasi invisibili. Non perché siano meno gravi, ma perché ci si è abituati a considerarli parte del paesaggio.
Uno di questi è certamente la cultura del “mi hanno detto”.
Si ascolta il riportato, il riferito, il commentato. Si raccolgono impressioni, mezze frasi, interpretazioni interessate. Qualcuno racconta ciò che avrebbe detto un altro, qualcun altro aggiunge una sfumatura, un terzo confeziona il giudizio. E alla fine si arriva persino a formulare valutazioni su una persona senza averle mai chiesto direttamente: “Tu cosa hai detto? Tu cosa pensi? Tu cosa intendevi?”
È una dinamica sorprendente, soprattutto dentro una comunità che dovrebbe avere nel Vangelo, nella verità e nella correzione fraterna alcuni dei propri riferimenti fondamentali.
Perché la prima regola della giustizia, prima ancora che del diritto, dovrebbe essere semplicissima: ascoltare il diretto interessato.
E invece frequentemente accade il contrario.
Il riportato diventa più credibile della fonte.
L’interpretazione più importante delle parole.
Il sospetto più interessante della spiegazione.
E così nasce quella forma tutta ecclesiastica di giustizia sommaria nella quale non esistono contraddittorio, verifica e confronto, ma soltanto corridoi, telefonate, messaggi inoltrati e confidenze pronunciate magari con l’immancabile premessa: “Te lo dico per il tuo bene…”
Poi esiste un altro fenomeno, persino più curioso.
Ci sono persone che dichiarano orgogliosamente di non frequentare i social network. Non leggono Facebook, non seguono queste cose, non perdono tempo con internet.
Eppure misteriosamente conoscono ogni articolo.
Ogni post.
Ogni riflessione.
Ogni parola.
Non soltanto: qualcuno si premura puntualmente di inoltrare ciò che scrivi a chi ritiene possa intervenire.
Forse con la speranza di provocare un richiamo.
Una censura.
Una perdita di stima.
Una reprimenda.
È singolare questa forma di ascetismo digitale: non stare sui social, ma avere un efficientissimo servizio di rassegna stampa personale su quello che scrivono gli altri.
Naturalmente scrivere pubblicamente significa accettare che ciò che si pubblica venga letto, condiviso, criticato e contestato. È nella natura stessa della comunicazione.
Il problema non è che un articolo venga inoltrato.
Il problema nasce quando l’inoltro sostituisce il confronto.
Quando invece di discutere un’idea si cerca qualcuno che possa punire chi l’ha espressa.
Quando invece di rispondere con argomenti si tenta di trasformare un’opinione in un fascicolo.
Quando invece di dire: “Non sono d’accordo con te per queste ragioni”, si preferisce sussurrare: “Hai visto cosa ha scritto?”
È qui che la questione diventa profondamente culturale.
Perché io continuo a credere che pensare sia ancora consentito.
Che interrogarsi sia consentito.
Che esercitare una critica positiva sia consentito.
Che osservare ciò che accade nella Chiesa e nella società, verificarlo, discuterlo, persino contestarlo, possa essere un servizio e non necessariamente un atto di ribellione.
Non tutto ciò che disturba è sbagliato.
Non tutto ciò che mette in discussione è disobbedienza.
Non tutto ciò che rompe il silenzio è provocazione.
A volte scrivere significa semplicemente mettere in moto il cervello.
Provare a leggere la realtà.
Fare domande.
Constatare contraddizioni.
Cercare di costruire qualcosa attraverso il pensiero.
La critica autentica non nasce necessariamente dal desiderio di demolire. Può nascere esattamente dal contrario: dalla volontà di non lasciare che le cose marciscano sotto una coltre di conformismo.
Poi ci sono quelli che leggono tutto ma non intervengono mai.
Anche questo, naturalmente, è legittimo.
Il silenzio può essere prudenza, riflessione, discrezione.
Ma talvolta il silenzio nasconde qualcosa di molto meno nobile: l’assenza di argomenti o la paura di esporsi.
Si legge.
Si osserva.
Si tace pubblicamente.
Poi però, lontano dalla discussione aperta, si commenta, si interpreta, si inoltra, si suggerisce.
È il coraggio esercitato per interposta persona.
E quando il confronto delle idee viene sostituito dalla ricerca di qualcuno che possa “sistemare” l’autore di quelle idee, siamo davanti non alla prudenza, ma alla codardia intellettuale.
Ancora più paradossale è quando chi riceve questi “dossier” informali li rimette a sua volta in circolazione.
Il primo inoltra al secondo.
Il secondo al terzo.
Il terzo magari torna dal primo.
E nessuno, in questo straordinario percorso circolare della comunicazione ecclesiastica, pensa alla soluzione più semplice:
👉 telefonare alla persona interessata.
“Ho letto ciò che hai scritto. Spiegami.”
Tre parole potrebbero evitare settimane di supposizioni.
Ma richiedono una cosa preziosa: il coraggio del rapporto personale.
È sempre più facile parlare di qualcuno che parlare con qualcuno.
È più semplice costruire un’immagine dell’altro che rischiare di incontrarlo.
E questo dovrebbe interrogarci molto seriamente.
Perché se proprio noi, che predichiamo continuamente fraternità, comunione, riconciliazione, ascolto e verità, non siamo capaci di praticarle nelle relazioni più elementari, che cosa possiamo pretendere dagli altri?
Se la nostra comunicazione interna vive di riportati, sospetti e confidenze, con quale credibilità possiamo chiedere alla società di superare la cultura del pettegolezzo?
Se abbiamo paura del pensiero critico, con quale autorità possiamo parlare di discernimento?
Se davanti a un’opinione scomoda cerchiamo prima il superiore e soltanto dopo — forse — l’interlocutore, che idea abbiamo realmente della fraternità?
La Chiesa non ha bisogno di persone che pensino tutte nello stesso modo.
Ha bisogno di persone capaci di confrontarsi senza distruggersi.
Ha bisogno di uomini liberi abbastanza da poter dire ciò che pensano e umili abbastanza da poter ascoltare ciò che pensa l’altro.
Ha bisogno soprattutto di una piccola rivoluzione, molto meno appariscente di tanti programmi pastorali:
smettere di vivere di riportati.
Hai qualcosa da contestarmi?
Parlamene.
Non hai capito ciò che ho scritto?
Chiedimelo.
Ritieni che abbia sbagliato?
Dimostramelo.
Hai argomenti diversi dai miei?
Esponili.
Questa si chiama fraternità adulta.
Il resto è soltanto rumore di corridoio.
E forse uno dei primi passi per rendere più credibile la Chiesa sarebbe proprio questo: meno informatori, meno interpreti non richiesti, meno tribunali improvvisati e qualche confronto faccia a faccia in più.
Perché la verità non teme il confronto.
Sono quasi sempre le mezze verità ad avere bisogno dei corridoi.


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