Le chiavi in tasca, ma qualcuno ha cambiato la serratura

LE CHIAVI IN TASCA, MA QUALCUNO HA CAMBIATO LA SERRATURA
di Don Danilo D’Alessandro

Il Vangelo di oggi mi ha fatto pensare a una cosa che, più passa il tempo, più mi sembra tremendamente attuale.
Gesù dice a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. A te darò le chiavi».
Le chiavi.
Non una targa sulla porta.
Non un titolo da mettere sulla carta intestata.
Non una funzione puramente rappresentativa.
Le chiavi.
Ora proviamo per un momento a lavorare di fantasia e immaginiamo che Gesù, subito dopo aver nominato Pietro, avesse cominciato a comportarsi come qualche volta sappiamo fare noi.
«Pietro, sei tu il responsabile.»
Poi arriva Andrea con un problema.
«Dovresti parlarne con Pietro.»
«Sì, Signore, però preferirei parlarne direttamente con te.»
«Va bene.»
Arriva Giacomo.
Pietro ha dato una disposizione.
«Non sono molto d’accordo.»
«Non preoccuparti, facciamo diversamente.»
Giovanni prende una decisione senza nemmeno avvertire Pietro.
Pietro protesta.
E magari qualcuno gli risponde:
«Pietro, però non essere autoritario. Dobbiamo lavorare tutti in comunione.»
Credo che dopo qualche giorno il povero pescatore di Galilea avrebbe posto una domanda semplicissima:
«Signore, scusami: sono la pietra oppure faccio parte dell’arredamento?»
Perché esiste un modo molto raffinato di delegittimare una persona senza rimuoverla.
La lasci al suo posto.
Le lasci il titolo.
Le lasci l’ufficio.
Le lasci perfino le chiavi.
Semplicemente fai capire a tutti che quelle chiavi non aprono più niente.
E questa, a mio parere, è una delle forme più sottili e anche più ingiuste nell’esercizio del potere.
A una persona viene affidata una responsabilità, ma poi le viene impedito nei fatti di esercitarla.
Se le cose funzionano, bene.
Se qualcosa va storto, però, un responsabile c’è.
Ed è quello scritto sul decreto.
Una soluzione perfetta: la responsabilità è sua, il potere è di qualcun altro.
Con gli anni ho imparato che non sempre occorre togliere qualcuno da un incarico per delegittimarlo.
Talvolta basta scavalcarlo. Una volta.
Due volte. Dieci volte.
Basta consentire che chiunque possa ricorrere a un livello superiore ogni volta che non gradisce una sua decisione.
Basta contraddirlo davanti alle persone che dovrebbe guidare.
Basta creare continuamente canali paralleli.
Alla fine quella persona resta formalmente responsabile, ma tutti hanno capito che il vero centro decisionale è altrove.
Ed è lì che l’autorità muore.
La cosa interessante è che Gesù correggerà Pietro.
E lo farà anche duramente.
Pietro sbaglierà moltissimo.
Parlerà quando sarebbe stato meglio tacere. Avrà paura. Fuggirà.
Arriverà perfino a dire di non conoscere Gesù.
Eppure Gesù non confonde mai due cose che noi qualche volta confondiamo: correggere un’autorità e delegittimarla.
Correggere Pietro significa aiutarlo a esercitare meglio il suo mandato.
Delegittimare Pietro avrebbe significato rendere inutile quel mandato.
Sono due cose completamente diverse.
E questo non vale soltanto nella Chiesa.
Vale nelle famiglie, nelle associazioni, nelle aziende, nella politica, nelle istituzioni.
Se nomino qualcuno responsabile di qualcosa, devo anche permettergli di esserlo veramente.
Posso controllarlo. Posso correggerlo.
Posso chiedergli conto delle sue decisioni.
Se necessario posso anche sostituirlo.
Ma non posso dirgli: «Sei tu il responsabile», e contemporaneamente far sapere a tutti che basta bussare alla porta accanto per annullare ciò che ha deciso.
Perché a quel punto nasce una figura che conosco molto bene e che potremmo chiamare “il responsabile senza autorità”.
Quello a cui si dice: «Decidi tu.»
Purché decida quello che abbiamo già deciso noi.
«Hai piena autonomia.»
Purché prima ci chieda il permesso.
«Sei il referente.» Però tutti possono rivolgersi direttamente al suo superiore.
«Hai la nostra piena fiducia.»
Ma ogni sua decisione viene verificata, corretta, reinterpretata o aggirata.
Dopo un po’, naturalmente, quella persona smette di decidere.
E allora magari qualcuno dirà pure:
«Vedete? Non prende iniziative.»
Certo. Ha imparato la lezione.
Ha capito che ogni iniziativa può trasformarsi in una trappola.
Ha compreso che deve rispondere di ciò che accade, ma non sempre può determinare ciò che accade.
È uno dei cortocircuiti più curiosi delle nostre organizzazioni.
E c’è un’altra cosa che mi preoccupa ancora di più.
Quando si delegittima continuamente chi esercita una funzione, non si ferisce soltanto quella persona.
Si distrugge lentamente la funzione stessa.
Perché le persone smettono di riconoscere l’ufficio e cominciano a cercare il potente di turno.
Non conta più chi dovrebbe decidere.
Conta chi conosce chi.
Non conta più la responsabilità.
Conta avere accesso alla porta giusta.
E quando questo accade non abbiamo costruito una comunità.
Abbiamo costruito una corte.
E nelle corti, si sa, non sono importanti le regole.
È importante sapere quanto sei vicino al re.
Forse è per questo che l’immagine delle chiavi scelta da Gesù è così concreta.
Le chiavi servono a qualcosa.
Indicano una responsabilità reale.
Non significano che Pietro sia il padrone della Chiesa.
Significano esattamente il contrario: Pietro dovrà servire quella comunità assumendosi pubblicamente una responsabilità.
E qui arrivo alla questione che mi interessa davvero.
L’autorità non è autoritarismo.
Ma neppure l’assenza di autorità è comunione.
Spesso, per paura dell’autoritarismo, creiamo strutture nelle quali nessuno sa più chi deve decidere.
E attenzione: quando sembra che nessuno decida, quasi sempre qualcuno decide.
Solo che lo fa senza apparire.
Ed è forse questa la forma più raffinata di potere. Tu hai il titolo. Io decido. Tu firmi. Io indirizzo. Tu rispondi.
Io intervengo quando voglio.
E magari chiamiamo tutto questo “collaborazione”, “comunione”, “sinodalità”, “lavoro di squadra”.
Parole bellissime.
Che però diventano pericolose quando servono a nascondere ciò che realmente accade.
Il Vangelo di oggi, invece, pone una domanda molto semplice.
Se affido a qualcuno le chiavi, sono disposto ad accettare che quelle chiavi aprano veramente una porta?
Perché diversamente possiamo scrivere tutti i decreti che vogliamo.
Possiamo nominare responsabili, direttori, presidenti, coordinatori, parroci, amministratori, superiori e delegati.
Possiamo stampare organigrammi perfetti.
Possiamo perfino celebrare solennemente gli incarichi.
Ma prima o poi qualcuno, guardando le chiavi che ha ancora in mano, potrebbe porre una domanda molto poco diplomatica ma tremendamente evangelica:
«Scusate… le chiavi me le avete date voi.
Mi spiegate chi ha cambiato la serratura?»


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